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L’opera di periferia di Peppe Lanzetta

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"Volendo descrivere me stesso, non potrei fare altro che immaginarmi come l’odore di fritto di pesce la domenica mattina, mentre dalla strada arriva forte la musica dei Clash"

Volendo descrivere me stesso, non potrei fare altro che immaginarmi come l’odore di fritto di pesce la domenica mattina, mentre dalla strada arriva forte la musica dei Clash“. Si racconta così Peppe Lanzetta, scrittore, attore e drammaturgo. Napoletano, si intende. Definito il Bukowski partenopeo, della sua città parla senza risparmio: “Una volta una signora mi disse – qua potete trovare tutto quello che volete. Anche se volete un elefante alle tre di notte al centro della stazione. Tutto è possibile, ma fatemelo sapere almeno entro ventiquattro ore. –  Napoli è questo“. E quello che Napoli davvero è, aldilà degli scoop e dei pregiudizi, lui lo scrive e lo racconta. Ti porta dietro i vicoli dei quartieri, tra i ruderi dei rioni, sulla strada, nelle auto, fuori e dentro le case, nelle cucine, fino tra le piastrelle. Senza rabbia, parla il linguaggio nudo di chi osserva e vive una realtà che è più veloce della fantasia. Sei anche tu lì, conosci quelle storie, le hai vissute, ne divieni parte in qualche modo.
L’ultima fatica teatrale di Peppe Lanzetta è “L’opera di periferia” –  come  se Brecht  si facesse un bagno nelle acque melmose del Volturno e lì vi incontrasse per caso o per amore Raffaele Viviani – ne scrive in nota lo stesso autore. È la storia di due bande di ragazzi di periferia. Sulla scena, però, se ne vede  sempre una sola. I ragazzi si sono dati dei nomi mutuati dalle notizie che arrivano dalla televisione e così sono diventati la banda degli ebrei e quella dei palestinesi. Ad agire sul palco, è quella dei palestinesi: sei ragazzi e due ragazze, con i maschi rapati, sull’onda della rabbia e della suggestione maghrebina. Le bande rappresentano la strada, l’esterno, l’apertura al mondo, mentre l’interno è rappresentato dalla storia della Maga Aurora e di suo figlio Carlo, abbandonato dal padre. La maga Aurora, in realtà, è una donna disperata che per proteggere il figlio e non fargli mancare  niente, si trova coinvolta in un percorso di malavita: lavora per un clan e presta soldi a strozzo. Si troverà comunque alle prese con la sua vicina, la signora Torre, tipica comare di basso napoletano, ossessionata dalle guerre, dalla corsa agli armamenti, dagli scandali finanziari e quant’altro. Si susseguono gang fra le due donne, afflitte da problemi quotidiani che commentano come paradigma degli eventi internazionali. Nel frattempo, tra le due bande succede un fatto insolito: uno dei ragazzi per venti euro si è venduto la lavatrice di sua madre ad uno della banda opposta. Scatta quindi l’allarme: la signora Dora come laverà i panni? Quindi tocca allertarsi, la lavatrice dovrà tornare lì dov’era. Nella scena del recupero della lavatrice ci scappa il morto. E questa scena è l’unica in cui l’esterno (la banda) si incrocia con l’interno (casa della maga, con vicina). Nel frattempo il figlio della Maga (iper protetto da sua madre) ha cominciato a delinquere e si è ficcato in una storia di clan anch’egli. Ma inconsapevolmente è in un clan rivale a quello di sua madre, da qui viene fuori la metafora di un bene e un male antichi quanto il mondo. E le nefandezze di cui l’uomo è capace vengono portate sulle tavole di legno. Come in tutte le sue opere, anche ne “L’opera di periferia” c’è una poetica dolente che rivela il marcio che c’è nella città. Con il libro “Giugno, Picasso”, Lanzetta aveva abbandonato i vicoli della periferia napoletana, posizionando la sua storia sotto un altro vulcano, quello di Stromboli. “È chiaro che sono uno scrittore legato a questo territorio e forse solo con Giugno Picasso ho tentato di rompere un muro. Un muro che mi teneva legato stretto a uno stereotipo, quello del Bronx. Ho voluto alzare il tiro affrontando temi come quello dell’isola, o quello del complicato legame tra padre e figlio, e sono felice di averlo fatto“.  Ma poi è ritornato dietro quel muro, per continuare a portare fuori, a delocalizzare quello che sembra ghettizzato. E, invece, la strada della periferia, attraverso le sue parole, parla un linguaggio universale. Peppe Lanzetta è considerato un personaggio scomodo, quasi “un navigatore liminale”, molto sporco e cattivo. Ma ti resta dentro la sua lealtà, il suo essere così assolutamente vero.

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