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Ballo e canto n’copp o tammurro (foto di Giovanni Barba)

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La piazza sembra un organo, un cuore pulsante mosso dallo stesso ritmo. I ballerini seguono precisi battiti e danzano in un cerchio fatto di persone.

La piazza sembra un organo, un cuore pulsante mosso dallo stesso ritmo. I ballerini seguono precisi battiti e danzano in un cerchio fatto di persone. Non esiste un suono così riconoscibile e penetrante come quello della tammorra. Nello spazio della festa, musica, canto e gesti si uniscono per creare un rituale a cui partecipa tutta la comunità. Sembra sia una sola mano a percuotere i tamburi, mentre il popolo delle tammorre invade le vie e affolla i piazzali.

La tammorriata è un ballo contadino unito indissolubilmente ad almeno due strumenti, la tammorra, appunto, e le castagnette. Il grosso tamburo scandisce il tempo dei piedi e le piccole nacchere di legno, legate alle dita, dettano i gesti alle braccia e alle mani dei danzatori. Putipù, scetavaiasse e  triccheballacche arricchiscono la musica e, su tutti, domina la voce del cantore.

Il ballo delle tammurriate è da sempre legato alla celebrazione di un santo o di una madonna. Secondo una tradizione che vanta almeno duemila anni storia, danzare e cantare in onore delle divinità era una pratica diffusa nella Magna Grecia del IV secolo avanti Cristo. Proprio ai festeggiamenti in onore di Demetra, è unito il passato delle tammorriate. La dea, come la Madonna, rappresentava la fertilità ed era il simbolo dell’abbondanza della terra. Era in suo onore che si celebravano le messi e la stagione con feste di ballo, di musica e di canto.

La tammorriata ha un forte legame con il lavoro della terra e con le sue movenze. La mietitura del grano, la raccolta della frutta, vengono rielaborate attraverso i gesti della danza. C’è anche un simbolismo erotico, evidente nel gioco di sguardi e nei dondolamenti della coppia, che trasforma il ballo in una sorta di corteggiamento. I canti, quasi del tutto improvvisati su strofe e ritornelli antichi, hanno spesso un chiaro sfondo sessuale e ironizzano su temi contrastanti come l’amore e la morte. Non si tratta mai di narrazioni precise, fissate una volte per tutte, ma di creazioni uniche e irripetibili, legate al momento e al luogo.”È nato nu criaturo, è nato niro, e a mamma o chiamma gGiro, sissignore, o chiamma gGiro”. La tammoriata nera è il canto più famoso di questo genere e nasconde in sé un simbolismo ambiguo, ma allo stesso tempo rassicurante. Dalle parole emerge una visione ingenua ed infantile che si collega ad una vita semplice e popolare. Da radici pagane e di animo profondamente religioso, la tammorriata nasce e resta contadina; nessun autore colto, infatti, l’ha mai musicata.

La vera tammorriata è quella che si esegue sul posto del pellegrinaggio, quando finalmente dal proprio rione si arriva a uno dei santuari mariani dedicati alle madonne sedute, trasposizione cristiana del culto di Demetra.

Tra suoni, canti e balli, la festa è tradizionalmente accompagnata da grandi bevute di vino. L’ebbrezza dà un senso liberatorio e aiuta ad abbandonare i ritmi del lavoro contadino. Rigorosamente scalzi, i danzatori si lasciano andare alla musica. “Più di una volta, mi sono ritrovata a casa con i piedi sanguinanti”. Avvolta dal ritmo e dalle voci, Immacolata non si accorge delle ferite ai piedi. Non sarà solo lei a rincasare con una sensazione di allegria nell’animo che fa dimenticare tutto il resto.

Con la tammorriata si compie un rituale definito magico. Dai ricordi degli anziani, infatti, era la nonna, con l’aiuto della mano e del tamburo, a scacciare via gli spiriti maligni a suon di tammorra.

Per assistere o partecipare, bisogna attendere le occasioni delle tammorriate, legate ai riti mariani e, in particolare, i festeggiamenti in onore delle sette madonne.

© Giovanni Barba
© Giovanni Barba
© Giovanni Barba

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