Condividi su facebook
Condividi su twitter

Claudia Llosa e Il canto di Paloma

di

Data

È una mattina di sole e nella sala grande della Casa del Cinema, sullo sfondo nero dello schermo, la madre morente prende commiato dalla figlia e canta, in lingua quechua...

È una mattina di sole e nella sala grande della Casa del Cinema, sullo sfondo nero dello schermo, la madre morente prende commiato dalla figlia e canta, in lingua quechua, la sua terribile storia: lo stupro subito mentre portava nel ventre la figlia che l’accompagna nella sua agonia.

La voce, nel viso immobile solcato da rughe profonde, racconta del pene del marito morto che è stata costretta ad ingoiare. Era allora che la morte sarebbe dovuta arrivare.

Pure, nonostante l’orrore, il canto dolcissimo lenisce, infonde sacralità al silenzio buio della sala.

La figlia, Fausta, risponde. Canta ciò che, dal ventre materno, ha sentito, ha vissuto: lo squarcio, la lacerazione, un’agonia più dolorosa di quella della morte.

 

Il canto sembra renderle più forti del dolore subìto. Sembra superare la morte, anche ora che si interrompe e la figlia chiama “Ma, ma” Senza risposta.

In sala scorrono i titoli di testa.

Il Canto di Paloma –  la storia di Fausta, che ha succhiato il terrore nel latte, e della sepoltura che dovrà dare a sua madre – sta per iniziare.

 

Fuori, nell’antisala, è appena arrivata la giovane regista Claudia Llosa. Il sole illumina la sua pelle bianchissima, i suoi occhi azzurrissimi. Una massa di ricci castani le copre le spalle, indossa un vestito rosso e stivaletti bassi neri. C’è in lei qualcosa di schivo, quasi vigile e all’erta, mentre guarda le foto dei divi appese alle pareti in attesa che le televisioni allestiscano i loro set.

Poi appena inizia la prima intervista nel piglio, nella voce, nella luce dei suoi occhi da bambola si ritrova la stessa intensità delle immagini che scorrono nel buio poco più in là.

Un’intensità a tratti dura, a tratti più dolce, come dura e dolce è la storia che lei racconta: delle ferite lasciate dal terrorismo, dal conflitto che, dal 1980 al 2000, ha devastato il Perù prima con violenza nelle Ande, e poi nella capitale, Lima, dove Claudia è nata e cresciuta: un’adolescenza chiusa in casa, in una città sotto coprifuoco, con gli scoppi delle bombe e la sensazione di pericolo ovunque.

“Da sette anni vivo a Barcellona, e torno in Perù due o tre volte l’anno, ma il tema della violenza, del terrorismo me lo portavo dentro: non riuscivo a trovare la prospettiva giusta, come raccontarlo. Perché volevo parlare dell’oggi, non del passato. Di come la guerra si trasmetta attraverso le generazioni, sull’immaginario di un popolo, delle ferite profonde che lascia”.

Per questo il germe del film, spiega, l’ha trovato in un libro, dove erano raccolte le testimonianze di donne peruviane vittime della violenza della guerra. Molte di queste testimonianze parlavano de El Síndrome de la teta asustada (letteralmente sindrome della mammella spaventata), la sindrome del dolore nel latte “I figli di donne incinte violentate assorbono il terrore (assoluto e, in particolare, della sessualità)  della madre: nascono senza anima, così dice la leggenda, perché l’anima spaventata è fuggita via.”

Claudia Llosa aspetta, vigile, all’erta, la domanda seguente. Sul suo viso una forma di reticenza, di ritrosia che contrasta con l’irruenza, la fluidità, la sicurezza delle sue risposte.

“Questo film lei lo ha dedicato al Perù”

“Sì, in Perù il film sta avendo un successo enorme. Quando ha vinto a Berlino, è stata l’apoteosi, la gente è scesa per le strade, era incredibile, inimmaginabile: non era mai successo che un film peruviano andasse a Berlino. La gente è contenta che il mondo abbia conosciuto la sua storia, perché di quanto è successo da noi non sa niente nessuno. A differenza del Cile, dell’Argentina, di cui tutti parlano. Sentire l’orgoglio del mio popolo per me è stata una grande gioia.”

Il film ha vinto a Berlino, dicono, perché rende universali gli aspetti locali. Lo stesso corpo della madre, così difficile da seppellire, è il simbolo, ovunque, di un passato che resiste all’oblio.

Claudia Llosa si concentra, sorride.

“Il corpo della madre morta è una presenza viva nella casa, la abita al pari dei vivi” Sul suo viso di bambola si intravedono a tratti espressioni, movenze che ricordano l’anima india del Perù.

 

“Nel film c’è la morte che spaventa, come in Occidente, e spinge i parenti di Fausta a nascondere il cadavere sotto il letto durante la festa di fidanzamento. E la morte che, al modo andino, fa compagnia, è una  presenza fertile nella casa.

Le autorità di governo impiegano sempre molto tempo ad arrivare nelle zone impervie delle Ande. Per questo durante la guerra, le famiglie utilizzavano degli olii per conservare i loro morti in attesa che i funzionari venissero a prendere atto che erano morti vittime della guerra. E le famiglie finivano per abituarsi alla presenza dei loro  morti in casa”

Sono gli stessi olii che nel film le donne della casa massaggiano sul corpo della madre in attesa che Fausta trovi i soldi per riportare il cadavere al paese e darle giusta sepoltura.

“Nel film la vita e la morte vanno sempre insieme. Il vestito da sposa e il corpo della madre.  Perché la vita è più forte di ogni cosa, e anche dopo un grande lutto, un grande trauma, ti spinge avanti, sempre avanti.”

Nell’antisala del cinema c’è un viavai di gente, voci, passi affrettati, squillo di telefonini, un elicottero che sorvola Villa Borghese, Claudia Llosa segue i movimenti delle troupe, le inquadrature. È sempre regista anche quando viene intervistata, anche quando è lei davanti alla macchina da presa e si vede che soffre, che non riesce ad abituarsi a quel modo di fare le cose, a quei rumori.

Poi al momento di rispondere si dimentica di tutto.

Le chiedono del riscatto finale del film, della possibilità dell’amore anche per chi come Fausta si porta dentro il terrore.

“Aver trovato quel finale è stata per me una salvezza” – spiega. “Il mio primo film Madeinusa aveva riaperto grandi ferite. Avevo bisogno di parlare di cura, di guarigione. Ma volevo che fosse una guarigione vera, non creata ad arte. Scrivere la sceneggiatura è stata la ricerca della guarigione. Durante la stesura ho frapposto tutti i possibili  ostacoli ad un finale felice. E quando alla fine la speranza l’ho trovata davvero, è stato bellissimo. Credo che questo si senta nel film. C’è sempre un parallelo tra il momento di vita dell’autore ed il tema di cui sceglie di parlare. Quando ho iniziato a scrivere anche io stavo cercando di ritrovare la mia autostima.”

Autostima è una parola che Claudia Llosa ripete costantemente. Ogni volta che le chiedono come si possa uscire  da tanto orrore, quando le chiedono se è possibile superare esperienze dolorose quali lo stupro, lei risponde “La chiave della crescita è l’autostima”. E recuperare l’autostima vuol dire trovare le parole per dire cosa è successo.

Lo stupro da sempre è uno strumento di guerra, in ogni paese, in ogni epoca, e le donne da sempre tacciono per paura dello stigma. Per le donne peruviane è stato, se possibile, ancora più terribile perché in quechua, nella lingua indigena, non c’è una parola per stupro. Esistono parole per indicare il furto, i maltrattamenti, ma per lo stupro no, non sapevano cosa denunciare quando andavano dalla polizia. Così ciò che era successo restava chiuso dentro di loro. Come il canto della protagonista che scandisce il film, e che da principio è solo una specie di mormorio a fior di labbra e solo alla fine diventa un canto più aperto, a gola spiegata.

La ferita taciuta della guerra lascia segni profondi.

“E il simbolo è la patata che Fausta si inserisce nella vagina per difendersi dallo stupro. Ha saputo che una donna, una vicina di casa, lo aveva fatto durante la guerra. La patata dentro cresce germoglia, diventa schifosa e solo le cose schifose possono fermare le azioni schifose. La patata è il simbolo della ferita interiore, che inespressa, infetta. Perché spesso è così: le armi con cui ci difendiamo, se la difesa è dettata dalla paura, finiscono per ucciderci”

 

Claudia Llosa si dà tutta nelle risposte, sorride, eppure la tensione resta.

Solo in conferenza stampa la tensione sembra allentarsi, niente più macchine da presa, solo la sala, il tavolo ed il pubblico davanti seduto in silenzio e affianco il responsabile di Amnesty International che patrocina il film e tratteggia rapidamente quello che è stato il conflitto armato in Perù, l’impressionante numero di morti, il problema dell’impunità, e quello dei figli traumatizzati e degli orfani di guerra oggi così tristemente diffuso. I film di denuncia sulle violazioni dei diritti umani in genere lasciano poca speranza. Dice. Sono sempre tristi i film che sponsorizziamo. Sorride malinconico. Con questo film invece si sorride, si spera.

Poi Claudia prende la parola e anche quando le domande sono le stesse delle televisioni, le sue risposte variano. A seconda dell’interlocutore, della situazione trova un’angolazione diversa, un dettaglio in più, la pratica delle interviste non l’ha ancora resa scaltra.

“Ma questa sindrome” vogliono sapere in molti “ha basi scientifiche o è frutto di mito, di leggenda?”

Claudia esita un istante. “Il tema è complesso: ci sono psicoanalisti e psicologi che ne riconoscono l’esistenza, sebbene dicano di non poterla trattare con i loro mezzi. Solo facendo ricorso all’universo mitico delle Ande è possibile stabilire una comunicazione con le vittime. Altri sostengono che è frutto del mito e della leggenda. Io ho preferito considerarla come una sindrome reale. La mia posizione è la stessa delle famiglie, come la famiglia di Fausta, che non capiscono cosa succede. Ma proteggono chi ne soffre, lo assistono, ne hanno cura per tutta la vita.

È complesso come tutto ciò che riguarda l’universo simbolico. Forse è solo un’ulteriore prova di come un popolo possa usare il suo folclore, i suoi canti, per parlare di un dolore, di un lutto che altrimenti non saprebbe come esprimere.”

E poiché l’intreccio tra realtà e immaginazione nel film è fortissimo, la domanda se “la tal cosa è verità o finzione” ricorre sempre. Anche a Berlino volevano saperlo. Realtà sono le scene dei matrimoni in massa. Tante spose tanti sposi tutti insieme, molto comuni nel Perù. Immaginazione è la patata nella vagina e il canto di Fausta, creato dall’attrice Magaly Solier.

“La sfida per me era come mescolare gli elementi di realtà e di finzione in modo da creare un tessuto verosimile. Così come il popolo andino cerca di mescolare passato ancestrale e modernità. Lima invece ha sempre dato le spalle ad una possibilità di incontro. Da sempre questo è stato il problema del mio paese: l’esistenza di mondi lontanissimi che non si parlano.”

Nel film la pianista da cui Fausta va a servizio, con il suo sprezzo, il suo crudele tradimento, ne è un pieno esempio. E la scena del mare poco prima della fine ha lo stesso intento. Mescolare gli opposti. La costa è il simbolo della popolazione bianca, come la montagna è simbolo del mondo indigeno. E Fausta sceglie di seppellire sua madre, un’india, sulla costa.

Le chiedono perché allora il film non sia finito lì, con la sepoltura della madre, con l’immagine del mare che apre verso orizzonti lontani. Perché aggiungere quell’ultima scena con il fiore della patata?

Ne hanno discusso tanto lei e la troupe. Per Claudia era importante girare la scena del fiore, sebbene comportasse grandi difficoltà, perché il fiore della patata fiorisce solo nell’arco di un’ora: dall’una alle due di pomeriggio. Non è una vera fioritura quella della patata. Ma la scena le serviva a risolvere un conflitto rimasto aperto nel film. Quello della sessualità. Con l’ultima scena c’è un rovesciamento nel valore della sessualità inizialmente vissuta come oltraggio. L’immagine del fiore è la risposta all’interrogativo iniziale: è possibile la guarigione? È possibile un’unione felice tra elementi diversi? Nel fiore c’è il rapporto di aiuto, di stima che il giardiniere è riuscito a creare con Fausta.

Fausta: il personaggio a cui dà vita Magaly Solier, la bellissima attrice già protagonista di Madeinusa, che ora ha inciso il suo primo disco. Le chiedono come l’ha conosciuta, se non le sembri eccessiva tanta bellezza.

Claudia risponde che la bellezza aiuta a parlare delle cose difficili, e la bellezza di Magaly Solier trascende la pura fisicità, si trasmette attraverso la pelle, lo sguardo, il suo corpo è eloquente anche quando lei rimane in silenzio. L’ha capito subito dal primo giorno che l’ha vista da lontano mentre faceva sopralluoghi nella zona delle Ande. L’ha vista seduta sulle scale di una chiesa, vendeva cose da mangiare,  Claudia è rimasta a guardarla da lontano, c’era qualcosa nei gesti di Magaly “ti commuovevi a guardarla”.

“E il titolo in italiano le piace, non lo trova strano quel nome ‘Paloma’ scelto per evocare atmosfere ispaniche, ma che non ha riscontro nel film?” – le chiedono. Claudia non si presta a nessuna polemica: ogni cultura ha i suoi codici, dice, parole evocatrici in una cultura non dicono nulla in un’altra. “Sono grata a questo Paese che ha cercato, anche nel titolo, di far arrivare a tutti il mio film”. E così mette a tacere la sottile polemica che percorre la sala.

Le domande si succedono senza sosta, incalzanti: sulla scelta degli attori professionisti e non, sui diversi accenti dello spagnolo, sui ruoli maschili. Su quegli uomini in Perù che sembrano capire le donne talvolta più delle donne stesse.

E Claudia risponde decisa, senza esitazione, lo conosce bene il suo universo. E il pubblico l’ascolta rapito, con attenzione perché sono tante le cose che di quell’universo non conosce.

Da ultimo: la curiosità sulle sue origini italiane.

Le vengono dalla linea materna, risponde. Sua nonna aveva fratelli nati in Italia e parlava un italiano perfetto, erano originari della zona di Genova, ma sua nonna pur trasmettendo ai suoi l’amore per l’Italia, non ha insegnato loro la lingua. Forse nel tentativo di appartenere alla nuova società, di inserirsi nel nuovo mondo. “Ed è un peccato perché qualcosa si è perso. Per questo dico che è così importante tornare alle proprie origini.”

 

La conferenza stampa finisce. Claudia Llosa sorride felice, sorpresa da tanta calorosa accoglienza, solo a tratti un velo di reticenza negli occhi. Come una paura.

Il pomeriggio si va in televisione; in macchina con noi c’è un’amica fotografa, luminosa, sorridente, il viso simpatico, che l’ha accompagnata dalla Spagna. Sedute una accanto all’altra le scambieresti per due autostoppiste in viaggio, curiose e allegre e complici. Con l’entusiasmo, la leggerezza dei viaggi di gioventù.

Qualcuno in macchina le chiede altre informazioni sui corpi delle vittime conservati con gli olii. Claudia ha fatto una lunga ricerca nelle Ande: “Quante cose ho scoperto…” dice con un sorriso triste “a forza di tenere i loro morti in casa in attesa dell’arrivo delle autorità le famiglie finivano per affezionarsi a quelle presenze. E le madri, quando le autorità se ne andavano, non volevano più sotterrarli i loro figli, i loro mariti. Non c’era verso di convincerle… Se si conservavano così bene perché seppellirli?”

Poi rimane in silenzio. Si vede che ha voglia di parlare di altro, di guardarsi attorno, di vedere il sole, e le case e la luce di Roma oltre i finestrini.

Le due amiche commentano, parlano, ridono tra loro attraversando i corridoi ed i camerini degli studi televisivi, con gli occhi sgranati per non perdersi nessun dettaglio. Claudia un po’ nervosa forse per quella specie di diretta che l’aspetta, di nuovo in mezzo ai rumori ed al frastuono. Ha paura che al trucco la acconcino troppo. “Naturale, naturale” ripete impaurita, diffidente, alla ragazza che si avvicina per accentuarle con il ferro i lunghi riccioli. L’amica fotografa la guarda e sorride.

Ed aveva ragione ad avere paura, perché il suo viso truccato sullo schermo sembra quasi diverso, meno intenso.

Parlano le due amiche e ridono. Cercano di allentare come possono la tensione di Claudia prima di andare in onda. Claudia ha paura di non sentire le domande. “A Berlino erano tutti rispettosi, sussurravano tutti, non si poteva disturbare ed io finivo per non capire niente”

Ma qui non sussurra nessuno, suonano bande, si urla, si grida, l’intervista inizia e si conclude. Un sospiro di sollievo e di nuovo in macchina a guardare fuori, con gli occhi sgranati, vivi. Un po’ stanchi.

 

La giornata volge al termine: è rimasta solo la proiezione in serata per il pubblico. Il tempo di salire in stanza a cambiarsi. “Non c’è obbligo di vestirsi eleganti” Gli stivaletti bassi, i lunghi maglioni, le grandi collane, vanno bene anche per la sera.

Nella macchina, che al tramonto scivola nelle strade verso il cinema Eden, le due amiche  pensano al tempo libero che le aspetta. Domani vogliono farsi una bella scorpacciata di pasta. Ci chiedono se abbiamo qualche bel posto da raccomandare, cioè non bello per carità, ma dove si mangi bene, benissimo. Dove facciano una pasta succulenta. Vogliono mangiare pasta fino a morire. Pasta al pesto, magari. O alla matriciana. O una carbonara. Rilanciano una all’altra.

L’amica è magrissima, Claudia ha un corpo generoso, ma nulla avrebbe lasciato presagire una tale passione, una tale gioia nel pregustarsi quel piatto di domani, lontano da giornalisti e fotografi.

Davanti all’ingresso del cinema, prima di entrare in sala, Claudia chiede se dopo non sarebbe possibile, in barba agli impegni già presi, andarsene da qualche parte a vedere il  Barça contro il Chelsea.

“Veramente… Volete vedere la partita? Ma nel nostro ristorante non ci sarà il superschermo…” Dicono imbarazzati gli organizzatori.

Claudia ha un’espressione accorata. Anche l’amica è delusa. “Ma allora…. proprio non si può? È una partita importante.  In Spagna gli amici sono tutti lì a guardarla”

Intanto una signora del gruppo, spinta da un moto segreto, ne approfitta per chiedere loro se stanno insieme, se sono saffiche compagne.  Claudia sgrana gli occhi senza capire, l’amica è allibita,  prova a spiegare che Claudia è felicemente sposata. Poi lascia perdere.

È ora di entrare in sala. Un gruppo peruviano sta suonando dal vivo sotto lo schermo. Claudia Llosa viene chiamata al microfono ed è una ragazza che parla e si emoziona. Persa la sicurezza della conferenza stampa si impappina davanti al suo pubblico che l’applaude.

“Mi sono impappinata, mi sono impappinata” ripete uscita dalla sala poi si stringe nelle spalle.

Felice di quel foglietto che le abbiamo messo nelle mani con l’indirizzo del ristorante. Ci prega di chiamare adesso e di prenotare per domani a pranzo: alle 13.30. Sorridono sul marciapiedi, le due amiche, stringendo in mano il loro biglietto segreto mentre implorano ancora di poter buttare un occhio alla partita.

“Per favore … per favore” Scherzano, implorano, fanno moine.

Ed è quella l’ultima immagine che ci resta: ed è quello, ci sembra di capire adesso, che Claudia Llosa ha cercato di difendere tutto il giorno con la sua aria vigile e tesa. Ha protetto la sua adolescenza dalla guerra, ora protegge l’entusiasmo, la passione, l’amicizia, dalle intrusioni, dai rumori assordanti della fama.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'