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Libri di piante e fiori (seconda parte)

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"Apri un libro. Il libro ti aprirà" (Proverbio cinese)

“Apri un libro. Il libro ti aprirà”

(Proverbio cinese)

Leggi Libri di piante e fiori (prima parte)
 del 24.05.09

 

Certi libri sono talmente particolari che dopo averli letti andiamo a comprarne una copia e un’altra ancora, per gli amici; oppure – come qualche volta succede – lo troviamo bellissimo solo qualche tempo

dopo, quando ci torniamo su. Se nel frattempo il libro è uscito dal commercio – è ben raro che ci piacciano dei best seller – allora ne facciamo delle fotocopie e lo citiamo così di frequente da farci la fama di maniaci…

A me è successo con questo libro, anch’esso ormai introvabile, di un singolare personaggio, che faceva tutt’altro che lo scrittore…

Tom Stobart (1914-1980), con una laurea in zoologia presa a Cambridge, aveva ben chiaro cosa volesse fare nella vita: viaggiare e avere avventure. Abile scalatore, sfruttò la sua abilità di cine-operatore per partecipare come cameraman ad una serie di film nelle zone più impervie del mondo. In tale ruolo prese parte, nel 1951-52, alla preparazione del film sull’Africa equatoriale ‘Below the Sahara’; nel 1953 alla scalata vincente di sir Edmund Hillary e dello sherpa nepalese Tenzing Norgay della montagna più alta del mondo e al relativo film-documentario The Conquest of Everest’ (1953); alla spedizione sulla Himalaya alla ricerca dell’Abominevole uomo delle nevi (‘The Abominable Snowman Expedition’) nel 1954.

E continuò così, curioso del mondo e delle cose, alla maniera dei grandi viaggiatori del Novecento.

Dalle sue esperienze Stobart ricavò un libro che è in definitiva un glossario di voci inerenti ai modi di cucinare a diverse latitudini; ma ci sono anche avventure, aneddoti, antropologia da campo… Come se un dizionario potesse essere scritto con i ricordi e con il cuore…

Tom Stobart: Guida alle erbe, spezie e aromi. A. Mondadori Ed.; 1979 – Titolo originale: ‘Spices and Flavourings’ (1970). 254 pagine di preziose e originali informazioni

Scrive Stobart, sulle circostanze da cui il suo libro è nato:
 

“A questo soggetto sono arrivato da viaggiatore, un viaggiatore che ha vissuto in molti paesi diversi. Solitamente dimoravo in località dell’area mediterranea, cui va la mia preferenza. Frammezzati a soste piacevoli e ristoratrici a Cipro, in Spagna o in Italia, vi sono stati lunghi viaggi – fatti spesso in condizioni disagevoli – in quasi settanta paesi diversi. Faceva parte del mio lavoro accamparmi o dormire all’aperto nel deserto, e cucinarmi i pasti da solo. Quando cominciai a viaggiare non m’interessava granché mangiare bistecche o segatura, mi bastava sopravvivere e arrivare dove volevo. Anzi ricordo che da studente, con pochissimi soldi, spendevo a malincuore per il vitto e mi auguravo che fosse possibile evitare di mangiare. Questo non m’impedì di scoprire che nei mercati tirolesi l’erba cipollina si poteva trovare a un prezzo bassissimo e che migliorava la dieta di pane e lardo soffice, che era tutto quanto mi potevo permettere sulle montagne. Non mi impediva nemmeno di gustare un buon pasto quando se ne presentava l’occasione. Ma alla fine giunse il momento in cui una ‘Hillary special’ non mi sembrava più divertente come un tempo; si tratta di una zuppa quasi leggendaria, inventata sull’Everest da o per Sir Edmund Hillary. La ricetta comprende tè, latte in polvere, zucchero, tsampa (una specie di cereale granuloso) e una scatola di sardine sott’olio. Tutto questo, mescolato insieme, dà luogo a una mistura che qualcuno ha definito una dieta equilibrata, mentre altri la considerano l’incubo più orrendo che possa mai uscire da una zuppiera…”

(…) “Cominciai anche a frequentare con interesse e assiduamente i mercati e i bazar dei paesi che visitavo, posti davvero pittoreschi. Avevo bisogno di un manuale da consultare, ma non trovandolo, alla fine fui costretto a compilarmi uno schedario personale, il modo migliore per catalogare annotazioni sparse qua e là, e cominciai a raccogliere informazioni da ogni sorta di fonti. Appena mi era possibile andavo nei bazar a comprare campioni che poi portavo agli esperti d’agricoltura del posto. Andavo anche nelle piantagioni d’erbe e di spezie, interrogavo piantatori e mercanti e leggevo libri specializzati. In dieci anni misi insieme uno schedario enorme, zeppo di dati tratti dalle fonti più disparate. Amici e conoscenti mi portavano in giro in mercati e bazar facendomi da interpreti, mentre pazienti rivenditori, con scarso guadagno, mi pesavano piccole quantità di tutto quel che avevano nel negozio. Ma le informazioni sulle spezie mi vennero da persone dei posti più diversi, come Zanzibar e Meshed, Beirut e Singapore, dai piantatori del Sylhet, di Coorg e Ceylon; quelle sulle erbe da gente di paesi come la Svezia, la Spagna, la Bessarabia e altri ancora. Me le diedero madri di famiglia, cuochi, commercianti, ministri dell’Agricoltura e dell’Istruzione, e le appresi anche dai libri. Alla fine il mio schedario era diventato così grande e sbrindellato, che pensai di trasformarlo in un libro. L’interesse per i cibi locali si dimostrò molto utile anche per fini estranei alla cucina. Molto spesso si ha ben poco in comune con i contadini di posti remoti, ma quello del cibo è un soggetto di discussione con chiunque. Perfino nei paesi più xenofobi basta semplicemente mostrarsi interessati ai piatti del luogo per ritrovarsi dentro alle case della gente. (…) …Naturalmente in qualche caso i tuoi veri fini possono venire fraintesi. Gli etiopi, ad esempio, ritengono che l’unica cosa interessante che un uomo possa cercare in cucina sia una donna. Cosi mi capitò d’essere buttato fuori, ma non molto spesso. Nella maggior parte dei casi mi feci degli amici…”

 

Fondamentali per concisione e chiarezza le note sul curry: la miscela di spezie che si prepara in India a partire da numerosi ingredienti, dalla cui presenza, assenza e proporzioni relative dipende il sapore definitivo; mentre noi conosciamo, dei vari curry possibili, solo la formulazione standard esportata in occidente dai conquistatori inglesi e nota come ‘curry di Madras’. Oppure le illuminanti pagine sullo yoghurt, in cui spiega come e perché sia uno degli alimenti più sani e sicuri da mangiare, anche in paesi ad alto rischio igienico.

 

Abbiamo così coltivato la nostra curiosità – alla maniera appresa dal libro di Stobart – nei più modesti viaggi che abbiamo fatto…

 

Ma tra le righe di questo grande viaggiatore emerge anche un altro aspetto di cui si sente acutamente la mancanza, in questo scorcio del secolo che è da poco iniziato: l’universalismo, il piacere del viaggio, l’arricchimento che deriva dal conoscere genti e modi di vivere diversi.

Peccato che il mondo sia andato così. Dagli anni ’70 – quando gli orizzonti sembravano illimitati – a oggi, molte cose non sono più le stesse… Non è stato solo perché eravamo più giovani; sono stati proprio il mondo, le cose, ad essere cambiati […some are changed and not for better – avrebbero cantato i Beatles]…

 

Se è con i libri, che possiamo consolarci di questa perdita, facciamolo per quanto è possibile, con un’apertura alle diversità che incontriamo lungo le strade dei nostri viaggi, a partire da quelli – non meno reali – che facciamo seduti con un libro in mano, perdendoci tra le pagine e nei

sogni…

La copertina del libro di Guglielmo Betto “I frutti tropicali in Italia” (Collana ‘L’Ornitorinco’; Rizzoli 1982), ormai introvabile [V. su “O”: Piante e frutti tropicali in Italia
 del 20.10.08]
Una guida preziosa, che solo a sfogliarla ci stimola varie espressioni di sorpresa – Aah! …Toh! Ma allora..! – è questo piccolo manuale della Collins – foto e testi – da portare sempre dietro nei viaggi, pronto a dare un nome alle nostre curiosità (Harper-Collins Publishers; 1983)
Altre piccole guide tascabili, da procurarsi sul posto, per avere più informazioni su quel che si vede intorno (Periplus Editions; 1996-98)

Dalla curiosità intellettuale per le piante all’approfondimento, il passo è breve; porta alla ricerca, all’assaggio, alle ricette che prevedono quelle particolari piante – spezie, vegetali e frutti.

Forse non alla maniera di Tom Stobart – quel mondo è passato per sempre – ma quasi sempre in un paese straniero si riesce ad approfondire sugli usi e le abitudini locali, se si è davvero interessati. Buone esperienze si fanno di solito bighellonando per mercatini.

La curiosità che spinge è la stessa: sia che i nostri passi si muovano tra i sacchi di semi di un polveroso mercato africano che nei mercati nostrani di città o di paese, che peraltro in tempi recenti si sono molto aperti al nuovo e al diverso…

Una piccola enciclopedia: ‘Le erbe: medicinali aromatiche cosmetiche’ (F.lli Fabbri Ed.; 1976) prevedeva, oltre ai due volumi di base sulle erbe in genere, questo volume accessorio – pieno di sorprese – sugli impieghi culinari delle stesse
Un altro piccolo libro trovato tra i banchi di negozietti per turisti, comprato per farne regalo, ma poi rimasto a casa, dopo averlo cominciato ad assaggiare…
Una cucina molto raffinata, quella thailandese, speziata e piccante; la conoscenza dei vegetali e delle spezie, appresa ‘sul campo’ nei colorati e caotici mercati locali, è fondamentale

Dal consueto, all’esotico: della cucina thai si è già parlato [V. su “O”: Erbe e frutti di piazza Vittorio 
del 02.12.07], per la possibilità di fare, in Thailandia, un’esperienza che includeva la spesa al mercato locale (Chang Mai) e il successivo trattamento del cibo, fino a preparare un vero pranzo thai, di complessità crescente, alla fine di ogni giornata del Corso.

Una pubblicazione Periplus World Cookbooks: libri – riccamente illustrati – per viaggiatori curiosi, interessati al contesto culturale in cui i piatti sono nati e degustati

Altrettanto ricca la cucina indonesiana, per la varietà del paese e per il convergere nell’arte culinaria di influenze diverse – da quelle indiane a quelle di derivazione cinese, alle caratteristiche più propriamente autoctone.

Profumi e sapori che – cambiando appena le coordinate geografiche e temporali – sono altrettante ‘maledeines’, per quel senso anarchico e poco esplorato che è la memoria…

 

“L’uomo bianco era seduto sulla ansi pottuwe (una grande sedia a sdraio con i braccioli che si allungano per sostenere le gambe – Ndr.) della veranda, nell’albergo per stranieri aperto sul mare e sul tramonto.

Il sole scendeva tra sbavature di rosso e arancio; più in alto un alone di giallo conduceva per gradazioni all’indaco e al blu.

Ma sarebbe stato uno spettacolo di breve durata, come è sempre il tramonto dei Tropici.

Da dentro lo avvisavano che la cena era pronta.

Rispose: Okey! Thanks –  ma non si mosse.

Anche la camera per la notte era là che lo aspettava… Bianca, pulita, – aveva controllato – con la rete per le zanzare ben distesa tutt’intorno al letto, e senza buchi – anche quello aveva controllato…

Ma poi restò sulla poltrona a ripensare a un piatto di riso indonesiano, il suo primo ‘nasi goreng’ mangiato una volta in un altro luogo e in un altro tempo, e ad una notte perfetta, profumata dalla ‘queen of the night’, come chiamano laggiù la datura…”

La cucina con il wok: utensili base e la padella in opera sui fornelli…

Originario della Cina, ma molto diffuso in tutto il sud-est asiatico, è il modo di cucinare con il wok. Si tratta di una pesante padella in acciaio, ferro o ghisa, di forma semisferica, dai molteplici usi; si può impiegare per friggere, stufare o cuocere al vapore. Ha la caratteristica di raggiungere temperature elevate e di poter cuocere rapidamente e con poco olio. La breve cottura mantiene quasi inalterate le proprietà dei cibi, ma richiede che gli alimenti – specie le verdure – siano previamente spezzettati; da qui l’importanza del tagliare nella cucina orientale: a cubetti, fette, listarelle…

‘Spices & Natural Flavourings’: una guida di Jennifer Mulherin – Tiger Book International Publ. (1992). 144 pagine di informazioni, curiosità e ricette
‘Il libro degli ingredienti’ di Sophie Grigson: Pyramid Books Publ. (1991): una guida di impostazione inglese all’insegna della curiosità. Il suo consiglio, per quando si mangia fuori casa: “If there’s something on the menu you haven’t tried, order it..!”

Fantastico, misterioso Oriente… In nessun modo sminuito da una maggiore consuetudine e conoscenza dei suoi tesori e delle sue tradizioni.

Mi sentirei di consigliare ad un viaggiatore in un paese straniero di non omettere mai una capatina in un negozio di libri, se si cerca qualcosa da portare in regalo gli amici, anche se questi bei libri – patinati e sontuosamente illustrati, lontanissimi dalla cultura locale – non sono meno falsi dei negozi per turisti, dove si trovano oggetti ‘di maniera’. Si tratta in genere di libri ben fatti, da persone che hanno un linguaggio simile al nostro, che raramente mancano di fornire indicazioni utili, o stimoli per ulteriori approfondimenti. Certo, vale e si impara molto di più ad ‘andar per mercati’, o mangiare in certe bettolacce dalle parti del bazar locale; ancora meglio, farsi invitare a casa da qualcuno del posto con cui si è entrati in rapporto…

Tutto sul peperoncino in due appassionate monografie ‘di parte’, rispettivamente opera di un indiano e di un calabrese. Per altre informazioni sul peperoncino e sul gusto ‘piccante’, v. su “O”: Il Peperoncino, il Falso e il Pepe
 del 23.07.07

Non si può parlare di Oriente senza accennare al peperoncino piccante (Capsicum spp.). In questi due interessanti libri sull’argomento si raccontano mille storie, e si spiega anche come il peperoncino non sia stato generato in India – ‘dal seme di Brahma’, come pure si sente dire – ma vi sia stato importato, come altre piante della famiglia delle Solanaceae, dal ‘nuovo mondo’; quindi successivamente alla scoperta di Colombo (1492) [V. su “O”: Piante e uomini in viaggio (terza parte) 
del 28.10.07].

Un brutto colpo – e un pensiero inaccettabile! – per la totalità degli indiani con cui ho parlato, tanto increduli e offesi da aver ormai compreso che è un argomento da non prendere, con loro, se si vogliono mantenere buoni rapporti…

Una curiosità si alimenta anche di libri meno eleganti, come questa raccolta ‘bootleg’ di ricette vegetariane senza autore e casa editrice (raccolte da Roberta Bonanni)

E ancora sull’India… La cucina indiana è estremamente varia, per ingredienti, tecniche di cottura, perfino riguardo all’uso del sale e dei grassi. In generale si distingue una fascia costiera dominata dal cocco in tutti i suoi usi (polpa, latte e olio di cocco) e la cucina dell’interno, come quelle del Rajasthan e del Kashmir. Dovunque, fare attenzione alle verdure crude e all’acqua non bollita (anche usata per farne ghiaccio); sono molto più sicuri i cibi cotti (al forno tandoori o grigliati) e lo yoghurt.

 

Le ultime curiosità libresche sul mondo delle piante riflettono interessi – si potrebbe dire – più ‘metafisici’: metafore dal mondo vegetale, il posto dell’anima nel giardino (!), la rappresentazione cinematografica…

Libri di Clarissa Pinkola Estés: “Il giardiniere dell’anima” (Frassinelli Ed.; 1996) e di Ruth Ammann: “Il giardino come spazio interiore” (Bollati-Boringhieri Ed.; 2008)

Non è troppo strano che di giardini si occupino gli scandagliatori del profondo, come in questi libri di due donne, entrambe psicoanaliste. Clarissa Pinkola Estés – più nota per il suo ‘Donne che corrono coi lupi’ (Frassinelli Ed.; 1994) – racconta qui in forma di favola, la storia di un suo zio ungherese, reduce dagli orrori della guerra, che trova in una nuova patria e nel rapporto con la natura una possibilità di guarigione.

Più recente il libro della Ammann, che scrive: “Giardini e anima si appartengono, costituiscono uno spazio segreto tra ciò che è chiaro e ciò che è oscuro, tra cultura e natura, tra coscienza e inconscio, tra spirito e corpo. In questo libro voglio esaminare proprio tale spazio intermedio, da cui sono stata catturata”.

Altre possibili dimensioni da esplorare per un giardino: in questi due libri, rispettivamente di Gianluca Trivero: ‘La camera verde’ (Ombre corte Ed.; 2004) e di Michael Jakob: ‘Il giardino allo specchio’ (Bollati-Boringhieri Ed. 2009)

Non meno complessi e affascinanti sono i rapporti tra il mondo vegetale e la loro rappresentazione: nel cinema e nelle arti figurative in genere.

Dei modi in cui la natura e i giardini siano stati resi dal cinema si è già parlato su queste pagine [V. su “O”: Giardini e natura. Lo sguardo del cinema (parte prima)
 del 20.04.08  e  Giardini e natura. Lo sguardo del cinema (seconda parte) del 06.05.08].

Per sua natura un giardino è rappresentazione della natura in uno spazio limitato: pensato e ricostruito; per il suo essere ‘messo in scena’ è assimilabile al cinema.

A causa dei suoi richiami al ‘profondo’ della natura umana, un giardino è anche denso di implicazioni e ricordi…

Ci sono molti mondi da esplorare – a incastro, ma anche uno dentro l’altro, come scatole cinesi – a partire dal primo sguardo distratto su un giardino o su un paesaggio; da qualche domanda innocente: – Che fiore è?  …Cos’è questo profumo?

Se ci si lascia trasportare dal gioco della curiosità e delle associazioni, si può arrivare anche molto lontano, lungo questa strada, perché così è la vita…

“Life is just what happens to you while you’re busy making other plans”

John Lennon in ‘Beautiful Boy’ – da ‘Double Fantasy’ (1980)

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