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Dov’è la poesia italiana (estate 2009)

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Strana la Poesia. Sì, una dignitosa signora, per carità. Una donna che dà la sensazione di aver avuto tempi di gloria, che non doveva passare inosservata negli ambienti dove si muoveva.

Strana la Poesia. Sì, una dignitosa signora, per carità. Una donna che dà la sensazione di aver avuto tempi di gloria, che non doveva passare inosservata negli ambienti dove si muoveva. E che doveva avere anche un certo ascendente sulle persone. Certo, altra Italia. Altri tempi. Tempi in cui le energie più vive avevano modo di esplodere. Te la immagini, bella e intelligente,  sconvolgere la vita di professionisti attempati, scuotere giovanotti dalla faccia buona e pulita e, allo stesso tempo, discutere di politica, di arte e di vita con un intuito e una verità ben più veloci ed evoluti della Cultura degli intellettuali a lei intorno. Ora, ad entrarci in conversazione invece, la sensazione è quella del repertorio, di un’età dell’oro di cui, lei, sembra essere stata la sola artefice. Anche piacevole nell’eloquio, ma un tantino fastidiosa a lungo andare. Sembra di assistere all’esecuzione di una partitura o di una ricetta dove movimenti e ingredienti sono tassativamente sempre i medesimi. Cinquanta grammi di plurilinguismo, un tacet di ‘io’ ecc. Da prendere così, come un dogma. Un’esibizione un po’ compiaciuta, un’autocelebrazione. I tempi, la vita, intanto, sono andati via sotto, son diventati altri, giustamente. “Bisogna riconoscerle un’importanza non da poco, però”. “Sì, certo… Ma che diamine!”.

 

“Li hai visti i figli?”. La cosa più curiosa da notare in questi casi sono i figli. La signora li ha ben educati, certamente. Sembrano sue emanazioni. Parlano come lei, quando parlano. Per lo più ascoltano i discorsi di questa signora un po’… ingombrante? E sorridono, annuiscono. A testa bassa però. “Una bella famiglia, bisogna riconoscere”.  Più che figli in verità sembrano tanti piccoli sacerdoti, dediti al culto della divinità. Sì, poi come lei dice, guardandoli con aria finto-critica, uno è un po’ scapestrato, ha tentato la strada del verso giocoso, pensa…un altro ha avuto seri problemi con la letteratura erotica intorno ai trent’anni. “Un’esperienza che lo ha segnato, molto più di quanto lui stesso riconosca”. Accipicchia, un bel guaio! “Ma poi ne è uscito, per fortuna…”. Meno male! E ora tutti a lavorare per la diffusione della Sacra Lezione materna, ottimi promotori, non c’è che dire. A sentirli – sempre quando riescono a parlare – dicono anche cose ‘giuste’. Che l’industria culturale, che la massificazione, che la tendenza. A me sembra in verità si tratti di barbe già fatte e che seppure la legge che sta sotto possa essere sempre la medesima, forse, molte cose andrebbero riconsiderate, comunque… Allora, un po’ per cortesia, un po’ per uscire d’impaccio, chiedo di leggere qualcosa. E l’atteggiamento difensivo, contrito, timido mi dissuade. Da subito. Già lo so. Quello che c’è scritto, intendo. Un pizzico di sociale, un accordo in simbolo minore e con la settima in ‘merda’. Che fa popolo e rabbia. “No, no, una bella serata e una bella impressione, una bella famiglia davvero”… “Sei scemo?”.

 

Niente paura. Solo una metafora. Una metafora scarica da usare – vero – nel caso che qualche poeta… Al di là di tutto, quello che pare strano, ora, è che i poeti parlino ai poeti, i politici ai politici, i giornalisti ai giornalisti. Ecco, da queste tre categorie (qualcuna forse la ometto dal novero, ma non ha importanza) fa malinconia aspettarsi questo, no? Seconda e terza, di questa loro intaccabile autonomia, ne fanno una fortuna. Cinica, crudele, ottusa, ma pur sempre una fortuna. L’altra… lasciamo stare. Ma non basta. Esiste, inoltre, anche un testimone virtuale che si passa di generazione in generazione. Un testimone che possiamo chiamare feudo, corporazione, consorteria. Comunque uno specchio dell’ego, una legittimazione costante del proprio ‘potere’. Fate voi. E questo nonostante si sappia – e chi non lo sa? – che il peggior difetto dei figli siano i genitori. Insomma, in linea diacronica e in linea sincronica è stato sigillato tutto! E la poesia non è che un esempio, un’allegoria di questa tendenza. Dunque, da esempio qual è – visto che non si capisce cosa possa perderci – “perché non fa altro?” Questa la domanda, ultima, profonda, di un aspirante spostato. Di uno spostando.

 

Caro amico, nulla è preferibile ad uno sguardo nuovo sul mondo, ma il limite, in genere, non si aggira. Con questo voglio dire che l’idea che le cose cambino e che debbano essere riconsiderate è un riflesso, un tic dell’individuo. Una sua precipua gestualità. Ce l’hai o non ce l’hai. Il ‘fare altro’ potrebbe rivelarsi un inganno, una tattica desunta da un repertorio e, al fine, una pratica narcisistica. Sì, ecco, una signora che si rivela via via che si avvicina, quando la foschia della miopia si dirada e le rughe cominciano a contare, uno a uno, gli anni, senza sconti…

 

Eh?

 

Michele Fianco (Roma, 1968). Attivo come autore e critico già negli anni Novanta su riviste e antologie. Ha pubblicato nel 2008 la raccolta Versi in via di liberazione (e un numero civico). E ora The Best of… (Le impronte degli uccelli, 2009). Una plaquette, un disco senza disco, un viaggio lungo circa vent’anni di poesia, con contrappunti critici di Carlo D’Amicis, Mario Lunetta, Francesco Muzzioli. Propone i suoi versi in quartetto, in un concerto jazz&poetry dal titolo Solo in Versi.

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