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Sri-Lanka. La guerra senza fine è terminata?

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Veluppilai Prabhakaran, rocambolesco guerrigliero che ha guidato la lotta contro il governo centrale dello Sri Lanka per l’indipendenza...

Veluppilai Prabhakaran, rocambolesco guerrigliero che ha guidato la lotta contro il governo centrale dello Sri Lanka per l’indipendenza di un territorio denominato Tamil Eelat è stato ucciso il 18 maggio scorso, data che ha posto fine ufficialmente al conflitto durato quasi trent’anni.

Nelle foto ufficiali che immortalano il carismatico capo delle famigerate Tigri Tamil, Prabakharan, 54 anni e un viso rubicondo, indossa la tuta mimetica, il berretto alla Fidel Castro e un pendaglio al collo non meglio identificato, che presumiamo essere la famosa fialetta di cianuro, data in dotazione a tutti i combattenti per potersi togliere la vita in un istante in caso di cattura.

Prabakaran, ormai accerchiato dall’esercito in un lembo di terra grande quanto un campo di football, stava tentando di fuggire nascosto in una ambulanza insieme al figlio maggiore e ad altri dirigenti delle Tigri.

Non c’è stato né tempo né bisogno d’ingoiare il contenuto della fiala: ad ammazzarli ci hanno pensato i soldati con le armi, togliendo loro quell’ultimo onore di non cadere vivi in mano al nemico.

Solo la morte del capo, sulle rive della Laguna di Nandikadal, poteva mettere la parola fine a questa guerra trentennale che ha fatto, secondo le stime dell’Onu, tra gli 80.000 e i 100.000 morti. Vani sono stati i tentativi della rete web Tamilnet di negare la morte di Prabakharan nei giorni immediatamente successivi al fatto, nell’estrema, illusoria speranza che la lotta non fosse finita: il cadavere del “supremo” è stato mostrato dalla televisione di stato e ripresa anche dal canale privato Swamvahini. Le immagini mostrano la parte superiore di un cadavere che indossa una tuta mimetica. Parte della fronte è coperta da un panno blu, il volto è intatto, con gli occhi aperti. Anche la sua carta d’identità delle Tigri Tamil è stata mostrata e i risultati dei test del DNA, effettuati sul cadavere, hanno dato definitiva conferma; pare che il capo avesse numerosi sosia che lo rappresentavano in situazioni di pericolo e di apparizioni pubbliche.

Prabakharan fa di mestiere il contrabbandiere quando, nel 1975, fonda il gruppo combattente denominato LTTE – Liberation Tigers of Tamil Eelam – Tigri di liberazione della patria Tamil, che vengono addestrate nell’India meridionale dai servizi segreti indiani e in parte, a quanto si dice, dal Mossad. Le Tigri sono il braccio armato dell’organizzazione che ha in animo di fondare uno stato indipendente, l’Eelam, per la popolazione Tamil che vive prevalentemente nel Nord-Est del paese. Sono immigrati dal sud dell’India già nel XIII sec. e sono una delle due popolazioni stanziali dell’isola, insieme ai singalesi, che provengono dall’ India settentrionale. Sotto la guida di Prabakharan, il popolo Tamil del Nord-Est rivendica una propria autonomia – geografica, politica e culturale – cui i singalesi, dominanti nel resto del paese, si oppongono.
La guerra civile ha ufficialmente inizio il 23 luglio del 1983, quando le LTTE uccidono 13 soldati a Jaffna, nell’estremo nord del paese. Per vendicare i soldati uccisi si scatena un vero e proprio pogrom contro la popolazione Tamil : gente pacifica i singalesi, ma basta loro essere in tanti e aver bevuto qualche bicchiere di troppo per diventare dei bruti.
Prabakharan diviene con gli anni una figura mitica di cui si favoleggia persino l’esistenza. E’ spietato e senza scrupoli quando ordina la cattura di bambini che vengono strappati alle famiglie e avviati alla lotta terroristica. Riesce a mettere in piedi una organizzazione militare che arriva a contare 10.000 unità al suo apice; controlla un quinto del territorio dello Sri Lanka tramite un governo parallelo il cui organigramma ricalca quello del governo centrale singalese; porta a segno attacchi suicidi che annoverano, tra le vittime, il primo ministro indiano Rajiv Gandhi (1991), il presidente dello Sri Lanka Ranasinghe Pramadasa (1993), sei ministri di gabinetto e innumerevoli altre personalità politiche. Sceglie personalmente i suoi kamikaze, chiamati Black Tigers e li invita a cena nel suo rifugio nella giungla prima di mandarli a morire in un attacco suicida.

Sotto la guida del “supremo” le Tigri diventano uno dei più temuti gruppi armati di guerriglieri, etichettati come terroristi dagli Stati Uniti e da altri paesi, per le centinaia di attacchi suicidi compiuti contro soldati e civili. Sono le ‘Tigri’ ad inventare per primi le cinture imbottite di esplosivo, indossate dai kamikaze per le missioni suicide. Ci sono molte donne tra loro, organizzate in una struttura parallela: uno dei più temibili attacchi degli ultimi anni è stato compiuto da una donna kamikaze al Tempio del Dente di Kandy, luogo sacrissimo dove è conservata una reliquia del Budda.
Nel corso degli anni sono stati fatti diversi tentativi di accordo tra la maggioranza singalese e la minoranza tamil. Grazie soprattutto alla mediazione della Norvegia c’è stato un lungo periodo in cui le armi hanno taciuto e il paese sembrava avviato verso una pace duratura.

Ma per un capo assoluto come Prabakharan, che ha sequestrato e plagiato intere generazioni alla sua visione del mondo, la continuazione della guerra è vitale alla sua stessa sopravvivenza fisica. Quando sulla sua strada si mette un altro uomo forte, Mahinda Rajapaksa, nominato presidente dello Sri Lanka nel 2005, la lotta si fa dura: parte nel 2006 l’attacco spietato contro i ribelli che ha termine pochi giorni fa con la schiacciante vittoria e la riconquista di tutto il territorio da parte del governo singalese.

Con la fine della guerra le strade vengono prese d’assalto da una folla festante,  –  ci scrive Svetlana, un’amica russa che vive a Matara, nel Sud del paese. La città è stata invasa da gente che balla e celebra a suo modo la fine di un incubo, in uno sventolio di bandiere mai visto prima.
Questa povera gente – scrive ancora Svetlana – ha sofferto talmente a lungo a causa della guerra civile che l’emozione ha la meglio su qualsiasi ragionamento possa apparire minimamente contrario all’esultanza.

Nessuno parla delle misure prese dal governo per perseguire la vittoria, delle leggi eccezionali introdotte nell’agosto  2006,  per cui le forze di polizia  hanno poteri assoluti e possono perquisire, arrestare e confiscare proprietà a piacimento. Gli oppositori possono essere detenuti in un luogo segreto fino a 12 mesi, secondo la Human Rights Watch. Un noto giornalista dissidente, Lasantha Wickrematunge, assassinato in circostanze misteriose all’inizio di quest’anno,  ha predetto la sua morte sul suo giornale, il Sunday Leader, in un editoriale pubblicato postumo: “And Then They Came for Me”,  scritto in previsione del suo assassinio.
Una durissima condanna dell’operato dell’attuale presidente e del governo, che vengono indicati come mandanti. Una denuncia che non lascia adito a dubbi perché chi parla è un uomo morto che sapeva sarebbe stato ucciso.

Un’altra amica, Thyaga, studentessa di legge a Colombo, ci scrive una lettera piena del fervore e della speranza che ha spinto in strada la gente con le bandiere. E’ la voce di chi ha assimilato la propaganda governativa senza riserve:
ora lo Sri Lanka è diventato un posto sicuro. I nostri soldati hanno fatto il loro dovere, mettendo al sicuro il popolo Tamil che è innocente. Ci sono tante celebrazioni nel  paese e tutti partecipano, senza alcuna distinzione etnica. I più contenti sono proprio i Tamil perché si sono liberati delle Tigri assassine. Ora è nostro compito quello di essere tutti di aiuto alle vittime e far sì che la nostra terra possa vivere in pace e che ognuno capisca quale sia il proprio dovere…”

Sarebbe bello poter credere alle parole di Thyaga ma facciamo fatica, avendo letto e ascoltato degli orrori compiuti, da entrambe le parti in lotta, soprattutto contro la popolazione civile.

Dei bambini assoldati a forza dalle tigri Tamil e mandati a combattere con in braccia fucili che pesano più di loro; dei civili rimasti intrappolati nella  zona ancora in mano ai guerriglieri e usati come scudi contro l’avanzata dell’esercito singalese; degli ospedali modello costruiti nel Nord-Est del paese con i soldi del dopo-Tsunami – in una zona del paese dove l’accesso alle cure sanitarie era una chimera – distrutti dai bombardamenti perché il fine giustifica i mezzi; dei campi organizzati dal governo nella No Fire Zone, dove i  profughi che sono riusciti a scappare dalla zona di guerra vivono in condizioni ai limiti della sopravvivenza. Le cifre parlano da sole, 270.000 gli sfollati che non sanno dove andare, né cosa fare.
Si leva alta la voce delle organizzazioni umanitarie a guerra finita,  che chiedono vengano stanziati  aiuti immediati per questi civili e anche il Papa Benedetto XVI invoca a gran voce che venga loro prestato aiuto.

Dinanzi a tutte le atrocità viste e sentite in questi anni – dai racconti, dalle fotografie, dagli stessi manifesti per strada che senza alcuna pietà mostravano corpi squartati e cumuli di cadaveri – la pietà si ottunde e sembra una benedizione persino il corpo immoto del Leader mostrato in televisione. Ma dove altri vedono la fine di un incubo noi ritroviamo la macabra metafora di un paese distrutto, dove troppo sangue è stato versato per poter mai dimenticare.

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