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Il funerale della lirica

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Sono quasi 14 minuti che aspetto di morire. Ancora pochi istanti e tutto sarà finito. Ho calpestato le assi di legno conscia del veleno che avevo appena bevuto.

Sono quasi 14 minuti che aspetto di morire. Ancora pochi istanti e tutto sarà finito.

Ho calpestato le assi di legno conscia del veleno che avevo appena bevuto.
Ho gridato di dolore quando ho fatto finta di aver saputo.
Ho visto arrivare lui, che credevo già morto e il mio momento di trepidante felicità è stato distrutto dal ricordo di quell’esecrabile veleno.
“Sto morendo, guardami”. Lui l’ha capito subito e mi ha maledetta. Ma non è solo, c’è un’altra con lui, un’altra che dice di amarlo, invano. Un attimo di sgomento, poi capisco che non mi interessa più e cado, ormai cieca, senza poter più vedere  il volto dell’amato che mi stringe.
Mi ritrovo a pensare se esista ancora qualcuno capace di produrre una musica emozionante a tal punto da farti credere che stai morendo sul serio. Da farti tremare le ossa dentro la pelle. Da farti crescere i brividi sulle braccia e un certo formicolio in testa, anche se a cantarla sei proprio tu.
Esiste ancora Verdi? Esiste ancora Puccini? Qualcuno riuscirà ancora a scrivere opere che possano unire in modo così autentico la vita e le emozioni vere alla storia e alle leggende delle città? Qualcuno riuscirà ancora a scrivere opere che possano prendere in giro la morte con grandi risate dissolute? Qualcuno riuscirà ancora a capire fino in fondo l’animo umano da sondarne ogni piega soltanto con un vivido insieme di silenzi e di note?
La risposta rimane un mistero. Se Verdi, Puccini, Bellini o Mozart ancora vivono, nessuno lo sa.
Quel fremito imponente dell’orchestra e dopo il suo nome pronunciato stentatamente più volte, finalmente muoio, sfinita, accasciandomi in avanti, con un seguito di ancelle a piangere sui miei lunghi capelli e sul mio abito da signora.
La musica arriva al suo culmine, l’emozione è irrefrenabile: lui, dopo aver urlato il suo dolore, si uccide, gettandosi fra le onde.
Le luci si spengono e il sipario si chiude, per poi riaprirsi. Medora è morta, nell’ultimo atto del Corsaro di Verdi. Ma io sono lì, sul palco, più viva che mai. Sul legno di un teatro che ha ospitato nel corso della sua storia, illustri nomi dello spettacolo. Sono lì a bagnarmi di applausi sentiti, sono lì a godere di sensazioni che forse non proverò più nella vita. Sono lì a lavorare. GRATIS ( anzi devo ringraziare che a pagare il teatro non sono io).
Sono lì, a pensare che l’opera lirica dovrebbe morire così: sopra un palco, bagnata di applausi, venata di emozioni struggenti. Quello sarebbe il giusto addio. Perché la lirica è destinata a morire, e anche molto presto. Come siamo destinati a morire noi poveri illusi sognatori. Morire di fame e di stenti, se speriamo ancora di poter guadagnare qualcosa con il teatro lirico (sempre che non riusciamo a sviluppare un istinto infallibile sulla persona, il luogo e il momento giusto per offrire prestazioni e mietere giuste conoscenze: questo dovrebbero insegnarci).
Quando anche gli ultimi idealisti spariranno, quando quella manciata di storie senza tempo sarà dimenticata, la lirica morirà con loro. E insieme ad essa moriranno tradizioni, cultura e un certo modo di cantare che rimarrà per sempre l’unico in grado di tirare fuori suoni straordinari da un misero corpo umano. Insieme ad essa moriranno tanti sogni, quelli di un esercito silenzioso di giovani che sperano ancora di calcare il palcoscenico, giovani che non vogliono dimenticare, giovani riempiti di illusioni, che pensano che basti un pezzo di carta incorniciato, con su scritto “Diploma” a fare di loro grandi e acclamati artisti.
Perché la lirica morirà? Perché non si è rinnovata e perché i suoi padroni ne insabbiano scrupolosamente qualsiasi cambiamento. Perché oggi esistono le fiction e le soap opera a raccontare storie e a veicolare le emozioni della gente; perché oggi la musica è ridotta sempre allo stesso, insistente, semplice e ritrito giro di accordi. E perché la gente in fondo non ha voglia di SOGNARE LENTAMENTE.
Come è successo? E’ successo che hanno deciso e continuano a decidere solo un pugno di persone, le stesse che insegnano dentro ai conservatori, le stesse che decine di volte in un anno ascoltano le musiche di centinaia di compositori in erba, potenziali Verdi, Puccini, Donizetti, forse. Le stesse persone che queste musiche le lasciano a marcire negli archivi di edifici illustri e storici, ma senza futuro.  E’ successo che per la gloria di pochi meschini e limitati, come sempre, a pagare sono in molti.
Quando dici di studiare in conservatorio, ti guardano tutti dal basso verso l’alto, con rispetto e ammirazione. Se sapessero che non abbiamo nessun futuro, che l’unico evento in cui forse avremo diritto e possibilità di cantare sarà quel grandioso funerale che occorrerà celebrare per l’opera lirica. Se sapessero che il conservatorio è un covo di serpi, che è un continuo farsi giudicare con mille pesi e mille misure, che è frustrante, debilitante, a volte addirittura senza logica, che è assolutamente privo di organizzazione.
Storie da raccontare in proposito ce ne sono davvero tante: storie sotterranee, tortuose, sibilanti. Storie che nessuno scrive. Forse, bisognerebbe metterle in musica e farci una bella, nuova e palpitante opera lirica. Sarebbe un bel modo per morire, sputando in faccia a tutti i propri assassini.

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