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Ho controllato la mappa del Word Health Organization con la data del primo giugno 2008, che riporta la possibile diffusione del virus H1n1, la febbre suina, in tutto il pianeta.

Ho controllato la mappa del Word Health Organization con la data del primo giugno 2008, che riporta la possibile diffusione del virus H1n1, la febbre suina, in tutto il pianeta. In rosso vengono segnate le zone più a rischio, in arancio quelle intermedie e in grigio le zone dove non si dovrebbe sviluppare nessuna pandemia di febbre suina.
Lo schema è di un anno fa, quindi non lo tengo in molta considerazione, però mostra alcune cose curiose. A prima vista sembra che il virus trovi terreno fertile nella parte ricca del mondo e poco nella parte povera. Lo stato del Burkina Faso, in Africa, è di colore grigio sulla mappa, mentre l’Italia è di colore arancio. Così gli Stati Uniti sono arancioni e ancora peggio è messa la Russia e il Canada: colore rosso.
Questa è stata la prima cosa interessante. Legge del contrappasso o qualcosa di simile, la parte del mondo che sta meglio e quella che potrebbe stare peggio. Il virus sembra privilegiare i posti freddi e ricchi, dove esistono strade e ospedali e banche milionarie piuttosto che gli altopiani libici.
Però la Russia non è uno stato ricco.
Questa è stata la seconda riflessione davanti alla mappa. Mi sono ricordato di un tizio all’aeroporto di Londra che aveva vissuto nella periferia di Dimitrovgrad finché non era scappato e si era trasferito in Inghilterra. Per circa mezz’ora abbiamo parlato di quanta tristezza scorresse in quei posti dimenticati. “È la cosa che più ti impressiona. Non tanto la povertà, anche se ce n’è molta. È la tristezza che ti sega le gambe”.
“Cavolo però per quarant’anni avete tenuto testa agli Stati Uniti”.
“Cavolate. Siamo sempre stati un paese di lavoratori, ma di gente povera, poverissima”.
Però a guardarla nell’insieme la cartina mostra una divisione reale. Quella tra Nord e Sud. Il Sud del mondo non sembrerebbe correre gravi rischi di contagio, il Nord invece è colorato di giallo e rosso. Non c’è scampo, a quanto dice la cartina, chi si trova nell’emisfero boreale è destinato a soccombere, chi si trova in quello australe, fatta eccezione per l’Australia, è destinato a vivere.
Nei film di fantascienza ci hanno abituato che i sopravvissuti fossero pochi e che da qui pochi il genere umano sarebbe rinato. Invece ironia della sorte i luoghi più sicuri sono quelli caldi e più popolosi. Se ve ne rimanete in Brasile, non correte nessun rischio secondo questo schema, di beccarvi la febbre suina. Per lo stesso motivo se rimanete a Roma fate la fine del topo in gabbia.
L’epidemia potrebbe distruggere una piccola parte degli esseri viventi: in fin dei conti non sono così tante le persone che vivono nella parte ricca del mondo, anzi sono una netta minoranza e questo è un altro paradosso.
L’Africa è esentata dal contagio, l’America del sud anche e l’India con tutti gli stati satelliti intorno non ne sentiranno mai parlare. Il sopravvissuto sarà non solo in posti caldi, ma molto spesso bellissimi e anche poveri. Certamente è meglio che una cosa del genere non accada mai, però anche se accadesse, non è così tragica come poteva sembrare prima che ne fossimo informati.
Ma non è tutto. Il virus in realtà non si chiama febbre suina, ma A/H1n1 e, fa parte dello stesso ceppo dell’influenza spagnola che devastò mezza Europa durante la prima guerra mondiale. Ho studiato un po’ la faccenda e pare che la febbre spagnola si chiamasse così perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Gli altri paesi erano in guerra al tempo e la stampa era censurata e non consentiva il diffondersi di notizie scoraggianti. La Spagna invece era fuori dalla guerra e per prima ne iniziò a parlare.
Ma gli studi fatti mostrarono che il virus era stato portato dai militari americani di stanza in Europa. Altro paradosso. Così come in passato noi abbiamo portato il germe del raffreddore con Cortez nel nuovo mondo, tra il 1918 e 1919, hanno riconsegnato al mittente il messaggio: un miliardo di persone contagiate e almeno, si stima, cinquanta milioni di morti.
Altro paradosso della vicenda è stata l’alimentazione. I soldati austroungarici sono morti tre volte di più di quelli italiani perché mangiavano meglio. Il loro pasto principale era la carne, alimento che dà molte calorie, ma poche vitamine, mentre noi italiani morivamo di fame con pane e cicoria, che dà poche calorie e molte vitamine.
È intessente come delle volte la logica di un certo modo di vedere le cose faccia fiasco e come dal niente vengano fuori i paradossi.
Possiamo aggiungere l’esempio del virus del Hiv che negli anni ottanta era diventato il secondo nome per definire un omosessuale e oggi invece si è scoperte che essere omosessuale non c’entra quasi niente col virus.
Quindi tra posti caldi e bellissimi che diventano i rifugi perfetti per sopravvivere e nomi che indicano cose che non sono mai esistite, continuiamo a vivere nella paranoia di beccarci l’influenza dei maiali e io sono arrivato a questa considerazione: di andare nei posti in cui si sta sviluppando la febbre, primo perché ora i biglietti aerei per il Messico costano poco e secondo perché la stampa alimenta le nostri dolci paranoie: in fin dei conti è più probabile che mi becchi un cancro maligno alla prostata, che muoia di febbre suina.

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