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Il corpo delle donne

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C’è un fiore che fiorisce solo dall’una alle due del pomeriggio, una patata che germoglia in un luogo oscuro, una ragazza che – quand’era ancora nel corpo di sua madre – ha visto quel corpo lacerarsi e sanguinare,

C’è un fiore che fiorisce solo dall’una alle due del pomeriggio, una patata che germoglia in un luogo oscuro, una ragazza che – quand’era ancora nel corpo di sua madre – ha visto quel corpo lacerarsi e sanguinare, violato da quelli che avevano appena ucciso suo padre e fatto ingoiare alla madre il pene di lui “condito con polvere da sparo”.
C’è una vecchia – quella madre – che ad occhi chiusi canta: una nenia, sembra, che però non culla, non schiude al sonno, piuttosto rimette in scena le sequenze dell’incubo. E, cantando, la madre domanda, cantando la figlia risponde, nella mente di entrambe lo stesso orrore, l’una per averlo subito, l’altra per averlo bevuto insieme al latte succhiato da una teta asustada (una mammella spaventata), perché è così che succede: il terrore della madre trapassa nella figlia, il corpo dell’una diventa corpo dell’altra, ciò che ha vissuto l’una diventa ciò che l’altra teme di più, anche se i giorni del terrore sono ormai lontani e non c’è più bisogno di nascondersi, e la vita s’è fatta più allegra, più leggera.
Ma di quanta memoria è capace un corpo? Di quale memoria? I segni tracciati sulla pelle da dita appassionate sono come sentieri di felicità che permettono a una donna di attraversare la vita coltivando ora il sogno ora il rimpianto. Ma quando alla passione si sostituisce la violenza e le trafitture spaccano la carne aggiungendo schifo all’orrore e terrore al dolore, cosa diventa il corpo di una donna? Quale veleno trasmette a sua figlia facendole succhiare latte e sgomento?
Un veleno che si fa incertezza, sbocco improvviso di sangue dal naso (denso, quasi caramelloso, come denso di codici e memorie è il sangue), improvvisi trasalimenti, vertigini, perdite di conoscenza. E un esserci e non esserci, l’improvviso spegnersi per dimenticarsi, il riaccendersi degli occhi dentro sequenze di gioco che appartengono ai bambini, perché dai bambini non c’è da aver paura, e coi bambini si può ridere, per un po’ si può smettere di stare in allarme. Per il resto, si scivola sulla vita come in punta di piedi, come se si temesse di svegliare il mostro acquattato alle spalle, pronto a ghermire. Cosa si può contro quel mostro? Quale barriera porre a fronte della violazione? Una patata in vagina. E’ questa l’arma che Fausta – la ragazza – appresta per sé. “Perché gli schifosi si combattono con lo schifo”, canta a filo di voce, ora che la madre è morta e non c’è nessuno che possa dividere con lei il peso dello spavento. Cantando si dà coraggio, si racconta la vita; quella nuova, però, quella che sta accadendo, che ha nomi nuovi, figure di un presente che tende a rimuovere il passato.
Comunque bisogna seppellire la madre, e non in una buca scavata nel campo dietro casa: la si deve riportare al paese, darle una sepoltura dignitosa. Per fare ciò occorrono soldi, che non si possiedono ma si troveranno. Nel frattempo, il cadavere, unto con olii che ne impediscono il disfacimento e avvolto in bende, viene tenuto in casa: una presenza familiare, cara, che continua a esserci anche se non può più cantare, se non può riannodare i fili dello spavento. Per procurarsi quei soldi, Fausta viene mandata a lavorare. Costretta a uscire dal cerchio protetto della famiglia (uno zio e una zia, stuoli di cugini), entra in relazione con gente estranea. Ma non parla, tiene gli occhi bassi, camminando rasenta i muri, non esce mai per strada da sola, fugge gli uomini. E quando si siede, si appoggia sulla punta della sedia, quando cammina tiene le mani intrecciate sul grembo, come a proteggersi, ma, anche, a mitigare un dolore. Perché lì, nella vagina, intanto la patata sta crescendo, sta germogliando, sta infettando l’utero, sta diventando un fastidio ora che il corpo potrebbe diventare altro, chissà, e schiudersi a un mondo fatto non solo di mostri.
C’è un fiore di patata che germoglia dall’una alle due del pomeriggio, un giardiniere schivo, una ragazza che comincia a fidarsi. Ma soprattutto c’è l’esuberanza della vita che tende a smangiare i confini dell’incubo e a limare le sbarre che impediscono a una colomba di volare.
Avrei voluto applaudire. Non l’ho fatto perché nella sala piena di giornalisti che in anteprima avevano assistito alla proiezione del film, mi sarei sentita in imbarazzo. Avrei voluto applaudire perché il film scritto e diretto dalla peruviana Claudia Llosa è bello e poetico, perché ha saputo parlare al mio corpo, ha saputo riconoscere certi suoi terrori, certi spaventi, alcuni bisogni, tante sue necessità. Perché quando si parla del corpo di una donna, si prescinde dalla collocazione storica o geografica: sono sempre esistiti, esisteranno sempre, gli stupri come strumento di guerra, come prevaricazione del branco sulla femmina; sono esistite, esisteranno, le violenze sessuali: soddisfacimento d’istinti ancestrali, bisogno di possedere offendendo, di penetrare sventrando.
Sono belli i silenzi, il lento dilagare della musica, le voci che raccontano cantando, le immagini di una periferia cenciosa e colorata: baracche, aborti di costruzioni, una scala zigzagante di cemento che sembra poggiata su una montagnola arida, abiti da sposa dal lungo strascico, feste di matrimonio, balli, parrucchieri, la televisione, una compositrice che manca d’ispirazione e ruba alla ragazza la melodia d’un magnifico canto che racconta d’una Sirena. E’ bella la città di Lima, bellissima una delle ultime inquadrature, quella del mare: che spalanca al Mondo, ai luoghi della libertà, quelli dove si spera che la guerra non possa arrivare, le distese di sabbia dove sul corpo delle donne potrebbero essere tracciati soltanto segni d’amore e il corpo, libero da ogni tappo, si potrebbe schiudere – chissà – alla gioia di essere posseduto cantando.

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