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Il conto delle minne

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Dice che la pubblicazione è avvenuta per caso, grazie a chi, sempre per Mondadori, ha decretato il successo de "La solitudine dei numeri primi"; sarà che anche qui si parla di numeri, numeri pari stavolta, rigorosamente binari sebbene alla fine i conti non tornino,

Dice che la pubblicazione è avvenuta per caso, grazie a chi, sempre per Mondadori, ha decretato il successo de “La solitudine dei numeri primi”; sarà che anche qui si parla di numeri, numeri pari stavolta, rigorosamente binari sebbene alla fine i conti non tornino, “Il conto delle minne”. Fa specie rivelare il finale soprattutto perché l’autrice durante un incontro di presentazione del suo libro non ha voluto farlo, ha detto però che il titolo è nato come prima cosa, per primo insieme alla ricetta. E’ vero, nel titolo c’è tutto: conteggio e affabulazione (conto/racconto), arte culinaria e seduzione femminile, sicilianità e tradizione. Le minne di sant’Agata sono dei dolci di ricotta ricoperti di glassa con una ciliegina in mezzo; hanno la forma di minna in ricordo del martirio di sant’Agata a cui furono strappate le minne. Per tradizione e richiesta di protezione ogni cinque di febbraio la nonna Agatina le prepara facendosi aiutare dalla nipote che porta lo stesso nome e dovrà conservare religiosamente ricetta e devozione.” Le minne di vergine sono un voto e devono venire bene. Il composto dovrà avere una consistenza soffice ed elastica, da poterci affondare le dita come in un seno voluttuoso”. Durante questi impasti la nonna racconta della sua famiglia e Agatina continuerà a raccontare di sé negli anni a venire per tutto il corso del romanzo. Il romanzo di Giuseppina Torregrossa palermitana di nascita, romana di adozione -però lei ci tiene a dirlo: “Io vivo a Palermo, abito a Roma”- parla di minne. “E come chiamarle diversamente, forse che si dice ‘Il seno di sant’Agata?’, ribatte a chi l’accusa del titolo un po’ volgarotto. Minne si dice e dirò di più, quelle siliconate sono minnazze.” Parla di femminilità, Il conto delle minne, di donne straordinarie attraverso le loro minne:quelle bianche e grandi della bisnonna, le minnuzze acerbe delle servette, quelle sproporzionate delle zie e poi quelle di Teresa, la donna senza minne, però di famiglia ‘ntisa, sposata a un mafioso che la odiava perché non aveva minne. Parla di quelle che se ne ritrovano tre di minne perché si sono prese il cancro e di quelle con una perché alla fine i conti non tornano.

Agatì paro, non sparigliare mai!  Agatì falle bene quelle cascatelle nzà ma’ la Santuzza si offende! 

Giuseppina Torregrossa, rossa di capelli, raffinata di modi, elegante, un sorriso accattivante disegnato in faccia, fa la ginecologa, ha lavorato moltissimo nel sostegno oncologico a donne operate al seno. “Questo libro è la sintesi di molte cose che ho fatto… nel ‘93 mi sono ammalata anch’io… Oggi il tumore si guarisce però l’impatto con la malattia per una donna è molto forte. E’ l’organo simbolo, non è vero che serve ad allattare, le scimmie non ce l’hanno. Alle donne appaiono nel passaggio alla posizione eretta, quindi è un richiamo sessuale… Il tumore è stata la mia occasione nella vita… è una cartina al tornasole, un’ occasione per andare all’essenziale.”

Il libro è fatto di tante storie succose di personaggi originali nello scenario straordinario di una terra, la Sicilia, nell’arco dei primi decenni del novecento fino ai giorni nostri. “Io non sono una scrittrice, sono una cuntastorie”, e sono chiacchiere intime, proverbi, modi di dire con una forte connotazione. “Ho preso il vizio di mia madre che a Roma dopo che ci trasferimmo da Palermo parlava sempre in siciliano anche quando non la capivano e nascevano gli equivoci. Oggi i miei figli con Camilleri e Montalbano non hanno più problemi.” Sono cunti di femmine attorno ai fornelli: “A me piace molto cucinare; scrivo durante la settimana, poi la domenica chiudo il computer e mi metto a cucinare per i miei figli. Cucino siciliano. Loro non sanno cos’è una coda alla vaccinara… Nel libro ci sono ricette autentiche e lettere di corteggiamento… appartengono a zio Vincenzo semianalfabeta, fratello della nonna, grande fimminaro come molti siciliani, appassionato con le donne… Io cercavo materiale per il romanzo, lui mi disse: ‘Nzo cu ti servi piglia’ (piglia quello che ti serve) e io ho riportato fedelmente le lettere dedicando un paio di capitoli a questa storia d’amore”. E’ vero, c’è di tutto in questo romanzo, per questo non puoi fare a meno di andare avanti capitolo dopo capitolo per vedere cosa deve accadere ancora nella vita di Agatina. Alla fine ti resta la sensazione che l’autrice abbia colto il midollo, la sostanza più intima di cui è fatta la  femminilità, mi viene da pensare alla misteriosa Elena Ferrante. Certo la figura maschile non ne esce bene. “Ho due figli maschi, un marito, diversi amori, mi sono innamorata un sacco di volte e ho sbattuto la faccia… vengo dal femminismo”. Scrive nel romanzo: “Mentre il ‘68 in Europa aveva dato inizio con energia all’opera di smantellamento dello Stato borghese, in Sicilia il terremoto che distrusse la valle del Belice al principio di quell’anno, rappresentò un vero e proprio avvertimento: ‘Attenzione… qui si fa quello che si può, mai quello che si vuole, qualche volta quello che si deve.’ Anche le donne… mentre altrove correvano audaci alla conquista di nuove libertà, in Sicilia si dovettero accontentare di un lenta camminata tra case sgarrupate e trazzere sconnesse accumulando un impressionante ritardo rispetto alla consapevolezza di sé e del proprio ruolo sociale. Specie nei rapporti con l’altro sesso…” “E comunque è una battaglia finita, ormai è tempo di prenderci per mano, io come madre la responsabilità me la prendo, sono figli nostri, è anche responsabilità nostra. E’ vero che i maschi non sono gran che nel romanzo; è vero che la femminilità si afferma anche se il conto è dispari, che il romanzo è una celebrazione del femminile. Gli uomini sono fatti per atti eroici del momento non per la resistenza. L’uomo va in guerra ecc. ma quando si tratta di fare ogni giorno i conti con la quotidianità, come ad esempio un figlio handicappato, non ce la fa, nel quotidiano la relazione la tiene la donna. Comunque dobbiamo prenderci per mano, in questo la cultura ci può aiutare, loro con i loro testosteroni noi con i nostri estrogeni ad essere di sostegno l’uno all’altra”.

E se certo è esagerato pensare di proporre il libro alle elementari, come ha detto  il tizio della Mondadori (con quelle scene di sesso, poi!): “M’ha scritto una bella meil: noi proporremo il libro ad un pubblico adulto ma io lo metterei obbligatorio alle elementari per i maschi che non hanno ricevuto un’educazione sentimentale e non sanno come trattare con le donne.”

…comunque è vero che alla fine la protagonista, quasi con un colpo di coda ma in maniera didascalica e senza che nessuno se lo aspettasse…

Ma questo non ve lo anticipo.

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