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Campi e giardini nell’isola di lava. Mediterraneo grande madre

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All’inizio del tempo il mare cominciò a ribollire e una grande bocca di fuoco venne fuori dalle acque, eruttando rivoli incandescenti;

All’inizio del tempo il mare cominciò a ribollire e una grande bocca di fuoco venne fuori dalle acque, eruttando rivoli incandescenti; tra gran tremori dal profondo, vortici e sfrigolìi di vapore essi immediatamente diventavano roccia solida a contatto con l’acqua. Altri crateri intanto si aprivano; altro materiale si stratificava sul precedente.

Eoni di tempo prese la creazione. Quando le nuvole si diradarono, il sole illuminò una nuova isola, di scura roccia fumante.

A lungo il mare lambì le nere rocce prive di vita, tra fumi residui e pozze d’acqua bollente imprigionate tra di esse.

Rocce laviche risultate dalla fusione ad altissime temperature; al centro della foto in basso, una scheggia di ossidiana, il vetro lavico utilizzato nell’antichità per utensili, punte di frecce e monili.

Poi venne il vento; il vento caldo dalla vicina Africa che su quella grande estensione di rocce in mezzo al mare si dava convegno con gli altri venti. Tra le loro spire essi portavano polvere, spore e semi raccolti chissà dove, nelle terre da dove essi soffiavano.

Per molto tempo gli uccelli evitarono quel luogo, fetido e instabile, scosso da convulsioni e brontolìi minacciosi.

Le fumarole – emanazioni di vapori e di gas dal profondo – insieme alle sorgenti di acque calde e ad altri fenomeni tellurici minori, sono indici di attività vulcanica secondaria

Poi gli uccelli cominciarono a posarsi, portando altri semi – tra le piume e con le loro deiezioni – che si raccolsero negli interstizi tra le rocce, alla pioggia al sole e al vento, in attesa delle condizioni per germinare.

Parte dei semi si perse lungo il viaggio; altri caddero in luoghi rocciosi e inospitali e provarono a germogliare, ma furono riarsi dal sole. Solo poche, stente piante di frontiera cominciarono a colonizzare i litorali, spingendosi gradualmente verso l’interno.

Piante al limitare tra il mare e la roccia. Qui del finocchio marino (Crithmum maritimum – Fam. Ombrelliferae)
Altre piante di frontiera, sulle rocce assolate e battute dai venti, di fronte al mare. Nella foto erica (Erica multiflora), rosmarino (Rosmarinus officinalis) e lentisco (Pistacia lentiscus)
Una pianta di rosmarino, abbarbicata alla roccia, con le caratteristiche di un bonsai naturale
Altre piante delle coste rocciose: qui in primo piano, il verde glauco dell’elicriso (Helichrysum saxatile) con i fiori giallo senape dal profumo caratteristico, secchi in questa stagione

In breve – il breve dei tempi geologici – l’isola fu tutta verde e, nelle sue zone più interne, coperta di alberi.

Molte delle nostre isole erano coperte anticamente da piante ad alto fusto, ma pochissime di esse hanno mantenuto qualche foresta degna di tale nome, a causa della deforestazione selvaggia degli ultimi secoli: tra quelle risparmiate, Salina, Ustica, Marittimo e Pantelleria, appunto.

La foresta è composta soprattutto di pini – pino marittimo e pino d’Aleppo (Pinus pinaster; P. halepensis – Fam. Pinaceae), e di lecci (Quercus ilex – Fam. Fagaceae)
Il cratere principale dell’isola com’è adesso, circa 45.000 anni (!) dopo l’eruzione che interessò tutta l’isola

Da ultimi, molto tempo dopo, vennero gli uomini. Perché l’isola fatta di lava era diventata un luogo vivibile, con una sua dolcezza coniugata all’asperità dei paesaggi, le nere rocce a picco sul mare e un interno fertile e verdeggiante.

Popoli navigatori – spinti dal bisogno, dalle guerre, dai commerci – si fermarono su di essa nel corso dei secoli.

 

Le prime presenze umane possono essere rilevate intorno al 5000 a.C., in relazione all’estrazione ed esportazione dell’ossidiana, il vetro vulcanico di cui l’isola è ricca.

Le tracce successive sono del periodo megalitico (età del bronzo, tra il 2.200 e il 1.200 a.C.) quando una civiltà tra le più misteriose del Mediterraneo lasciò sue tracce in vari luoghi del “mare tra le terre”; alla stessa epoca risalirebbero le strutture nuragiche della Sardegna. Sull’isola rimangono di questo periodo delle opere murarie di protezione e dei monumenti funerari (i ‘sesi’).

In epoca già storica vi approdarono i Fenici e l’isola stabilì intensi rapporti commerciali con la vicina Cartagine. Quando quest’ultima fu sopraffatta dall’impero romano in forte espansione, anche l’isola passò sotto il dominio di Roma.

Altri popoli vi si avvicendarono; ci fu una dominazione bizantina alla caduta dell’impero romano, una presenza araba che molto influenzò la cultura e i criteri costruttivi dell’isola. E ancora, dopo che una coalizione delle Repubbliche marinare decise a bonificare le terre cristiane dai ‘miscredenti’, il passaggio successivo dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi.

Infine i Borboni, sotto i quali l’isola fu annessa al regno delle due Sicilie.

Dal 1861 fu definitivamente italiana.

Un agglomerato di case e giardini visti dall’alto. E’ evidente l’impiego dei muri a secco in funzione di barriera e – in forma circolare, chiusa (‘jardinu’) – per proteggere le piante più delicate dal vento. Sono anche ben visibili i tetti a cupola per la raccolta dell’acqua piovana

 

Le strutture. Quest’isola aspra e assolata, incrocio di popoli e di culture, ha mantenuto – a volerli ricercare – i segni di tutte le genti che nei secoli l’hanno abitata; tutte, pur nelle loro diversità culturali, con l’uguale necessità di fronteggiare le sfide del clima, della cronica carenza d’acqua, del vento costante.

Molti comportamenti, come pure le soluzioni adottate nella vita di tutti i giorni, si ritrovano in luoghi diversi del bacino del Mediterraneo. Ma è soprattutto nelle isole – crocevia di contatti e di scambi – che i momenti alternati di contatto tra le genti e l’isolamento dei lunghi mesi invernali hanno portato ad elaborare le soluzioni più originali. Con delle peculiarità, per quanto di esclusivo un’isola spartisce tra i suoi abitanti ed esclude agli altri; per la vena di sottile follia che la pervade…

 

Le costruzioni utilizzavano i materiali presenti sull’isola in grande abbondanza: le pietre soprattutto, e il lapillo lavico.

Ecco allora che dalla cultura araba è stata mutuata la più tipica delle costruzione isolane, in pietra lavica, dalle spesse mura e con il tetto a volta: il ‘dammuso’ (dalla radice araba dammus: ‘edificio a volta’; non dal latino domus).

Ci sono soluzioni comuni e adattamenti locali. Ad esempio il principio della raccolta dell’acqua piovana utilizzando la convessità del tetto è presente in molte isole  e zone dell’area mediterranea caratterizzate da penuria d’acqua. Il bacino di raccolta era collegato attraverso una canalizzazione con una cisterna per l’acqua presente all’interno della casa, dove essa decantava e diventava potabile. I tetti stessi erano periodicamente ripuliti e imbiancati con la calce; una anguilla era mantenuta nella cisterna per smuovere le acque e testimoniare con la sua vitalità che tutto andava bene. Tale pratica è stata in uso fino a pochi decenni fa anche nell’arcipelago pontino, prima dello sviluppo turistico e della dipendenza dal continente per gli apporti idrici.

Altre soluzioni costruttive invece – come l’utilizzo della pietra vulcanica per le mura dei dammusi – sono del tutto locali, in relazione alla diversa disponibilità dei materiali.

Anche i terrazzamenti costituiscono una soluzione comune e ubiquitaria: il mezzo per riportare in piano – e poter coltivare – le terre scoscese. Questa sistemazione del terreno permette di limitare i danni che le acque di piogge abbondanti possono provocare; contemporaneamente

riutilizza per i muri di contenimento le pietre estratte dal terreno per renderlo adatto alle colture, e le protegge dal vento [V. anche su “O”: Tempo di vendemmia del 16.09.07]

 

La difesa contro il vento – che si dice soffi sull’isola mediamente per 337 giorni all’anno (!) – ha richiesto un particolare aggiustamento delle tecniche colturali. I muri di protezione per le piante sono presenti dovunque e le piante più delicate e importanti, gli agrumi soprattutto, sono protetti in un recinto circolare nelle vicinanze del dammuso d’abitazione. Questi giardini sono tipici dell’isola; alti più di tre metri, con particolari caratteristiche costruttive atte a raccogliere la pioggia, mantenere l’umidità e favorire la fuoriuscita del vento: “il vento entra dentro e subito dopo, in un vortice, è costretto a scappar via…”

Un modo ancora diverso per limitare i danni che il vento può arrecare alle piante è mantenerle basse, con una opportuna potatura e altri artifici. Tali pratiche sono comunemente applicate agli olivi e alle viti.

Elementi del paesaggio agricolo dell’isola. In primo piano la vigna potata bassa e protetta da muri a secco. Sul fondo un ‘dammuso’ con il tipico tetto a volta e – alla sua sinistra – la struttura circolare in pietra per le piante (‘jardinu’) da proteggere dal vento
Caratteristico paesaggio dell’interno dell’isola, dominato dalla presenza dei muri a secco a deliminare i terrazzamenti. La manutenzione dei muri deve essere continua; i due crolli in primo piano (sulla destra della foto) sono indice di un iniziale degrado

Le colture isolane. Le viti.

Ampie estensioni del terreno isolano sono dedicate alla coltura della vite (moscato di Alessandria o ‘zibibbo’ – dall’arabo ‘zabib’: uva secca), da cui i vini tipici moscato e passito.

Altri aspetti delle colture isolane: fichi d’India (in primo piano e sullo sfondo); viti basse addossate ai muri e una pianta di fico adiacente al dammuso

Gli olivi. Sono un’altra coltura privilegiata dell’isola. Hanno un aspetto che raramente si incontra in altri luoghi dove pure le piante sono potate e adattate alle esigenze locali. Qui è costante la preoccupazione di proteggere le piante dal vento salmastro dietro la protezione dei muri e attraverso una potatura adatta a mantenerle basse. Ma non avremmo immaginato quanto, prima di vederle!

Una pianta di olivo dal tronco tozzo e annoso con la chioma tenuta bassa e protetta dai muri contro il vento prevalente
Altri olivi, più giovani, potati al modo isolano e protetti dai muri a secco
Il portamento delle giovani piante di olivo è determinato dalla potatura e da vari artifici (come l’appesantimento dei rami con delle pietre), per tenere bassi i rami
Dopo anni di costanti potature questi vecchi olivi presentano le branche fruttifere più basse del tronco

I capperi. Sono dovunque sull’isola; in luoghi così improbabili da sembrare una emanazione della stessa roccia. Ma questo è abbastanza normale per i capperi, nei posti dove essi scelgono di vivere.

‘Libero come un cappero’ – si dovrebbe dire, perché sono piante che prediligono la disseminazione spontanea e mal si adattano alle sistemazioni che l’uomo vorrebbe scegliere per loro.

Ma la caratteristica isolana è la coltivazione dei capperi in piena terra… (v. in didascalia delle foto successive).

L’uso gastronomico del cappero prevede la raccolta dei boccioli nel periodo che va dai primi di giugno alla fine di luglio e la loro conservazione in salamoia. Anche i frutti, ovvero i contenitori dei semi – chiamati ‘cucunci’ – raccolti nelle prime fasi di sviluppo, sono commestibili. Generalmente sono conservati sottaceto.

Colture isolane caratteristiche: viti basse e capperi sui muri perimetrali
Coltivazione dei capperi in piena terra. Si mettono a dimora le piantine germinate in piantinaio, ma a differenza che altrove non ci sono particolari difficoltà di attecchimento e di sviluppo. Nei particolari in basso si vedono fiori e boccioli (a sin.) e le capsule dei semi (a dx)
In modo caratteristico sull’isola i capperi vegetano anche in posizione ‘di frontiera’, come le prime piante a colonizzare le rocce a pochi metri dal mare
Il lago ‘Specchio di Venere’, benché non sia in collegamento diretto con il mare – è situato due metri più in alto del livello del mare – è salato per la notevole evaporazione. È alimentato sia da acque meteoriche che da acque sorgive calde
Il lago, contornato da piante della macchia mediterranea, costituisce un colpo d’occhio spettacolare in ogni stagione. Nella foto, in primo piano al centro, Euphorbia dendroides nel suo aspetto spoglio, tardo-estivo

Le genti e le culture. In viaggio per le isole dei nostri mari, e più in generale sulle coste del Mediterraneo, si ha spesso la sensazione di spartire una identità comune. Non è tanto una valutazione razionale – anzi spesso le lingue sono diverse, o incomprensibili – ma qualcosa nell’aria. Sono profumi e sapori; un colpo d’occhio sulla vegetazione, sui volti della gente. O anche il fruscio del vento tra i pini  – i pini di Aleppo! – Come ricordi lontani, echi di altre vite…

Le popolazioni che hanno colonizzato le coste del Mediterraneo sono state tra loro diverse; alcune hanno troppo temuto o spregiato il mare, da cui pure venivano, e si sono appartate nell’interno, diventando contadini e pastori. Altre, spinte dal bisogno, sono diventate genti di mare. I grandi navigatori del bacino del Mediterraneo hanno scritto parti importanti della nostra storia, e la loro eredità di tanto in tanto riaffiora. Ne rimangono poche tracce nella vita di tutti i giorni, vissuta in superficie e alla rincorsa del nuovo; molte di più nel profondo delle culture, nel linguaggio e nei suoni.

La copertina del libro di Benjamin Tammuz (1919-1989): ‘Il Minotauro’ (1989); Edizioni e/o (1994)

Il Mediterraneo è lo sfondo di un romanzo di amore e di spionaggio di qualche anno fa, con i suoi misteri, gli odii millenari tra popoli fratelli, le migrazioni interne lungo le sue coste, il sole e il mare.

Dice uno dei personaggi – il greco Nikos Triandaphilou – innamorato dell’idea della sostanziale comunanza dei popoli mediterranei:

“…le parole di una canzone greca, una canzone d’amore e di morte, una lunga storia raccontata su una melodia ripetitiva, composta da un ritornello infinito; un miscuglio ben dosato di musica liturgica ebraica, flamenco spagnolo, canzone napoletana e un flebile ricordo del lamento del coro dell’antica tragedia greca. In seguito avrebbe capito (…) che queste canzoni percorrevano tutto il Mediterraneo: che la loro origine è nei canti dei marinai fenici i quali, migliaia di anni fa, spingendo i remi e spiegando le vele, erano salpati dalla riva le cui acque ora lambivano il giardino della loro casa ed erano arrivati all’oceano; e in ogni posto avrebbero lasciato un segno, un ricordo, che nei secoli avrebbero fatto di questo mare l’anima della cultura. Ebrei, elleni, musulmani e cristiani si sarebbero incontrati e divisi, si sarebbero massacrati e poi avrebbero avuto nostalgia gli uni degli altri, e alla fine, uno dopo l’altro, sarebbero usciti di scena. Se ne sarebbero andati, per poi tornare, ciclicamente, in una terrorizzata fuga, tra grida di dolore e distruzione, nel bagliore dello scoppio delle navi da guerra in fiamme, nel lamento delle madri per i figli uccisi. Poi ci sarebbe stato un lungo silenzio, come se si levassero dalla tomba e ritornassero, nell’odore di agnello arrosto, nel suono di antiche melodie, in canzoni che si trascinano stanche, lunghe e disperate.”

[Da: B. Tammuz ‘Il Minotauro’; op. cit.]

 

Ritorna ancora, il Mediterraneo, tra le considerazioni finali su una scelta di vita piuttosto originale, in una casa all’estremo di un’altra isola: stesso mare, pensieri in risonanza [Vedi su “O”: Giardini. La porta sull’estate del 20.07.09].

Raramente l’essenza del Mediterraneo – eredità comune e comunanza di genti – ha trovato sintesi e voce così affascinanti come nel lavoro poetico e musicale di Fabrizio De André del 1984: ‘Crêuza de mä’, cantato in dialetto genovese.

È un viaggio attraverso i suoni del Mediterraneo, alle origini profonde e interrazziali di Genova, tra le viuzze che si fondono con una qasba mediorientale; gli strumenti e la musica a rievocare tradizioni turche, greche e berbere.

Copertina dell’album ‘Crêuza de mä’, di Fabrizio de André e Mauro Pagani del 1984. L’album è stato considerato da molti tra i migliori del decennio ’80 – ’90 e antesignano della World Music, che si sarebbe diffusa negli anni successivi.

‘Crêuza de mä’ (mulattiera di mare), è il titolo dell’album e anche del primo brano, che comincia con un lungo assolo di gaida della Tracia, una cornamusa diffusa del bacino mediterraneo, scelta per il suo suono inconfondibile: “…Ha la funzione di banditore, come a dire: – Signori, si va a raccontare una storia sul Mediterraneo…”. Il brano prosegue ed è guidato in prevalenza dai suoni di due liuti, il bouzouki greco e la viola a plettro. Le parole raccontano le avventure e il ritorno a casa dei marinai –  imbarcati su navi di ogni bandiera – nell’affascinante impasto di suoni e idiomi dei loro viaggi.

Questo intento trova testimonianza nelle parole dello stesso Fabrizio De André: “Ho usato la lingua del mare, un esperanto commerciale con molte radici arabe e occitane, che tutti capivano, dal Bosforo a Gibilterra. Le parole hanno il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi. Ho voluto raccontare Genova che commerciava con i saraceni, che trasportava i crociati in Terrasanta senza smettere i traffici con gli infedeli”.

 

 

Intrusione dell’Autore. Strana la storia dei pezzi su questa rubrica. Ogni volta ci provo, a farli ‘finire bene’, con una nota positiva, e ogni volta  – non sempre; spesso però – le cose che vado scrivendo mi prendono la mano e cominciano ad andare per loro conto.

Così stavolta, mentre scrivevo del Mediterraneo, sono comparse sui giornali le notizie dell’inchiesta sulle navi fatte inabissare nel Mediterraneo o lungo le coste africane: sarebbero da quaranta a un centinaio, ricolme di rifiuti tossici o radioattivi.

Un pensiero fastidioso, come una spina che si insinua sottopelle e duole se ti capita di sfiorarla; compendiato da poche battute al telefono – che sembrano estratte da ‘Gomorra’ di Roberto Saviano – registrate durante le indagini inerenti, tra due degli organizzatori dello sporco traffico:

– “Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?”.

– “E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l’ammorbiamo?”.

– “Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare! Pensa ai soldi, che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte…”.

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