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Giardini. La porta sull’estate

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«La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.» Fernando Pessoa (1888 – 1935)

«La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.» Fernando Pessoa (1888 – 1935)

Nella scrittura, a volte, i pensieri e l’intreccio si dipanano a partire da una singola immagine iniziale che, per misteriose assonanze, si è impressa e isolata tra tante altre possibili; di qui si va avanti per successive associazioni ed elisioni.

L’immagine responsabile – potremmo chiamarla ‘innesco’ – stavolta proviene da un film. Molto amato…

Locandina italiana de ‘Il castello errante di Howl’ (Hauru no ugoku shiro), film di Hayao Miyazaki del 2004, tratto dal romanzo di Diana Wynne Jones: ‘Howl’s Moving Castle’
(1986) – ‘Il Castello Magico di Howl’; Kappa Edizioni, 2002

Tra i protagonisti del film, insieme a bizzarri personaggi e geniali invenzioni – il demone del fuoco Calcifer, lo spaventapasseri Rapa, la metamorfosi della Strega delle Lande Desolate, il vecchio cane Heenan, che neanche riesce ad abbaiare – va annoverato proprio il castello errante, la cui porta dall’interno si apre su luoghi fantastici e misteriosi, di volta in volta diversi. Si apre la porta e ci si trova nella ‘città delle Lande’ o in ‘città imperiale’ o ancora in ‘città di mare’.

Questi ed altri ariosi – o orridi – paesaggi si aprono dietro una porta: del castello di Howl e della nostra mente. Basta aprirla!

Particolare del ‘castello errante’, geniale anche come invenzione visiva, tra l’arca di Noè e la dimora di Baba Yaga – la capanna che si muove su zampe di gallina – delle favole russe
Particolari da ‘Il castello errante di Howl’ con alcuni dei suoi personaggi.

Deve anche aver agito – l’immagine fascinosa della porta che fa accedere ad un altro mondo – su un ricordo ancora più antico; di quando ero un indefesso lettore di libri della cosiddetta ‘fantascienza’ (sf, o science fiction)…

 

Robert A. Heinlein (1907 – 1988) è stato un autore di culto della ‘fs degli anni d’oro’ (quella degli anni ’50, per intenderci); i suoi libri hanno esplorato diverse possibilità della scrittura fantastica e creato generi letterari. Titoli come ‘Straniero in terra straniera’ – Stranger in a stranger land (1961) e ‘La luna è una severa maestra’ –The Moon is a Harsh Mistress (1966). In un altro dei suoi libri precorre i temi dell’ibernazione artificiale e dei viaggi nel tempo…

‘La porta sull’estate’. Copertina di Karel Thole del romanzo di Robert Heinlein [The dooor into summer (1957), Urania; Mondadori Ed. 1958 e 1968 (ristampa)]
Proprio all’inizio della storia troviamo il protagonista e il suo gatto Pete che sono andati ad abitare in una vecchia e grande casa di campagna nel Connecticut, abbastanza spartana.

Solo che sono freddi gli inverni nel Connecticut…

 

“Uno svantaggio erano le undici porte che si aprivano nella casa. Dodici anzi, se contiamo quella di Pete. (…)

(…) Fin da quando era un micio tutto pelo e ronron, Pete aveva elaborato una filosofia molto semplice: io dovevo occuparmi della casa, dei viveri e del tempo, lui pensava a tutto il resto. Mi riteneva in particolar modo responsabile delle condizioni atmosferiche. Gli inverni nel Connecticut vanno bene per le cartoline natalizie, e durante l’inverno Pete provava regolarmente a uscire dalla sua porticina, e regolarmente si rifiutava di andare fuori a causa della sgradevole cosa bianca che c’era all’esterno. Allora veniva da me, per pregarmi di aprire una porta normale, convinto che almeno una di esse si aprisse su una bella giornata estiva. Così, tutte le volte io dovevo fare il giro delle undici porte e aprirle in modo che si persuadesse che anche fuori di quelle era inverno. A ogni porta il suo disprezzo per la mia inettitudine aumentava, accresciuto dalla delusione.

Usciva, finalmente, ma stava fuori il tempo necessario a far calare la pressione idraulica. Quando tornava, il ghiaccio rappreso intorno alle zampe risuonava sul pavimento di legno, come se calzasse minuscoli zoccoli, e Pete mi lanciava occhiate di fuoco, rifiutandosi di fare le fusa finché non riusciva a leccare via tutto. Dopo di che mi perdonava, fino alla prossima volta.

Con tutto questo non rinunciava mai alla sua ricerca di una porta che si aprisse sull’estate.”

 

Che poi… Il fascino dell’accesso ad un altro mondo, attraverso ‘una porta’ – soglia o passaggio che si voglia intendere – è una nota ricorrente in numerose opere e una costante, si può dire, dell’immaginazione umana, non solo felina. Basti pensare a Lewis Carroll e al suo ‘Alice’s Adventures in Wonderland’ (1865)

Ancora, ci sono delle porte per accedere ad un altro mondo in ‘Cronache di Narnia’ [The Chronicles of Narnia, una serie di sette romanzi fantasy per ragazzi scritti da C. S. Lewis (1898 – 1963)] e ne ‘La storia infinita’, di Michael Ende [V. su “O”: Storie dentro altre storie
 del 02.03.08]

 

Porta, nel senso di attraversare una soglia; entrare in un altro universo sensoriale.

Non è un caso che l’accesso a un giardino spesso sia stato paragonato ad una soglia per entrare in un mondo separato di stati d’animo ed emozioni, un’apertura ad altre sensazioni e alla bellezza [V. anche Ruth Ammann ne ‘Il giardino come spazio interiore’; su “O”: Libri di piante e fiori (seconda parte)
 del 7.06.09].

La locandina di un recente film d’animazione, in stop motion (v. in seguito): ‘Coraline e la porta magica’ (2008) – titolo originale ‘Coraline’, del regista Henry Selick; dal romanzo di Neil Gaiman ‘Coraline’ (2002) pubblicato in Italia da Mondadori nel 2004
Altre immagini da ‘Coraline’. La scoperta e l’esplorazione della porta magica e (a fianco) il giardino, stento e maltenuto nel mondo reale, fantasmagorico e brulicante di vita e colori nel mondo parallelo

Nel racconto (e nel film) Coraline è una bambina annoiata dalla vita che conduce con i suoi genitori, sempre distratti da altre cose e con poco tempo da dedicare a lei. Essi, guardacaso, sono così occupati perché stanno preparando un ‘catalogo di giardinaggio’, ma odiano perder tempo con le piante e sporcarsi le mani con la terra (!). Nel suo girovagare per la vecchia casa dove la famiglia si è da poco trasferita, Coraline scopre una porta per un mondo fantastico, speculare al suo – un’altra mamma e un altro papà con dei bottoni al posto degli occhi – dove tutte le sue richieste di attenzione possono essere esaudite; forse anche troppo…


Altri elementi del mistero da ‘Coraline e la porta magica’. Notare che quella che sembra la luna è in realtà un bottone!

Breve diversione cinefila. ‘Coraline’, recente successo mondiale del cinema del fantastico, è un film d’animazione in ‘stop motion’ – una tecnica che prevede l’impiego della tecnica classica del cartone animato, di fotografare delle immagini in rapida successione con la variazione di un minimo particolare, per dare l’illusione  del movimento. Tale tecnica può essere applicata a materiali del più vario genere (a due dimensioni, come nei disegni animati, o a tre dimensioni); in questo caso a pupazzi di plastilina.

Gran cultore di questo tipo di animazione è il regista Tim Burton, rispettivamente ispiratore e regista di due lungometraggi animati in ‘stop motion‘: ‘Nightmare Before Christma’s (1993) e ‘La sposa cadavere’ (2005). Il regista di ‘Coraline’ è Henry Selick, lo stesso di Nightmare Before Christmas, ideato e prodotto da Tim Burton.

Ancora connessioni: il libro da cui il film è tratto, ‘Coraline’ è di Neil Gaiman, uno scrittore inglese che con questa storia in forma di ‘novel’ ha vinto il premio Hugo 2003 della fantascienza (in questo caso intesa come ‘fantasy’).

 

Si può seguire allora lungo un filo continuo una strada tra la fantasia, il cinema, il genere ‘fantasy’, la letteratura. Ma la realtà? Forse che la ricerca di una porta sull’estate rimane confinata al mondo della fantasia?

La copertina del libro di Michael Cunningham The Hours, 1998; Premio Pulitzer e l’edizione italiana (Bompiani, 2001) nella traduzione di Ivan Cotroneo

E’ di qualche anno fa un libro – ed il film che da esso è stato tratto – che attraverso la storia di tre donne di epoche diverse, ma comunque a noi vicine, racconta gli aspetti impercettibili dell’esistenza, i misteri che si nascondono dietro il paravento della realtà; l’infinita complessità della vita più vera, che è quella dei pensieri.

Il libro ha ovviamente più sfaccettature e dimensioni rispetto al film, concentrato sui volti e sulle atmosfere. In entrambi sono presenti una sottile nostalgia e il senso del tempo che passa…

Il fascino di certi libri é appunto quello di indurre un certo grado di tranfert con i personaggi e fare nostra la ricerca di cui leggiamo…

La locandina del film che dal libro è stato tratto (2002), diretto dal regista inglese Stephen Daldry e interpretato da Meryl Streep, Julianne Moore e Nicole Kidman (premiata con l’Oscar come miglior attrice protagonista)

Lo stato d’animo che più possiamo condividere si ritrova nelle pagine finali, che spiegano anche il titolo: ‘Le Ore’:

“… Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo – è così semplice e ordinario. […….] ..C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato…”

A questo punto del libro abbiamo già ben conosciuto i pensieri, le speranze e le vite delle tre donne – Virginia Woolf, Clarissa Waugh e Laura Brown, legate tra loro da un labile filo -; i loro momenti privilegiati.

Ecco per esempio ‘le ore’ di Clarissa Waugh:

“…L’estate dei suoi diciott’anni: sembrava poter accadere qualsiasi cosa, proprio qualsiasi cosa…(…) …Ciò che rimane limpido nella sua mente, più di tre decenni dopo, è un bacio al tramonto su uno spiazzo d’erba

morta e una passeggiata intorno a uno stagno, mentre le zanzare ronzavano nell’aria che si scuriva. C’era ancora quella singolare perfezione, ed è perfetto in parte perché sembrava, all’epoca, promettere così chiaramente altro. Ora lei sa. Quello era il momento, proprio allora.”

E ancora più avanti:

“..Clarissa credeva allora e crede oggi che, in un certo senso, la duna di Wellfleet la accompagnerà per sempre. Qualunque cosa accada, avrà sempre quello. Sarà sempre stata su quella duna in estate. Sarà sempre stata giovane e fisicamente indistruttibile…”

 

Qual’è allora, per ciascuno di noi, l’ora cui ci fa piacere tornare? Qual’è il luogo, il tempo dove la nostra mente si posa e riposa?

 

Singolari espressioni della ricerca di ‘una porta sull’estate’ sono due luoghi, la cui essenza solo di recente ho collegato a questi pensieri; ma molti altri ciascuno potrà richiamare alla mente, a partire dalla propria esperienza…

Uno è la casa (e il giardino) di Axel Munthe (1857 -1949) a Capri – mitica isola del sole per gli abitanti del Nord freddo e buio – di cui si racconterà in un altro momento… Si aspetterà il prossimo febbraio per farlo, in occasione della fioritura di una essenza endemica di Capri: la Lithodora rosmarinifolia [V. su “O”: Piante rare e preziose (seconda parte) del 21.07.08]…

 

L’altra è un luogo-rifugio, ricco di suggestioni e di echi letterari, che si trova – nel mondo reale – in un’isola delle nostre parti. Una punta sul mare dove un mio amico ha messo insieme, negli anni – con le pietre del posto e legni raccolti tra gli scogli – una piccola casa e un giardino aperto sul mare: una inconsueta visione della vita insieme ad una antologia en plein air dei suoi scrittori preferiti.

L’ha chiamata – se si può dare un nome ad una casa come ad uno stato d’animo – ‘Jangada de pedra’, per un sua passione per la lingua e la cultura portoghese: ‘Zattera di pietra’.

La porta di accesso alla casa, dalla parte del mare. Bassi cespuglietti di critmo (v. in seguito) tra i primi scalini

E’ Fernando Pessoa il genio del luogo e la passione del mio amico, insieme ad altri numi tutelari, campioni della letteratura del viaggio e dell’inquietudine.

E ‘jangada de pedra’ è uno di quei luoghi al limitare tra due mondi, dove si fa sottile la distanza tra i pensieri e la realtà. Da non sapere più – appena te ne allontani – se esiste davvero o l’hai solo sognato. Per questo prendiamo delle foto: una specie di prova.

Vegetazione della costa, sul fronte mare. Dall’alto in basso: fichi d’India (Opuntia ficus-indica – Fam. Cactaceae); infiorescenze di carota selvatica (Daucus carota – Fam. Ombrellifere); critmo o finocchio marino (Chritmum maritimum – Ombrellifere)

Il critmo marittimo è conosciuto bene da queste parti. Se lo si assaggia, si trova che unisce il gusto del salato al sapore del finocchio selvatico; lo usano anche per sottoceti e per guarnizione a piatti di pesce. E’ anche un profumo che diffonde per l’aria, se ci si passa in mezzo o si sfiora con le mani…

“Alba / di critmi / di mosto / di voci.  / Qui il vento / tocca il mare. / Arriva da lontano, / nella terra della memoria…”

[da un piccolo componimento del proprietario della casa]

Limonium o statice reticolata (Fam. Plumbaginaceae): piccola (e poco appariscente) pianta dei terreni aridi e rocciosi, Da poco sfiorita, in questa stagione. Nella foto inferiore è più evidente la sua struttura ramificata

Sono due luoghi diversi di giorni e di notte.

Di giorno questa parte dell’isola la conosciamo bene; è stata già presentata su queste pagine, in una diversa stagione [ V. su “O”: Tempo di vendemmia, del 16.09.07]. E’ mare che sbatte contro gli scogli e stridii di gabbiani.

Di notte la magia è diversa: il silenzio sul mare e le luci del faro che sbiadiscono ad ogni successivo baluginare, mentre l’alba si appresta a prender possesso del mondo.

L’ultimo tratto del percorso che porta all’abitazione: una scala, come la maggior parte dei manufatti della casa, costituita di legni recuperati dal mare.

Sullo scalino si può leggere: “L’arte è la confessione che la vita non basta” (F. Pessoa). E un altro pezzo di legno porta impressa la scritta (sempre da Pessoa): “Scrivere è necessario. Vivere non è necessario”.

Una cappelletta tra i fichi d’india e il finocchio marino. In lontananza uno scorcio del mare e la punta rocciosa del faro
Mare verde e blu visto dall’alto della casa. In primo piano le infiorescenze – secche in questa stagione – dell’elicriso (helichrysum italicum). Nell’immagine in alto sono anche visibili da sin. verso dx. dei fichi d’india, una varietà locale di ginestra (genista ephedroides) e carpobrotus edulis
Cereus (Fam. Cactaceae). Il fiore, notturno, dura una sola notte ed è molto profumato. A destra nella foto, i particolari ingranditi dei fiori: quello reduce dalla notte e quello che si prepara a fiorire
L’esterno della casa e la punta di Capo Bianco. Le pergole sono costituite di vite da vino (Vitis vinifera) e di vite canadese (Parthenocissus quinquefolia)
Una diversa inquadratura nella stessa direzione della foto precedente. Sono visibili diverse succulente in vaso, tra cui (di fronte) tre esemplari del ‘cactus a palla’ (Echinocactus grusonii)
Altre immagini e iscrizioni murarie della casa

Le piastrelle di Pessoa sono un ricordo di Lisbona. I tre schizzi che raffigurano l’artista sono ripresi dalle immagini in grande scala che decorano le pareti della metropolitana.

La scritta in alto a destra (che si trova all’esterno della casa) riporta delle parole della Yourcenar in ‘Memorie di  Adriano’.

La scritta parzialmente nascosta dalla finestra è ripresa da Francisco Coloane. ‘Torniamo al mare’: “Ho sentito già nel ventre di mia madre il palpito sensuale dell’oceano e son cresciuto ascoltandolo incessantemente sotto il cuscino della casa dell’infanzia”

Il belvedere della casa, aperto sul mare, con vista sul faro

La scritta sul tavolo rosso ricorda: “Saggio è colui che si contenta dello spettacolo del mondo”.

Le indicazioni sul palo riportano le distanze e i luoghi che il proprietario ha visitato o ha in animo di andare a vedere; dall’alto: Azzorre, Capo Horn, Chiloe, Buenos Aires, Sierra Maestra, Lisboa, Oporto…

 

In una casa di molte parole – scritte, dipinte, graffite sui muri – una non è mai nominata, anche se sembra pervadere il luogo.

Questa parole è saudade, che si può tradurre come ‘melanconia’, o ‘nostalgia’, o ‘tristezza per un ricordo felice’; ma non solo… Tanto che  Wikipedia, citando un lavoro della BBC, la annovera tra le dieci parole più difficili di tradurre in tutte le lingue del mondo. Può infatti significare una varietà di stati d’animo diversi…

Si può sentire saudade di molte cose:

di qualcuno che non c’è più,

di qualcuno che amiamo, e che è lontano o assente,

di un caro amico,

di qualcuno o qualcosa che non si vede da tanto tempo,

di qualcuno con cui non parliamo da molto tempo,

di un luogo caro (la patria, il proprio paese, la propria casa),

di un cibo,

di situazioni,

di un amore.

 

Sembra di sentire l’eco di un altro libro molto amato – ‘Ogni cosa è illuminata’, di Jonathan Safran Foer; 2001, Ed. Guanda) – dove la bis-bis bisnonna del protagonista conosce seicentotredici tipi di tristezza, tra le quali ‘la Tristezza dello Specchio’, ‘la Tristezza degli Uccelli Addomesticati’, ‘la Tristezza di esser Tristi davanti a un Genitore’, ‘la Tristezza dell’Umorismo’, ‘la Tristezza dell’Amore senza Scioglimento’.

 

Per verità di cronaca, durante le quattro chiacchiere con l’amico a distanza di qualche tempo, questa saudade è parsa un po’ diluita con gli anni, nel vento e nell’acqua di mare, mentre segni appena apparenti della casa, tra i libri, nelle sue letture recenti, testimoniano una diversa direzione dei suoi interessi.

Le case, si sa, non sono rigide e immutabili, ma recano impresse le mutevoli emozioni di chi ci vive…

Così in questo posto accecato dal sole di luglio e battuto dai venti di libeccio, si finisce a parlare di scrittori e poeti cantori del mare, e del Mediterraneo crocevia di genti e culture diverse, dei viaggiatori di ogni tempo e paese…

 

Ripassa domani, realtà… 

Basta per oggi, signori!

[F. Pessoa]

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