Gianluca Semprini: “La storia dell’eversione degli anni Settanta rappresenta per me una attrazione da quando sono piccolo”

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Ideologie che forse si vogliono sotterrare troppo in fretta. Pensare che non esistano più gli "opposti estremismi" può far comodo, per una idea di nazione finalmente pacificata e moderna.

Ideologie che forse si vogliono sotterrare troppo in fretta. Pensare che non esistano più gli “opposti estremismi” può far comodo, per una idea di nazione finalmente pacificata e moderna. Non sarà un caso però che in libreria i volumi più ricercati sono quelli che ci riportano ad una storia neppure troppo lontana. Fatti e personaggi che dovrebbero essere conosciuti a fondo. Due giornalisti, Gianluca Semprini e Marco Caprara, hanno firmato “Neri”, edito da Newton&Compton. Un titolo che non ha bisogno di spiegazioni. Semprini racconta ciò che ha ispirato questo lavoro di ricerca.

“Neri” a chi è rivolto? Un pubblico di lettori nostalgici, neofascisti, o curiosi di una parte della storia italiana non sempre raccontata sui giornali?
Ad un pubblico eterogeneo,  direi; la nostra posizione, lo voglio dire nonostante voci e critiche, è la più imparziale possibile. Per questi “Neri” è destinato a tutti coloro vogliano avere una sorta di manuale sulla storia del neofascismo italiano da Salò a Piazza Navona.

Non è la prima volta che ti occupi di fascismo ed eversione: avevi già trattato l’argomento sul caso Ciavardini e la strage di Bologna: cosa suscita la tua curiosità?
Sicuramente la storia dell’eversione degli anni Settanta rappresenta per me una attrazione da quando sono piccolo. Evidentemente ero “deviato” già dalle elementari, quando andai totalmente fuori tema e scrissi una serie di pensierini sul rapimento di Aldo Moro. Avevo otto anni, ne sentivo parlare, la cosa mi aveva colpito profondamente. In modo elementare mi ha interessato da adulto la storia di Ciavardini. Lo avevo intervistato per la radio dove lavoravo, all’epoca della sua prima assoluzione per la strage di Bologna. Mi incuriosiva il fatto che in Italia si parlava tanto di eversione nera ma in pochi sapevano che, secondo la magistratura, il più grande stragista del nostro paese (Ciavardini appunto per la prima accusa era colui che materialmente aveva piazzato la bomba a Bologna) era all’epoca dei fatti un minorenne. Già questo, di per sé, mi sembrava una notizia.

Il libro è firmato da te e Marco Caprara. Come avete ripartito i vostri sforzi?
Ci siamo divisi gli anni, incrociandoli. Poi ognuno ha ricontrollato l’altro in ciò che era stato scritto.

In alcune pagine tornano tematiche che sembravano ormai consegnate alle leggende metropolitane, come quelle dei parà visceralmente legati al fascismo e pronti a fare a botte sempre e comunque contro i rossi… a tuo parere è ancora così?
No, il fenomeno si è di gran lunga attenuato.

C’è spazio anche per una disamina del mondo ultràs: perché il neofascismo ha fatto così tanti proseliti in curva?
Secondo me era fisiologico che le curve fossero a sinistra negli anni settanta e a partire dagli anni Novanta maggiormente a destra, perché gli stessi numeri si trovavano nelle piazze. Non ho mai creduto alla strumentalizzazione da parte di gruppi di estrema destra delle curve italiane. Più che proselitismo, i capi ultras, magari nascondendosi dietro la simbologia postfascista, hanno cercato di fare affari in curva con il merchandising e le trasferte. Soggiogare una curva di ragazzi vuol dire possedere un potere economico più che politico.

Sempre a proposito di ultràs, quanto è stato spontaneo l’assalto alle caserme di polizia dopo la morte di Sandri?
C’era molta rabbia indubbiamente. Unita alla “caccia alla guardia”, che ormai è la moda delle giovani generazioni violente.

“Neri” vuol rappresentare solo un lavoro d’inchiesta giornalistica su un fenomeno mai scomparso, o è anche un campanello d’allarme, quasi a voler confutare la tesi che in Italia le ideologie estreme non esistono più?
Nessun intento allarmistico. Solo interesse giornalistico. Anzi, in questo caso è stato l’editore che, dal suo punto di vista, ha capito come una storia intera del neofascismo italiano non era mai stata scritta. Noi abbiamo fatto il possibile, ben sapendo che per un argomento così vasto è fisiologico che ci siano imprecisioni o omissioni. Ma voglio ribadire l’onestà intellettuale che c’è dietro questo lavoro. Anche a chi ci ha criticato parlando di “operazione commerciale”, rispondo “bella scoperta”. Sono un giornalista, vivo del mio lavoro e in questo caso delle mie vendite.

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