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La Mary K. e il suo cuore nero (Seconda parte)

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Oggi non è molto diverso da ieri. I mercantili di un tempo potevano rifornirsi solo in determinati posti e viaggiavano su specifiche rotte che erano state collaudate da anni di movimenti marittimi.
© Andrew Shaw

Leggi qui la prima parte dell’articolo

Oggi non è molto diverso da ieri. I mercantili di un tempo potevano rifornirsi solo in determinati posti e viaggiavano su specifiche rotte che erano state collaudate da anni di movimenti marittimi. Così è per le portacontainer, perché sebbene non temano il mare, non tutti i porti sono equipaggiati per accogliere la loro mole e la loro chiglia ha un pescaggio talmente basso (la Mary K. ha un pescaggio di circa undici metri) che rischierebbe di incagliarsi nel sessanta per cento dei porti mondiali. Ma una cosa ha cambiato il modo di concepire il trasporto delle merci via mare.
Il più diffuso dei container è l’Iso (International Organization for Standardization). Le sue misure sono state definite nel 1967: un parallelepipedo di metallo largo 224 centimetri, alto 259 e lungo 1220. Le merci vengono stivate in fabbrica e i container messi su camion o treni che li trasportano fino nei porti dove l’albero di carico li issa a bordo. I marinai non fanno altro che bloccarli su speciali cerniere.
Le merci alimentari viaggiano in container frigo che hanno bisogno di essere collegati a una presa elettrica, gli altri non hanno bisogno di particolari precauzioni. Ma il portello socchiuso, con un lago di acqua a terra che cola via lungo un percorso definito, è segno che la cella frigo è stata stivata male. Yusuf se ne accorge subito e senza togliersi il passamontagna, con il mitra spianato, apre lo sportello.
“Qui è tutto putrido”, urla Yusuf.
“C’è una puzza che non si sopporta”, aggiunge Yusuf.
Yusuf dà un calcio allo sportello e con la mano davanti alla bocca cerca di non vomitare. Il Testone gli va vicino, lo guarda e poi entra anche lui. Esce dopo pochi secondi dall’ombra della scatola di metallo tossendo.
“Che vuol dire che è tutto avariato?”, urla Hassan.
Yusuf si alza il passamontagna e sputa per terra.
“Se non ci credi entra e guarda”.
Hassan apre lo sportello e si affaccia con la testa. Sente anche lui quell’odore di putrido e inizia a tossire.
“L’altro container è sano”, urla Yusuf, puntando con la canna del mitra la scatola di metallo.
Con la culatta fa saltare il lucchetto, tre colpi decisi e apre lo portello e le cerniere gracchiano e miagolano. E’ abbagliato dalla luce e non vede granché, fa qualche passo all’interno e sente un altro odore, che non è l’odore che vuole sentire. Non appena gli occhi si sono abituati allo scuro vede una montagna di cartoni e forse maglie e pezzi di qualcosa di indefinibile bruciati a terra. Nel centro c’è un cumulo di cenere alto più di un metro.
“Che diavolo succede”, urla Yusuf.
“Che vuol dire?”, urla Testone.
“Non ci posso credere”.
“Cosa?”.
“E’ tutto bruciato”.
Il Testone con Hassan tiene sott’occhio l’isola alle spalle dei container. Con passi incerti si avvicinano e gettano uno sguardo su quella montagna di polvere.
“Ma è terra”, urla Testone.
“Ma quale terra”.
Yusuf prende una manciata di cenere, ancora tiepida, con nel mezzo alcuni pezzi di maglietta bruciati.
“Ti sembra terra Testone?”.
“Una maglietta”, urla Hassan.
“La Mary K. trasporta vestiti”, urla Testone.
“Quali vestiti? La cenere è ancora tiepida”.
Yusuf è furioso. Il suo corpo longilineo e nervoso si muove scomposto come un insetto che annega. Agita le braccia e dice delle parole che somigliano a dei ruggiti. Poi veloce torna in sé e si avvicina a un nuovo container e spezza il lucchetto. Le sue mani ossute annaspano nello scuro della scatola di metallo finchè gli occhi non si abituano alla visione notturna.
C’è un’altra montagna di cenere e resti di magliette e qui e lì si vedono spuntare spigoli di scatoloni. Yusuf poggia una mano sulla cenere, anche quella è ancora tiepida.
“E’ opera del demonio”, urla Yusuf.
I due lo vedono uscire e agitarsi come poco prima.
“C’è la cenere anche in quello?”, urla Testone.
“E’ molta di più”.
“Più dell’altro?”.
“Vatti a fidare, nemmeno questi sanno più quello che trasportano. Dentro questa nave c’era il diavolo te lo dico io”.
“Apri l’altro”, urla Testone.
Hassan spacca il lucchetto indicato da Testone apre lo sportello.
“Questo è vuoto”, urla Hassan.
“Come vuoto?”, urla Testone.
Yusuf torna in sé e ne apre ancora un altro. Quando esce le sue parole si disperdono sulla tolda, come investite da una provvidenza che nasconde le cose che l’uomo vuole trovare e anima i sentimenti più reconditi e violenti. Come una nave venuta dal nulla la Mary K. galleggia sull’oceano Indiano a una velocità di quindici nodi e trasporta un carico distrutto e putrefatto. L’equipaggio è scomparso, i container sono vuoti, ma nascondono delle ceneri ancora tiepide come degli indizi che più che indecifrabili sembrano solo alimentare rabbia.
A centottanta chilometri a sud est del golfo di Carpentaria, in Australia, il ventitré marzo del 2006 fu avvistata da un aero da ricognizione della guardia costiera, un mercantile alla deriva. Lungo circa cinquanta metri e visibilmente sfinito, il mercantile scarrocciava senza essere governato. Visto che non dava segnali di risposta, la nave fu accostata dalla motovedetta Storm Bay e vi salirono a bordo una dozzina di ufficiali australiani.
Il mercantile era in pessimo stato, ma si riuscì a risalire al nome, che malgrado la corrosione era ancora leggibile sulla murata di prua: Jian Seng. A bordo non c’erano segni di recente attività umana, anche se nelle stive erano accatastati parecchi sacchi di viveri. Gli ufficiali australiani hanno pensato che fosse una nave d’appoggio, utilizzata per il trasporto di vettovaglie dai pescherecci che battono la zona nord del continente abbandonata dopo una tempesta. Ma quando hanno cercato il porto dove fosse stata registrata, le autorità hanno scoperto che la nave era sconosciuta, mai stata costruita e mai stata iscritta in nessun porto del mondo, come un fantasma venuto da un altro mondo, più potente e anarchico rispetto a quello legale. Un mondo in grado di eludere qualunque controllo, tanto che se ne trovano solo i cadaveri che lascia sul suo percorso. La guardia costiera australiana ormai non ha dubbi, la nave è appartenuta a pescatori di frodo di nazionalità mista.
“Sono già passati”, urla Testone.
Hanno delle facce sconvolte, ora che si sono tolti i passamontagna. Aprono un altro container, con il lucchetto spezzato e guardano dentro. Solo ora Yusuf vede i denti di Hassan dentro l’oscurità della scatola di metallo, spuntare fuori dalle labbra come protuberanze che concedono al corpo più aria.
“Non c’è proprio niente”, urla Hassan.
“Sono già passati”, urla Testone.
Yusuf non vuole sentirle quelle parole. Come una furia esce dal container e ne apre un altro. Yasef aveva promesso macchine e televisori e tanta roba da farli diventare ricchi. Aveva parlato di almeno dieci ostaggi per cui chiedere due milioni a ostaggio. Ma il mercantile è un mercantile fantasma lasciato alla deriva davanti alle coste di una nazione che non esiste.
Yusuf lascia la tolda in gran fretta, sale di due ponti, scorre lungo un corridoio e sbuca da un boccaporto che accede a un lungo corridoio. Ha la testa che gli esplode e il viso lucido di sudore. L’aria condizionata che viene pompata dai bocchettoni gli dà i brividi. Non è possibile che siano passati prima di loro. Si sarebbe saputo, la voce sarebbe circolata, almeno nel Puntland.
“Sono stati quelli di Assil Nabi”, gli dice Yasef.
Dalla cabina di comando si rivede il mare che spuma sulla cresta delle onde e si vedono tutti i container allacciati tra loro in lunghe file, con la lamiera corrugata che manda strani riflessi. Sono sempre bellissimi, ma sono vuoti, e i due alberi di carico sulla fiancata destra della nave sembrano due guerrieri abbattuti e martoriati dal sole.
“Quel maledetto è arrivato per primo”, dice Yasef.
La plancia è bruciata e le pareti sono nere con i segni delle fiamme. Ci sono i resti di sei monitor con i vetri scoppiati e la plastica accartocciata. Yusuf sente le schegge mentre cammina che esplodono. Sono arrivati per primi e non gli hanno lasciato niente. Hanno preso quello che c’era e l’equipaggio e hanno dato fuoco alla nave. Ora Sono da qualche parte in una delle miriadi regioni del corno d’africa a dividersi il bottino.
Yasef è in una stanza coperta di fuliggine, sembra più un grotta e lui legge delle carte sparse sul pavimento. Da quel lato Yusuf vede bene che l’uomo mastica Khat come un bambino affamato.
“Siamo arrivati tardi”, dice Yasef.
“Perché quelli di Assi Nabi?”, dice Yusuf.
“Per quello che gli abbiamo fatto il mese scorso a largo di Bandarbeyla”.
“Non era risolta?”.
“No. Loro sono dei vendicativi”.
“Presto faremo una brutta fine”, dice Yudy.
Yusuf sente solo la voce.
“Quale brutta fine?”, dice Yusuf senza sapere dove rivolgere lo sguardo.
“Non sono cose che possiamo fermare, siamo solo vittime delle circostanze”, dice Yudy.
Yusuf vede un’ombra muoversi con lentezza dietro una paratia abbrustolita.
“C’è qualcosa di impuro su questa nave e presto ci sarà il contatto”, dice Yudy.
Yusuf guarda il capo con aria sconcertata.
“Lascialo stare. Ne ha masticato troppo”, dice Yasef sputando una parte del suo Khat a terra.
“Che cosa facciamo?”, dice Yusuf.
“Torniamo”.
“Non abbiamo abbastanza benzina”, dice Yusuf.
“Il contatto è una cosa tremenda”, dice Yudy.
Yusuf lo vede cadere a terra. E’ ricurvo su sé stesso e ha degli spasimi come se dovesse vomitare, sembra sazio di tutte le cose strampalate che ha detto. Poggia un braccio a terra e si rialza in piedi con la maglietta della Nike zuppa di sudore.
“C’è odore di zolfo qui dentro”, dice Yusuf.
“Troviamo altra benzina e rientriamo prima che faccia buio”, dice Yasef.
“E con lui come facciamo?”.
Yudy è appoggiato alla parete e pronuncia delle parole sottovoce. Il suo sguardo sotto le ciglia ricce è assente e i colori del viso sono ingrigiti, non sembra un uomo africano.
Assi Nabi è uno dei maggiori pirati del Puntland. Tutti i pirati vengono dalla regione indipendente del Puntland e tutti ci tornano. Non si vende bene come in nessun altro posto e se volete fare veri affari bisogna recarsi dove le navi cariche di beni vengono smontate pezzo per pezzo come da piccole formiche laboriose.
Il Puntland è una regione del Corno d’Arica nord-orientale. Confina con Somaliland, con gli auto dichiarati stati Maakhir e Northland, con l’Etiopia e con il Galmudug. La costa si estende per 1600 km e ha dato la possibilità alla gente del posto di vivere di pesca. Con piccole piroghe in legno puntavano sui fondali dove c’era il passaggio di tonni che si andavano a riprodurre nei periodi autunnali. Trenta anni fa i tonni sono scomparsi e per decadi ci sono state grandi carestie e milioni di persone sono morte di fame, mentre i pescatori vedevano le loro barche marcire in rada sulle spiagge toccate dalla bassa marea.
Poi i tonni sono tornati. Grandi oltre l’immaginazione umana, hanno iniziato a risalire la costa somala anche fuori stagione. Non erano più veloci come un tempo, ma lenti e meccanici e al posto delle lische avevano le lamiere e al posto delle uovo tanti tesori chiusi in delle scatole.
I pescatori hanno capito che le reti non servivano più e si sono attrezzati con trappole e armi più redditizie.
“È stato Assil Nabi, non ha mandato giù quello che è successo a largo di Bandarbeyla”, urla yusuf.
“È roba di un mese fa”, urla Testone.
“Dobbiamo cercare benzina per il ritorno, ce ne andiamo”, urla Yusuf.
“E l’equipaggio?”, urla Hassan che continua a cercare dentro i container.
“Non c’è nessuno, la plancia è bruciata”.
“Che vuoi dire con bruciata?”, urla Testone.
“Quelli di Assil Naibi gli hanno dato fuoco”.
“E chi sta governando la nave?”, urla Testone.
Yusuf si aggira sulla tolda come un prigioniero che ha trovato la libertà dopo decadi di reclusione. Non sa dove sbattere la testa.
“Dobbiamo cercare della benzina quindi?”, urla Hassan.
Uno dei più grandi colossi nei trasporti è la Evergreen Marine Corp di Taipei, specializzato nella vendita di container. Serve ottanta paesi e i suoi container arrivano nei duecentoquaranta porti più importanti al mondo. C’erte volte in Italia si vedono treni interminabili che trasportano container verdi su cui è stampata una scritta in bianco: Everegreen.
Sono la quinta compagnia per numero di navi, e la quarta nel trasporto via container. Ogni giorno fanno muovere nei porti mondiali circa 439,568 container e non puntano su grandi navi in grado di trasportarne diecimila o anche oltre, come fanno le più grandi compagnie tipo la Maersk Seland Incl. Safmrine o la italiana Mediterranea Shpping Company, ma su piccole navi da non più di settemila container.
Il ponte e la stiva della Mary K. sono riempiti dai parallelepipedi verdi della ditta di Taipei. Hassan li guarda e senza darsi pace spera ancora che dietro quel verde si nasconda il grande tesoro. Verde speranza, ripete dentro di sé. Verde speranza.
“Fermati e cerchiamo la benzina o ci muriamo su questa nave”, urla Yusuf.
“Mio cugino ha ordinato di cercare la benzina?”.
“Certo che lo ha ordinato”.
“Non ci credo”.
“Sono vuoti, questi due sono vuoti”, urla Hassan da circa dieci metri, le sue parole si sentono appena.
“È una nave maledetta, lascia stare, cerchiamo la benzina”, urla Yusuf.
“Non ci posso credere che è stato Assil Nabi”, grida Hassan.
“Ma come hanno fatto ha prendersi tutto?”, urla Testone.
“Hanno preso quello che gli serviva e hanno dato fuco al resto”, grida Hassan.
“Cerchiamo la maledetta benzina”, urla Testone.
“Tanto tuo cugino non ha il coraggio di mettersi a cercare come si deve”, urla Yusuf.
“Che vuoi dire?”, urla Testone.
“Che se fosse per me cercherei ancora. Queste navi sono enormi, qualcosa la tiriamo fuori. Ma tuo cugino non ci riesce, è troppo per lui”.
Il vento spazza via le parole e i tre negri splendono sotto il sole. A quell’ora avrebbero dovuto essere ricchi e sulla via del ritorno. Yusuf sa che se almeno accumulassero poche cose potrebbero tornare a casa con il minimo onore indispensabile e potrebbero preparare con calma un altro arrembaggio. Ma sa anche che quella nave è sotto cattivi auspici e che conviene abbandonarla subito, ma non lo accetta.
Testone viene da un famiglia che conta, lui è cugino di primo grado di Yasef. La loro famiglia appartiene a una tribù del Puntland in grande ascesa. Hanno tanta terra e un paio di palazzi a Mogadisho e altri nella regione poverissima del Gaalkacyo. Questo vuol dire che la loro dignità di uomini è al sicuro e non può essere compromessa da un assalto andato male.
Erano una famiglia di pastori e nullatenenti, ora sono dei mercanti e i padroni del territorio intorno a Eyl. Sono temuti e non accettano che qualcuno sia fuori dal controllo sulle loro terre. Hanno una rete di persone, non di soldati, di semplici uomini che fanno semplici lavori, pronti a denunciare chiunque non sia schierato e chiunque commerci senza avere avuto il permesso.
Queste persone non vengono a uccidervi, ma vi tolgono la dignità, indicandovi in qualunque posto vi trovate. Siete in strada e un uomo a voi sconosciuto alza la mano e allunga l’indice come un essere ipnotizzato, così fa quello che gli sta accanto e quello che viene dopo. Vi riconoscono come nemico delle tribù e isolano la vostra persona in attesa del verdetto risolutore.
Un pomeriggio, un giorno dell’anno precedente, Yusuf si era trovato circondato da gente che lo indicava, perché faceva affari senza pagare le tasse alla famiglia di Yasef. Quando era tornato a casa aveva trovato il responso dei capi tribù appeso a un ramo a tre metri dal suolo. Davanti la sua baracca, il fratello dondolava nel vuoto con la lingua gonfia tra i denti e legata al piede una gallina per metà senza penne che con il becco strusciava al suolo creando strani disegni nella polvere.
“Tu stai zitto”, urla Testone.
“Se fosse un vero capo ci farebbe scorticare la nave”, urla Yusuf.
“La nave è vuota e dobbiamo andarcene”.
“Lo vedo da me che è vuota e che ci vuole la benzina, ma siete una famiglia di codardi”.
“Come hai detto?”.
“Mi hai sentito”.
Testone non aspettava altro, prende la rincorsa e colpisce in allungo l’uomo, che cade a terra. I due corpi rotolano sul metallo della tolda. Sono vicini alla murata sotto vento e Yusuf si rialza e con la culatta del fucile colpisce in pieno stomaco Testone e poi su un braccio. Piegato in due e senza fiato fa uno spostamento laterale e schiva il secondo colpo, ma prende il terzo dritto sulla schiene che lo abbatte a terra.
“Sei davvero uno stupido”, urla Yusuf.
Testone alza il busto e lo poggia sul parapetto di una scala a chiocciola. Rimane immobile come se stesse per morire e si tiene il braccio sinistro.
“Mi hai rotto il braccio”, urla Testone.
Yusuf non se l’aspettava e gli va vicino per controllare se le parole corrispondono al vero.
“Mi hai spaccato il braccio!”.
L’avambraccio è viola e continua a cambiare colore. Si vede un’escrescenza vicino al gomito gonfiargli la pelle.
“Dio santo quello è l’osso”, urla Hassan.
“No che non è l’osso, si sta solo gonfiando”.
“Sei un uomo morto Yusuf Abdullaev”, urla Testone.
Yusuf sente l’odio montargli nel petto, un odio enorme che gli serpeggia nelle budella.
Un colpo risuona su tutte le balaustre metalliche della tolda e negli stretti interstizi tra i container. Un colpo singolo sparato dall’alto.
Yusuf è il primo a voltarsi e sul primo ponte della sovrastruttura vede il capo con il braccio alzato e la pistola in pugno che brilla come una torcia sotto il sole.
“Fatela finita”, urla Yasef.
“Questo cane mi ha spezzato il braccio”, urla Testone alzandosi in piedi.
“Non siete gente che può essere lasciata sola”, urla Yasef.
“Ci ha dato dei codardi”, urla Testone.
Yasif non si muove, sembra una divinità che sta per emanare un verdetto risolutore e perentorio.
“Falla finita adesso”, urla Yasef.
Yusuf vede un sorriso nascere da sotto i folti bassi di Yudy, che accanto al capo tiene le mani puntate sul parapetto.
“Che cosa vi avevo detto di fare?”, urla Yusuf.
I tre negri sulla tolda rimangono in silenzio per qualche minuto, sembrano accecati dal sole che a forza si è conquistato uno spazio nella spessa foschia metallica.
“La benzina”, urla Hassan.
“Allora perché non siete andati a prenderla?”, urla Yasef.
“Cugino, questo bastardo mi ha rotto il braccio e ha insultato la nostra famiglia”.
Yusuf lo guarda e non gli risponde, sembra stia pensando, ma è un personaggio ambiguo e sotto quelle rughe spesse del viso può nascondere qualunque intenzione senza che nessuno ne sappia qualcosa.
“Hassan e Yusuf andate a cercarla nei ponti inferiori, noi cercheremo qui”, urla Yusuf.
“Cugino, mi ha rotto il braccio, ho l’osso di fuori”.
Yasef non c’è più davanti al parapetto. Yudy dà un’ultima occhiata e poi anche lui sparisce sul primo ponte della sovrastruttura.
“Mio cugino ti taglierà la gola. Ho visto il suo sguardo e so che ti taglierà la gola”, urla Testone.
Yusuf si mette l’arma a tracolla e si avvia verso la passerella da dove sono sbucati poco prima convinti che si sarebbero arricchiti. Il rumore del vento soffoca le parole, le contorce e le trasforma in qualcos’altro. Ma Yusuf sa bene cosa gli sta bollendo in petto, lo sente crescere da anni come un lupo che attende fuori dal recinto che il mandriano faccia uscire le bestie per il pascolo.
Il sole rientra sotto la coperta della foschia e le figure diventano meno nette e i colori si spengono. La fatica di respirare a causa dell’umidità si mescola alla fatica di vivere in uno stato di anarchia, dove le poche leggi spingono Yusuf a sentire pulsare l’odio come un propellente vitale, che lo spinge all’azione e alla sopravvivenza in un mondo anonimo. Così i suoi occhi si abituano senza problemi all’oscurità del ponte due e vede la sagoma di Hassan andargli dietro con il lanciarazzi che sembra un prolungamento del suo corpo.
“Prima avevo visto qualcosa qui sotto”, dice Hassan.
“Figuriamoci se una nave del genere nasconde taniche di benzina”.
“Nelle due scialuppe”.
“Dove?”.
“Avanti, avanti”.
“Tu non sai niente Hassan”.
“Cos’è vuoi iniziare anche con me. Sono un povero negraccio come te”.
Il ponte due è aperto in quella zona da ampi fori, larghi anche un paio di metri e di forma ovale oltre i quali si vede scorrere il mare.
“Quanto diavolo è lungo questo ponte”.
“Devono essere da queste parti”.
Yusuf può immaginare stive piene di macchine e computer, tutta roba che poteva rivendere bene anche senza l’aiuto di Yasef a delle persone con cui era rimasto in contatto. Può solo immaginarle quelle cose e sentire l’amaro che scorre nelle sue vene davanti all’evidenza dei fatti.
La luce proviene dai fori e illumina tutto il soffitto. Ma bisognava stare attenti a dove si mettono i piedi perché oltre una certa linea c’è il buio.
“Quando arriviamo a Eyl ti conviene sparire”.
“No, che non mi conviene”.
“Ti taglierà la testa”.
“No, non lo farà. Comunque se dovessi scappare la taglierebbe a mio fratello o a una delle mie sorelle”.
“Appena mettiamo la lancia in secco, defilati tra la folla. Non farti più vedere nella provincia di Eyl”.
“E dove vado? Io qui ci sono nato”.
“Lo so, ma devi imparare che per come vanno ora le cose non puoi avere una casa e rimanere stabile”.
“Dici che non me la perdonerà?”.
“Non ti ha mai potuto sopportare, aspettava che tu facessi qualche passo falso”.
“Non l’ho tradito”.
“Non importa. Ho scapi e ti abitui all’idea di non avere una casa o muori”.
“Qualcuno ci andrà comunque di mezzo”.
“Sì, ma non sari tu”.
“Hai sentito”, dice Yusuf.
“No”, dice Hassan.
“Aspetta ora sì”, aggiunge Hassan.
“Cos’era?”.
“Eccolo di nuovo”.
“Sembrerebbe qualcuno che corre”.
“Già. Nel ponte sotto di noi”.
Si sentono dei passi, sembrano di due persone che corrono nel ponte uno.
“C’è qualcuno allora”, dice con aria furba Hassan.
I passi rimbombano nel ponte inferiore. I due imbracciano il fucile e si sente la leva della carica fare due rumori metallici. A circa venti metri da dove sono ora, prendono una passerella che li fa scendere di un ponte e rimangono alla fine della scala fissando il lungo corridoio.
“Non c’è niente”, dice Yusuf.
“Che dici, l’abbiamo sentito il rumore, e non è da solo”.
Hassan si abbassa il passamontagna e inizia a camminare verso la prua. Sembra un soldato sovietico della seconda metà del novecento. Ha una giacca mimetica militare color ghiaccio, fatta per gli appostamenti sulla neve o in zone di montagna e degli anfibi spellati con una placca di acciaio sotto la pianta del piede.
“Non sento niente”, dice Yusuf.
“Zitto,”dice Hassan.
Come chiamato da Yusuf il rumore si scatena. Non è facile inquadrare la provenienza, sembra molto più avanti, dove lo stretto corridoio finisce e ne inizia uno che taglia la nave longitudinalmente. Il suono dei passi rimbalza impazzito come un meccanismo spanato.
“Sembra che non si regga sulle sue gambe”.
I passi sono veloci, ma li segue sempre un tonfo secco e alcuni secondi di silenzio. Il rumore gli giunge debole, oltre una diecina di paratie metalliche spesse ognuna mezzo centimetro.
“Vieni, vieni”.
I due corrono e Hassan scivola dopo nemmeno dieci metri. I suoi scarponi sul linoleum non hanno presa.
“Dove diavolo è?”.
“È sempre qui, su questo piano, puoi giurarci”, dice Hassan rialzandosi.
Il rumore dei passi veloci dei probabili fuggiaschi si mescolano alle vibrazioni del motore della Mary K. Ogni pistone è grande quanto un’utilitaria di media grandezza e la combustione avviene con il gasolio che circola all’interno di più turbine, come quelle degli aerei di linea. Anche se ci sono un paio di mercantili a propulsione nucleare, non son destinati ad aumentare, perché la produzione di energia tramite l’uranio è ancora troppo costosa per le navi. Il vecchio gasolio può spingere 94750 tonnellate a una velocità di trenta chilometri orari. La Mary K. ha un motore della potenza di 90700 cv.
“Lo senti?”, chiede a bassa voce Hassan.
Davanti ai loro occhi c’è un corridoio simile agli altri che hanno visto e non più lungo di quaranta metri. Il metallo delle pareti vibra appena come sottoposto a uno stress troppo prolungato.
“Corre e cade”.
“Già”.
“Mi sembra più un animale che fugge”, dice Yusuf.
“Più di uno”.
“Ascolta, ascolta”.

© Andrew Shaw

Yasef si affaccia da uno dei boccaporti alle loro spalle e gli urla:
“C’è una nave all’orizzonte che punta dritta su di noi”.
Yusuf non sente fino in fondo le parole del capo. È già fuori sul ponte di coperta e la luce lo abbaglia per un attimo. Mette una mano per ripararsi dal sole e guarda dove gli viene indicato. All’orizzonte c’è un ammasso grigio. Yasef gli passa il cannocchiale di Yudy e Yusuf mette a fuoco un peschereccio, lungo non più di cinquanta metri che a pieno regime viaggia verso il mercantile, lasciandosi dietro una scia bianca come quelle che gli aerei lasciano in cielo. Ha superato da poco la linea dell’orizzonte, più o meno si trova a dodici miglia e li ha avvistati.
“Che cosa facciamo?”, urla Yusuf.
“È troppo veloce”, urla Yasef.
“Che vuol dire è troppo veloce?”.
“Che non scappiamo”.
“Allora è finita, tanto vale che ci ammazziamo come cani a vicenda”.
“Tu sei uno stupido”, urla Yasef,”
Yudy si avvicina alle sue spalle e senza che se ne sia accorto lo colpisce con l’elsa della sciabola sulla nuca. Il colpo è abbastanza forte da far crollare un cristo come Yusuf. A terra, tra le pozze di acqua si rotola fino a toccare il bordo in una paratia metallica, dove riprende fiato.
“Faremo così… ci nasconderemo nella stiva, tra i container e aspetteremo”, urla Yasef.
“Che cosa vuoi aspettare, perquisiranno la nave, vedranno la lancia”, urla Yusuf ancora sdraiato e dolorante.
“Non vedranno nessuna lancia. Adesso Hassan affonda quella lancia e noi andiamo nella stiva”.
“E poi, traineranno il mercantile in qualche porto e allora ci scopriranno e ci faranno saltare la testa”, urla Yusuf.
“Tu non sai un bel niente di queste cose. Per questo mi sei sempre stato antipatico. Perché pretendi di sapere”.
Yusuf si rialza in piedi e si regge con una mano al parapetto. Volta lo sguardo dietro di sé e vede Yudy impugnare la sciabola al contrario, sembra pronto a colpirlo ancora una volta.
“Se tu sapessi qualcosa di questo mondo non staresti a lamentarti come un cane”, urla Yusuf.
“Nessuno ci prenderà, nessuno ci arriverà vicino abbastanza da infilzarci con qui luridi forconi”, aggiunge tutto d’un fiato Yasef.
“Come le sai queste cose?”, chiede Yusuf.
“Perché sono il tuo capo e puoi stare certo che se ci infiliamo nelle viscere di questa nave, nessuno ci torcerà un capello”.
“No”, urla Yusuf.
Quello che dice il capo non è più credibile, con lo sguardo febbrile sbava come un cavallo drogato e il piccolo bolo di khat si vede appena sotto la sua guancia.
“Abbiamo un altro problema e non sarà quella nave”, dice a bassa voce Yudy.
“Che?”, urla Hassan che gli sta vicino.
Yudy non replica e come un oracolo che conosce il futuro, pronuncia parole incomprensibili. Le sue labbra si muovono come dei geghi nell’accecante luce del giorno.
Tocca ad Hassan affondare Rocky 4, ma all’ultimo il capo ci ripensa e va lui in persona. Quando torna dalla poppa, il peschereccio è non più lontano di sei miglia e col cannocchiale si vede per bene che è una barca mal messa, con lo scafo e le murate corrose dalla ruggine, ma non ha importanza perché sopra si muovono parecchie persone.
Il Testone consiglia di nascondersi nei container. Il capo pensa che sia l’unica cosa fattibile e si mette in coda al gruppo per non fare saltare in testa strane idee agli uomini.
Le luci sono spente e i container sono stipati in colonne da due sul lato sinistro e su quello destro, nel mezzo c’è uno stretto corridoio che sparisce nell’oscurità. Il Testone suggerisce di nascondersi lì, di andare un bel po’ giù per il corridoio e poi di chiudersi dentro e aspettare.
La stiva della nave ora sembra una tasca di lamiera, non così grande come l’avevano vista in principio e piena di posti poco nascosti. Tutto il carico è bruciato anche lì e la puzza di cherosene e metallo riscaldato fa respirare male i cinque negri.
Continuano a camminare, senza dire una parola. Testone guida il gruppo tenendosi il braccio rotto e suo cugino lo chiude camminando all’indietro.
Yusuf trova un container in fondo e chiede al capo se può nascondersi lì, non regge molto doverglielo chiedere, quasi sente la rabbia torcergli le vene, ma non c’è altra scelta.
“Tu e Hassan, non fate rumore”, dice Yasef,” noi siamo più avanti”.
All’interno del container Hassan fa luce con l’accendino e a terra trovano una montagna di magliette sparse. Ci sono alcuni scatoloni vuoti e Yusuf ne prende uno e con gesti consumati ne tira fuori una sorta di cubo stabile, che regge il peso di un corpo umano. Hassan fa lo stesso e i due si trovano l’uno davanti all’altro a riprendere fiato.
“Non credo che ne usciremo vivi da questo posto”, dice Yusuf.
“A no?”.
“No, non credo proprio”.
“Perché”.
“Cos’è non ci arrivi da solo?”.
“No, non c’arrivo”.
“Ci fidiamo troppo di questa gente di Eyl, sono più forti, sono tribù più ricche, ma in fin dei conti sono tutti dei drogati”.
“Tu ti senti superiore a loro”.
“Forse. Loro hanno più cose di quante ne abbia mai avute la mia famiglia e non vedo l’ora di vederli col culo per terra a chiedere l’elemosina. So per certo che non sono superiori a me”.
“Lo so che lo sai, il problema è che l’invidi”.
“Io non l’invidio”.
“Sì invece, stavi per diventare uno di loro e loro non ti hanno accettato, non hanno accettato di condividere con te il loro potere e tu l’invidi per questo”.
“Io non l’invidio mangia cani”.
“Sì, invece è questo che ti rende insopportabile e fino a quando non li vedrai appesi per le gambe e sgozzati non ti darai pace”.
“Be’ è probabile”.
“Tu non lotti per la tua famiglia”.
“Invece lo faccio?”.
“No che non lo fai. Sei solo invidioso. Tu li invidi e non sei qui per far diventare ricca la tua famiglia, ma per diventare più forte di loro. Il tuo ragionamento, la tua rabbia si basa tutta su questo”.
Si sente un secco rumore metallico come se il mercantile avesse urtato qualcosa.
“Tu non sia niente”, dice Yusuf.
“Falla finita, io a te ti ho capito e anche bene. Vedi di starmi lontano”.
“Non c’è problema, non ci tengo a stare vicino a quelli come te”.
Rimangono in silenzio e non sembra che il tempo passi, finchè non sentono dei rumori scorrere veloci e la porta del container si apre, un cane mette la sua testa all’interno e sbava e abbaia verso i due uomini. Lo tiene una sagoma ampia che tiene un braccio alzato con una torcia, apre tutto lo sportello e gli punta contro una pistola. Dietro di lui ci sono altri due uomini che li accecano con delle torce e gli puntano contro due canne bucherellate.
Gli uomini vengono portati sulla tolda con le mani legate dietro la schiena da delle fettucce strangola tubo. li spingono fino davanti a tre persone che parlano tra di loro, poi li colpiscono alle gambe e i due crollano a terra in ginocchio.
Il cane pastore abbaia e l’uomo glielo spinge contro quasi alla distanza ideale per azzannarli. Hassan è quello che gli sta più vicino sente il fiato fetido dell’animale e i canini sbavare e lo sguardo gonfiarsi come se fosse fatto di khat.
Vengono portati anche gli altri tre uomini. I due cugini cadono a terra facendo un tonfo sordo con le loro ginocchia massicce e Testone geme, perché nonostante il braccio rotto, gli hanno legato le mani dietro l schiena.
Uno dei tre uomini che parlottavano tra di loro si volta e si avvicina. Yusuf capisce che è il capo, lo stomaco in fuori tagliato a metà da una stretta cintura militare e da un paio di pantaloncini corti con lo stemma della Nike. Ai piedi indossa delle scarpe da ginnastica logore.
“Non lo sapete che da queste parti, non potete fare certe cose?”, urla il capo.
I cinque negri rimangono in silenzio con la testa abbassata. Il capo della banda inizia a camminare avanti e indietro davanti a loro, ogni tanto arriva qualche suo uomo, con la faccia bendata da un fazzoletto colorato e gli riferisce qualcosa.
“Non capite quello che dico? Adesso noi vogliamo solo sapere dove avete fatto finire il carico di questa nave. Una parte dei container sono andati a fuoco, ma mi dicono i miei uomini, che ce n’è un’altra parte che è solo vuota”.
I cinque non rispondono e il capo si spazientisce e tira un calcio poco potente nello stomaco di Hassan.
“Non capite? Dov’è finita la roba che avete preso? Dov’è la nave di appoggio? Gli avete detto di filare via non appena ci avete visto arrivare”.
Hassan finisce di tossire e si rialza. Sembra mal messo, il colpo deve essere stato più violento di quanto sembrava.
Un ragazzo dalla maglietta arancione si avvicina al capo e gli dice qualcosa e quando finisce di parlare gli mostra il cavo a cui era legata Rocky 4. L’uomo si scurisce in viso e prende in mano il cordone di plastica, lo osserva alcuni secondi, poi manda via il ragazzo e torna davanti ai negri.
“Dov’è la nave di appoggio. L’avete legata con questa. Dov’è finita?”, urla il capo.
Il capo fa passare intorno alla mano il cordone e con veemenza colpisce Yasef in pieno volto, lo ha colpito solo perché era il più vicino e quando ritira la mano gli altri si accorgono che non è stato un colpo premeditato.
“Dove avete fatto sparire la nave?”.
Nessuno gli risponde e l’uomo allunga per bene il cordone e gli fa fare solo due giri intorno alla mano, in modo che si trasformi in una frusta corta. Il suo viso nero emana riflessi violacei come uno strano animale marino e si contrae prima di far cadere la corda sulla faccia di Yudy.
Yasef è rimasto a terra e non si muove, la sua figura e scomposta in mille colori.
“Vi ammazzo a tutti se non mi dite dove avete fatto sparire il carico”.
Yudy ha un segno sulla guancia. Sembra solo un’escoriazione, ma la pelle si gonfia in una lunga striscia rossa e inizia a buttare sangue.
“Che cosa vi costa ditemi dove avete messo la barca. L’avete fatta andare via col carico? Alcuni di voi sono fuggiti e voi siete rimasti qui a distrarci… è così, vero?”, urla il capo.
Un uomo con la faccia scoperta esce fuori da un boccaporto e corre verso il capo. Il mitra ciondola nell’aria seguendo il ritmo rapido delle gambe.
“Capo forse c’è qualcosa che dovrebbe vedere”, gli dice.
“Avete trovato qualcosa?”.
“Sì signore, proprio qualcosa”.
“Ah ammazzateli a tutti questi storpi, quando saranno a terra mi diranno che fine hanno fatto fare al carico”.
Davanti ai cinque negri si riuniscono altri sette negri, prima parlottano tra loro, come se stessero mormorando il rosario, poi si voltano e Yusuf si accorge che hanno le mani coperte di strumenti interessanti e che gli faranno sputare sangue. Vengono presi, vengono fatti alzare e portati in fila davanti a un grasso uomo che prima di pestarli gli chiede per l’ultima volta, come un prete, di confessare dove è finito il carico.
Durante il sonno Yusuf sogna. È in un grande piazzale contornato dall’oscurità e a terra ci sono tante pietre immobili sopra l’asfalto. Le fissa per qualche istante, sono l’unica cosa che riesce a vedere e scopre che in realtà sono macerie. Pezzi di calcinacci e di mattoni. Intorno a lui, dove c’è quell’oscurità così marcata, deve essere avvenuta un’esplosione o qualcosa di simile. Un‘altra guerra pensa Yusuf e sente il proiettile incastonato nello stomaco muoversi, come attirato da un magnete e uscirgli dal corpo. Il proiettile sale in alto nel cielo nero. C’è qualcosa la su che lentamente si colora. Da principio fatica a metterla a fuoco, poi i lineamenti si fanno definiti. Una grande membrana con al centro una valvola che si apre e si chiudi come un battito di cuore. È irrorata da centinaia di capillari tutti rossi come il sangue che vi scorre, tutti in evidenza come se quel cuore stesse per scoppiare. Yusuf, si sente minacciato e prova a scappare. Una corsa lenta e inutile nell’oscurità. Dopo alcuni minuti si ferma per cercare di riprendere fiato e la valvola è ancora sopra la sua testa che batte. Improvvisamente sente il rumore della pioggia e vede cadere dal cielo tanti proiettili. Non vengono sparati, sembrano cadere a peso morto come chicchi di grandine che rimbalzare sul terreno circostante. In principio sembra proprio il rumore della pioggia, poi il rumore cambia.
Yusuf apre gli occhi e sente il suo viso bruciare. La luce invade la sua retina come uno spillo incandescente. Sa di avere il labbro superiore gonfio e aperto in qualche punto e la testa gli gira. Riconosce la tolda del mercantile e sente una parte del suo corpo bagnata in modo ritmico, lo stesso ritmo della membrana, come se il sogno fosse più reale del previsto. Il mare deve essersi alzato, pensa e continua a fissare le figure che in lontananza, si muovono acquose come dei miraggi.
Prova a muovere le braccia, ma sono ancora legate dietro la schiena e sente un dolore acuto alla spalla destra e su tutto il fianco. Cerca di strusciare per raggiungere l’ombra della sovrastruttura, ma si sente troppo debole, l’hanno ridotto male. Erano in due, non ricorda altro, o almeno gli costa troppo ricordarlo.
Prova a voltarsi sul dorso perché gli sembra di soffocare. Il suo piede destro è legato e sdraiato sullo stomaco non riesce a vedere che cosa lo blocchi. Si sente soffocare.
Piano piano la sua retina comincia a delineare le persone. Oltre ai negri ci sono altri uomini. Sono disposti su due file lungo il parapetto della murata di dritta e gli è sembrato di vedere che qualcuno finire in mare. Non l’ha visto, ma sa di avere assistito a un esecuzione; delle urla sconnesse, il colpo secco simile a uno sparo, qualcosa che prima c’era e ora non c’è più dentro la visione appannata dei suoi occhi. Forse è stato quello a farlo rinvenire.
Prova ancora a voltarsi e sente un leggero movimento del sostegno a cui è legata la gamba destra, come se fosse stato bloccato a qualche sbarra logorata dalla ruggine. Racimola qualche forza e tenta di tirare con più forza, almeno per potersi mettere sul fianco. Il sostegno sembra assecondarlo fino a quel punto.
Così sdraiato sul fianco ingoia più aria. Respira per pochi secondi a pieni polmoni, tenendo gli occhi chiusi, quando li riapre vede la sua maglietta imbrattata di sangue, l’acqua salata l’ha diluito in larghe chiazze stinte. Accanto a lui c’è il corpo di Hassan riverso a terra col volto tumefatto che emana strani colori sotto il sole come un prisma. Li hanno pestati con tutti quei gingilli che si sono infilati nelle dita e li hanno gettati lì, in attesa che parlino. Yusuf prova a ragionare e capisce solo che il suo piede è legato a quello di Hassan, non a un paletto marcio e la fuga gli sembra una soluzione poco probabile.
“Hassan, Hassan svegliati”.
L’uomo al suo fianco non dà segni di vita, non c’è nessun altro su quel lato della tolda. Solo loro due e le figure in lontananza.
“Hassan svegliati”.
Yusuf da uno strattone con la gamba destra, tanto da far avvicinare il corpo del compagno di pochi centimetri. Il cranio si volta come se avesse rotto, con quell’ultimo brusco movimento, la molla che lo teneva appiccicato al pavimento. Un grande squarcio longitudinale gli corre per circa dieci centimetri sulla fronte alta. La ferita è profonda e asciutta, il colpo mortale gli è stato dato proprio in quel punto, con un machete o con una spada. Gli occhi del cadavere sono aperti e vivi come se l’anima avesse faticato a uscire dal corpo.
I negri giù in fondo urlano contro le due file di bianchi. Il loro capo sembra furioso e cammina avanti e indietro sbattendo la punta della spada sul metallo zigrinato di un container, le due gambe che spuntano dai pantaloncini sono così magre che l’uomo sembra sorreggersi sul niente.
Yusuf strizza gli occhi, che gli bruciano per via dell’acqua di mare che lava la tolda. Lungo la murata sotto vento incorniciati dagli spruzzi delle onde, ora vede bene le figure. Sono dei cinesi, vestiti alla meno peggio e dall’aria sporca e stanca. Tutti indossano dei pantaloncini corti e sembrano tutti uomini. Sono ordinati, inespressivi e rimangono in silenzio davanti alla voce alterata del capo. La loro pelle bianchiccia è trasparente sotto il sole. Si ergono come un monumento moderno nell’aria arsa e salata dell’oceano Indiano. I loro visi sono di marmo, un marmo piantato e solidificato in secoli di compressioni , cresciuto nell’ombra del nostro mondo.
L’animale che cadeva e si rialzava doveva essere uno di loro, pensa Yusuf. Si era staccato dal gruppo per venire a vedere se il resto degli uomini poteva venire allo scoperto, questo perché alcuni animali escono quando c’è un totale silenzio nell’aria. Non li abbiamo presi per poco, proprio per poco. Ma non sarebbe cambiato molto. Prima sono arrivati quelli di Assil Nabi e hanno preso tutto il carico e l’equipaggio. Tutto quello che non gli è entrato nelle loro lance l’hanno incendiato o gettato in mare. Poi sono arrivati questi nuovi negri che ci hanno pestati e hanno trovato una dozzina di cinesi nascosti chissà dove nello stomaco della nave. Così che, a conti fatti, per noi e per i cinesi non c’è rimasto niente, solo l’illusione di esserci andati vicini.
Pensa questo Yusuf con il cuore che gli pompa in circolo sangue nero.

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