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Werner Herzog

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Aggirato un cartellone, ce lo troviamo davanti all’improvviso: Werner Herzog. È seduto da solo nella terrazza dell’Hotel Excelsior. Nascosto tra schermi, macchine da presa, cavi, carrelli per le interviste...

Aggirato un cartellone, ce lo troviamo davanti all’improvviso: Werner Herzog.

È seduto da solo nella terrazza dell’Hotel Excelsior. Nascosto tra schermi, macchine da presa, cavi, carrelli per le interviste e i poster del suo film in concorso: Il cattivo tenente. Ultima chiamata New Orleans.

Herzog aspetta che si concluda la proiezione per la stampa. (Una prima assoluta, il film non è ancora uscito in America).

Se ne sta immobile, imponente.

Vestito di grigio fumo, maglia, pantaloni e una giacca bavarese in una tonalità più scura con le rifiniture verdi. La fronte alta, il naso prominente, gli occhi azzurri come una fessura, sottile eppure vivissima, tra le palpebre da cui nelle prossime ore riverserà dolcezza, calore, ironia, simulato furore.

C’è un’eleganza in lui. E un’energia che pulsa nella sua immobilità, una curiosità come un fuoco che arde nascosto.

Finita la proiezione operatori, giornalisti, agenti corrono, si affrettano, si agitano sotto il sole implacabile e l’umidità che imperla i volti, li inumidisce, richiede tamponamenti continui di fazzoletti. Tra una diretta e l’altra. Un film e l’altro e la sensazione sempre che il Festival, di cui i giornali parlano, sia altrove, e il desiderio, come taluni confessano in segreto, di scappare, di andare via già dal primo giorno.

Tra tanto affanno lo scambio per pochi minuti con il grande regista è finalmente stamattina, per qualcuno, un momento di quiete.

Si siede il primo giornalista davanti ad Herzog, come tutti quelli che seguiranno, pieno di ammirazione, di rispetto per il Maestro. In concorso con un film ambientato nella New Orleans post Katrina che parla di poliziotti corrotti, di droga e il cui titolo Il cattivo tenente è lo stesso di un film di Abel Ferrara, tanto che al Lido si parlava di remake. Herzog è in concorso con un remake. Dicevano voci sorprese.

Normale quindi che la prima domanda sia “Perché un remake?” Il giornalista sorride affabile “Cosa la interessava del film di Ferrara, tanto da …”

Herzog si sporge in avanti e con calma glaciale chiede in un sussurro:

“Quale remake?”

Il giornalista, preso in contropiede,  tace sconcertato.

“Il mio film le pare forse un remake?”

Herzog si fa sempre più vicino, quasi lo sfiora con il viso nonostante i cavi, i microfoni.

Gli tiene gli occhi puntati addosso e chiede in un sussurro incessante.

“Allora mi dica. Mi dia la sua definizione di remake…”

“Ma no, ma guardi… io non intendevo offenderla”

“Facciamo finta di niente. Ricominciamo.”  Dice Herzog con lo sguardo del professore che concede all’allievo un’ altra chance.

Il giornalista spera si tratti di uno scherzo, si profonde in mille scuse, ma Herzog sembra in preda ad un’ira violenta.

“Ricominciamo, ricominciamo…” ripete guardandosi attorno

Uno scambio sussurrato di cui forse in pochi si accorgono. Eppure per un istante si ha la sensazione che andrà a finir male. Che cavi, carrelli, poster voleranno giù fino in spiaggia.

“Ricominciamo. Ma lei NON DEVE USARE LA PAROLA REMAKE”

E il giornalista, la persona più affabile del mondo, finalmente riesce ad uscire dal gorgo, dal vortice distruttivo dove la parola remake lo stava risucchiando.

E, sorridendo, chiede di Nicholas Cage lo straordinario protagonista, il cattivo tenente, afflitto da un violento dolore di schiena, che quasi trapassa nelle spalle degli spettatori.

Herzog all’istante si trasforma, i suoi occhi si illuminano, l’azzurro dilaga spazzando via la cupa ira di prima.

“Nicholas Cage ha una grandissima presenza scenica.

Lui e la New Orleans postkatrina sono una combinazione perfetta.

Ed è interessante, sa, perché per decenni io ho tenuto d’occhio il suo lavoro e lui ha tenuto d’occhio il mio, ci siamo osservati da lontano e poi all’improvviso ci siamo accorti che non avevamo mai lavorato insieme, e come era possibile una cosa del genere? Sono bastate due brevi telefonate, 5 minuti: lui era in Australia, io a Los Angeles per decidere che era fatta. Era una necessità capisce. Non è che io ho scelto lui o lui ha scelto me, niente scelte. È stato un bisogno impellente.

Ed Eva Mendes, la coprotagonista, è perfetta.

Un grande attore ha bisogno di una grande spalla, per non sentirsi perso.

Cosa sarebbe Humphrey Bogart in Casablanca senza Ingrid Bergman?

Nulla, un uomo abbandonato in mezzo al deserto.”

“E Klaus Kinsky come avrebbe interpretato questo ruolo?”

“Oh Klaus, Klaus… lasciamo che i morti riposino in pace”

Herzog si china verso il giornalista che nell’accomiatarsi si scusa e ripete che non era sua intenzione offenderlo. Herzog affabilissimo gli stringe la mano e strizzando l’occhio, con complicità dice:

“I like battles”, mi piace battagliare.

“Io non ho mai visto il film di Ferrara, e Ferrara non ha mai visto il mio.

So che quando ha saputo che avremmo fatto un film con lo stesso titolo, ha detto: spero che quelli lì muoiano tutti all’inferno.

Lo so e va benissimo.

Questo è il cinema.” Allarga le braccia e ride soddisfatto.

Si avvicina sempre più al suo interlocutore che, superata la prova della sua ira si è guadagnato il massimo rispetto, in tono confidenziale spiega.

“Io vedrò il film di Ferrara e lui vedrà il mio, lo so che ha detto che non lo vuole vedere, ma lo vedrà. E poi ne parleremo davanti ad una bottiglia di whisky. È così che andrà a finire.”

Alza  il braccio e sembra poggiarla lì tra loro, la grande bottiglia che suggellerà la pace.

 

Il giornalista si allontana. La bellicosità giocosa e folle, resta sospesa nell’aria pronta ad innescarsi all’occorrenza.

Sembra esserci nel Maestro, in questo inizio di interviste, un desiderio di dissacrare, di sminuire, di irridere a quell’ammirazione che coglie nei volti che lo scrutano. Nonostante la gentilezza nei modi.

Gli chiedono: “Qual è l’idea dietro il film? È un film sull’amore, sulla violenza o piuttosto sulla redenzione?”

“Idea? Quale idea?”

Salta su Herzog.

Il sorriso del giornalista muore sulle sue labbra

“Nel film non c’è amore, non c’è redenzione, non c’è violenza. Magari sì, un pizzico d’amore.

I film sono tracce che lascio sulla sabbia. Sa quanti film ho alle spalle? Numeri, per me sono numeri”.

In una pausa sorridendo, tamponandosi gli occhi irritati dalla luce delle lampade, ci dice: quando chiedono: che cosa rappresenta per lei questo film? Io dico per me rappresenta il 57° film della mia carriera. Che altro dovrei rispondere?”

“Grazie per averci mostrato una New Orleans così intensa” esordisce il nuovo intervistatore

“Guardi, le confesso che la ragione è molto banale: nella sceneggiatura era prevista New York. Ma  lo Stato della Louisana ha cominciato ad offrire enormi incentivi fiscali per girare a New Orleans. E ora ad Hollywood ci vanno in tanti.

Ed io non potevo chiedere di meglio: il vivere civile è collassato; saccheggi, sciacallaggi, criminalità, sfollati. Governo assente. Un’aria di sospensione che pervade tutto il film, un anno fa quando abbiamo girato c’era tanta desolazione, i soldi della ricostruzione sono scomparsi, c’è un senso di pericolo nelle strade. L’ambientazione perfetta per un noir… Il noir torna sempre nei periodi di depressione. Direi di più. Il noir arriva prima. La fiuta nell’aria la crisi. L’ultimo Batman, con Christian Bale e Heath Ledger,  è un film cupissimo. Prima è venuto Batman e poi è venuta la crisi. Quando l’ho visto ho detto anche io voglio fare un noir.

Volevo i toni cupi, la presenza del male. Però, lo ha notato? Il pubblico in sala ride. Ed è un bene che rida. C’è una vena comica nel film. Il cattivo è talmente cattivo che alla fine diventa divertente, lo strafare del male crea una nota di leggerezza.”

“In effetti il film ricorda le atmosfere di Ellroy”

“Non ho mai letto Ellroy, né Dashell Hammett, né Chandler, leggo altre cose, ora sto leggendo le Georgiche di Virgilio”

Herzog annuisce estatico a chi gli dice che nel suo film ha avvertito toni di tenerezza, di malinconia, dietro tanto male. È strano il sapore che resta in bocca, come è possibile che le vicende di un poliziotto corrotto lascino addosso un senso di tenerezza?

Eppure non è la stessa cosa che succede ora durante le interviste? Non è tenerezza quella che traspare dal Maestro dietro la sua irrisione?

“Nicholas Cage è un personaggio ambivalente. Lo è di natura? Lo è diventato per qualche ferita?” Gli chiede una ragazza dal viso gentile. “Non crede che il fatto che ottenga cose buone per lui e per gli altri attraverso un comportamento criminale possa creare un problema etico?”

“Oh beh di Etica potremmo parlarne 48 ore di seguito”. Risponde Herzog.

“Anche Nicholas Cage voleva saperlo. Il secondo giorno di riprese è venuto da me e mi ha chiesto: ma perché sono così cattivo? Cosa mi è successo?

Ed io gli ho detto lasciamo perdere, lasciamo stare le motivazioni, io non sono tagliato per queste cose. Tu pensa solo al Bliss of Evil.”

Bliss of evil ripete Herzog estasiato. Solleva il viso quasi ne sentisse il profumo, l’odore, la stupenda tessitura, la consistenza inafferrabile del fascino del male. Bliss: non é felicità, non è gioia, non è incanto, né fascinazione. È questo, e altro. The bliss of evil, una voce che chiama, che seduce.

Che non è certo la droga. Herzog detesta la cultura della droga: una delle cose più stupide del xx secolo. Molte delle scene in cui il tenente si droga sono state tagliate. “L’ho detto a Nicholas, mi dispiace, non servivano alla storia, non raccontavano nulla.

È un eroe ambivalente in linea con gli altri eroi dei miei film.”

Inavvertitamente, impercettibilmente Herzog, il Maestro, sembra abbandonarsi, rilassarsi.

Sebbene a tratti torni a giocare all’uomo irato, a riassumerne le vesti, scuro imponente potentissimo incombe sui suoi tremuli interlocutori:

“Cosa ha detto?… Remake? Venga, venga a sedersi qui, al mio posto”. E si stringe in un angolo della sedia. “E spieghi ora lei a tutti che cosa è un remake. Dia al mondo la sua definizione di remake.”

Il giornalista sorride pietrificato.

“Venga, venga” incalza Herzog.

Vorrebbe non averla mai detta quella parola, di sicuro non la userà mai più nella sua professione.

E per salvare qualcosa, per non andarsene a mani vuote prova a dire: “E dell’America che pensa lei che ora ci vive? A volte l’America, in Europa, fa paura.”

Ed Herzog si riaccomoda sulla sua sedia, il remake scomparso dalla sua testa, perché davvero non sembra importargli poi molto, dice che l’America possiede una forza misteriosa, che le permette di rinascere sempre, non bisogna avere paura dell’America. Ci sono brutti periodi: Bush, McCarthy ma poi passano.

“E vivere in America l’ha cambiata? Ha cambiato il suo modo di fare cinema?”

“E perché mai? Io vivo in America per via del mio matrimonio, perché lì mi sono sposato.

Buñuel ha fatto film in Messico e poi in Francia e ha continuato ad essere Buñuel. Io sono bavarese e continuo a fare film bavaresi. Come può vedere dalla mia giacca. Io indosso sempre abiti bavaresi nel caso qualcuno potesse dimenticarlo.

Il cattivo tenente è un film americano, ma anche bavarese. Gli animali, l’iguana ad esempio, non erano nella sceneggiatura. E, come lei sa, io amo dare ruoli importanti agli animali nei miei film. L’iguana l’ho voluta riprendere di persona, ho usato una telecamerina e un cavo a fibre ottiche, gli sono andato proprio vicino, vicino. Incredibile, se vedesse l’espressione che aveva.”

Il Maestro esulta come un bambino. L’iguana ha finito per mordergli il dito e non è stato facile levarsela di dosso. E anche la splendida dancing soul, l’anima che balla sul corpo dell’uomo morto, non era in sceneggiatura. Bisogna sparare anche all’anima dopo aver ucciso l’uomo perché lei è lì che balla e si diverte.

“È stata un’idea mia, il mio tocco bavarese. Io non sono un uomo da storyboard, arrivo sempre impreparato all’inizio delle riprese, a volte non so neanche qual è la storia. Sono un professionista ma le idee mi vengono sul set, è sul set che divento creativo.”

“E il cinema per lei cosa è?”

Si ferma a pensare.

“Per rispondere ci vorrebbero 48 ore” (la misura di un tempo impossibile e auspicato) “posso dirle che non potrei vivere senza film, come non potrei vivere senza sogni.”

“E allora essere qui a Venezia è importante? È la prima volta per lei?”

“È la prima volta che un mio film è in concorso. È interessante, sa. Per quarant’anni non hanno accettato i miei film. E ora ne ho uno in concorso e due che forse saranno presentati a sorpresa”

Non c’è ombra di rancore nella sua voce, solo stupore, meraviglia.

Rimane assorto in qualche suo pensiero. Poi d’un tratto ricordandosi del giornalista davanti a lui

“Oh ma non è importante sa, il fatto che sia in concorso non ha nessuna importanza, solo ecco è una cosa interessante. Molto interessante.”

E ora che l’irrisione è scivolata via spiega la ragione del titolo identico a quello del film di Ferrara. “Avrei voluto che il titolo fosse solo Port of Call: New Orleans, ma il produttore contava di creare una specie di franchising e questo va bene perché il cinema è anche business, ho cercato di cambiare il titolo, ma non sono riuscito a spuntarla e posso vivere anche così.”

Neanche il titolo sembra importargli poi molto, come non gli importa aspettare che la sua attrice, Eva Mendes, finisca le interviste e gli lasci libero il set della Biennale, si guarda attorno curioso, osserva il minuscolo distintivo appuntato sul bavero della giacca del ragazzo della sicurezza, capisce che il ragazzo è stanco, ne capisce la tensione, gli chiede: Ma lei una pistola ce l’ha? E il ragazzo sorpreso, lusingato dell’attenzione ricevuta dice di no, che la pistola non gliela danno. Con una smorfia di rammarico.

Sorride Herzog comprensivo.  Beh certo mica sarebbe male avercela una bella pistola.

 

E nel pomeriggio, nell’ultima conferenza stampa, prima dell’attesa première con il pubblico, Herzog ha accantonato il cinismo, la furia antiremake, il gioco che deve essergli venuto a noia. Si lascia guidare dalla gentilezza, dall’umorismo, dalla cultura. Gentilezza ineffabile verso Eva Mendes che lui ha voluto ad ogni costo. E che ora siede accanto a lui. I produttori esitavano, non erano convinti, salvo poi ricredersi quando è stata dichiarata la donna più erotica d’America. “Cretini, avete visto che avevo ragione? Un’attrice straordinaria, dall’enorme potenziale.” La protegge, la innalza, la esalta.

E verso Nicholas Cage, che si muove a distanze siderali in un altro set della terrazza, e terrà la sua conferenza da solo come si addice al suo ruolo di star. Perché è Cage la star ed Herzog conosce bene le regole.

Ad Herzog basta essere qui, basta fare cinema.

“Io vado avanti, sempre avanti, non sto mica fermo”

Negli ultimi undici mesi ha girato tre film (tra cui un corto nel sud dell’Etiopia che si vedrà al Festival) curato l’allestimento di un’opera lirica, domani aprirà la sua scuola di cinema. I libri che lui scrive sono esposti nelle vetrine di tutte le librerie di Los Angeles. Libri bellissimi, dice chi li ha letti. Herzog dice che sopravviveranno ai suoi film.

“Come è possibile tanto successo? Come è possibile che nell’epoca della televisione le persone cerchino ancora da lei cose profonde?” Gli chiedono.

“Oh let’s not worry about Tv.

Forse la gente sente nei miei film qualcosa che va sotto la superficie. E quando un uomo tocca qualcosa di profondo succedono in genere due cose: la prima è che, uscendo dal cinema, si sente meno solo. E a volte può persino credere di aver avuto un’illuminazione.”

“E perché?”

“Perché ciò avvenga? Beh questo io proprio non lo so…”

Ride Herzog sornione. Lui che invece sembra saperne sempre una più del diavolo.

Si allontana, si immerge tra la folla accaldata del festival. Il suono della sua risata ci ricorda l’anima che balla del film. Che balla e piroetta e ride sfrenata.

Indifferente ai critici, ai Festival, alle pallottole, lui balla.

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