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Fiori di vetro

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Villa Torlonia, a Roma, non è lontano dal luogo dove lavoro e neanche da dove abito, eppure negli ultimi anni ci vado molto di rado; peccato, perché è uno spazio...

Villa Torlonia, a Roma, non è lontano dal luogo dove lavoro e neanche da dove abito, eppure negli ultimi anni ci vado molto di rado; peccato, perché è uno spazio aperto e gioioso – a due passi dal Policlinico, noto luogo di dolore – e ricco di perle che uno non immaginerebbe mai.

Tempo fa ci andavo più spesso; tanto spesso che i custodi cominciavano a guardarmi con sospetto… Ma guidavo piccoli gruppi dal comportamento irreprensibile e dopo un po’ si sono rilassati. Mi riconoscevano e salutavano, anche; ma qualche curiosità deve essergli restata…

Il complesso di Villa Torlonia è stato acquisito dal Comune di Roma nel 1978, dopo essere stato nel passato, oltre che proprietà dei Torlonia, anche (negli anni venti) la residenza ufficiale di Benito Mussolini. Ora è stato in parte restaurato, ma grandi lavori sono tuttora in corso.

Nel 1997 è stato completato il restauro della ‘Capanna Svizzera’, denominata successivamente ‘Casina delle Civette’ al cui interno è aperta al pubblico una ricca raccolta di vetrate artistiche – anch’esse restaurate, secondo i disegni originali – che adornavano gli interni della costruzione negli anni del maggior fasto.

Ma cosa era accaduto, in quegli anni, da portarmi così spesso a fare da ‘cicerone’ a piccoli gruppi di amici, in visita alla Casina delle Civette?

Una immagine recente della ‘Casina delle Civette’. Già dall’esterno si possono vedere le vetrate che ne adornano porte e finestre; ma esse saranno apprezzate al meglio guardando dall’interno verso l’esterno

Quello delle vetrate è stato il gioco appassionante di un periodo della mia vita, disseminata di molte passioni.

La storia – al solito – è cominciata per caso: un’amica segnata dal ricordo di un’infanzia in Polonia, dove un mitico zio lavorava il vetro – faceva gran belle lampade liberty – e lei, bambina, lo stava a guardare incantata. Passano gli anni, i ricordi riaffiorano e lei decide di imparare seriamente la tecnica. Trova facile sponda in me, notoriamente attratto dai grandi entusiasmi, e cominciamo… Sfasati di un anno, in modo tale che lei è sempre stata la mia maestra. Esploriamo in successione le varie tecniche del lavoro vetratistico: la legatura a piombo, il ‘tiffany’, il collage; poi lei approda all’empireo della vetrofusione e mi lascia indietro di molte lunghezze. Ma, pur a quelle alte temperature – la fusione del vetro avviene intorno agli 820 °C – restiamo grandi amici!

 

Ormai da cultori della materia, torniamo più e più volte alla Casina delle Civette e ci accompagniamo gli amici; perché il luogo costituisce, con la sua mostra permanente di bozzetti e vetrate, la interessante testimonianza di un periodo della recente storia dell’arte. Quella tendenza artistica che si affermò negli anni tra il 1890 e il 1910 con il nome di Art Nouveau. Per averne un’idea basti pensare alle decorazioni della Metropolitana di Parigi, inaugurata appunto in quel periodo.

Le ‘Chemin de Fer Métropolitain de Paris’, ben presto abbreviato in ‘Métro’, fu realizzato in occasione degli imponenti lavori pubblici collegati con l’Esposizione Universale tenutasi in città nel 1900 (v. in seguito)

Durante le nostre visite, spinti dalla necessità di dare risposte alle curiosità degli amici, abbiamo dovuto approfondire le nostre conoscenze sulla storia delle vetrate e sul loro impiego nei secoli passati.

Per quali ragioni profonde l’uomo ha cominciato ad impiegare le vetrate, nelle sue chiese? E perché tanti fiori e frutti?

Ne abbiamo già parlato su queste pagine. Sembra che in stati alterati di coscienza – tipicamente sotto l’influsso di droghe allucinogene come la mescalina, ma anche in varie altre situazioni – si abbiano visioni di oggetti colorati illuminati dall’interno; così sono rappresentati nei dipinti di Hieronymus Bosch [Vedi su “O”: Piante e frutti perduti, ritrovati, fantasticati 
del 07.12.08]. Queste ‘visioni’ sono anche associate a stati carenziali, al digiuno prolungato, a stati di malattia e di sepsi. Tutte condizioni frequenti nei ‘secoli bui’ e riportate dai mistici nei loro scritti; descritte magistralmente nell’esperienza di Huxley con la mescalina e quindi confermate da ricercatori e scienziati. [vedi su “O”: Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (terza parte)
 del 08.07.07].

 

I primi vetri colorati trasparenti utilizzati per le finestre delle chiese risalgono a prima dell’anno mille e l’arte si diffonde nei secoli successivi; ecco così le vetrate delle cattedrali gotiche, che fanno piovere luce e colori dall’alto, come mezzo del dialogo dell’uomo con il divino.

Già nel XII°- XIII° secolo, in Francia, le vetrate delle cattedrali sono note per la bellezza e ricchezza dei loro colori e la città di Chartres, nel nord-ovest della Francia, diventa il centro più importante dell’arte vetraria. Bisogna entrarci, in una cattedrale gotica, con l’attenzione specifica alla luce che vi entra attraverso le vetrate colorate: si può vedere allora come esse scompongano la luce; come la moltiplichino in mille sfumature posandosi sugli oggetti. Bisogna guardare ancora a come cambia la luce in relazione all’ora del giorno e alle condizioni atmosferiche, perché le vetrate lavorano con la luce, che le rende movimentate, quasi vive. La cattedrale di Chartres è quella che contiene i maggiori esempi di vetrate risalenti al XIII secolo, dal colore blu inimitabile, ottenuto colorando la pasta di vetro con l’ossido di cobalto: nel loro complesso esse coprono una superficie di 2600 m² (!).

La cattedrale gotica  – è stato detto  – è come uno strumento musicale, un’armonia complessa in cui le forme si fondono con la luce e il suono (ovvero il canto) per elevare l’uomo verso Dio.

Le vetrate della cattedrale di Notre-Dame de Chartres (a 95 Km a sud-ovest di Parigi), in uno dei più perfetti e meglio conservati edifici gotici al mondo.

Ma di lì a poco si sarebbero affermate le istanze dei fondamentalismi religiosi, che per voce dei monaci – cistercensi prima e francescani successivamente – dichiararono disturbante e blasfema tutta quella ricchezza visiva.

Non deve quindi stupire se nel XVIII° sec. la fabbricazione del vetro e l’arte dell’impiombatura fossero talmente cadute nell’oblio che solo rari artigiani e mastri vetrai erano ancora in grado di padroneggiare queste tecniche.

Ma di nuovo in Francia quest’arte riprese a fiorire, e di là si diffuse in Inghilterra e in Germania; ancora una volta le vetrate colorate presero a ornare non solo le cattedrali, ma anche case private: le residenze dei grossi commercianti e della nobiltà, per l’alto costo del materiale.

Particolare fortuna e diffusione ebbe questa antica arte europea negli Stati Uniti: sono del 1874 le famose vetrate dellla Holy Church di Brooklyn, la grande cattedrale di New York.

Inoltre con l’invenzione del vetro colorato opalescente, fatto nel 1880 proprio da Tiffany si cominciarono a creare delle vetrate particolarmente originali inserite in vari contesti architettonici e si realizzarono i famosi paralumi, con la tecnica detta appunto ‘Tiffany’.

Le vetrate della Holy Church, in Brooklyn (New York), opera del maestro Louis Confort Tiffany,

E siamo a tempi più recenti, quando l’arte vetraria si inserisce a pieno titolo nella corrente dell’Art Nouveau, che rappresenta la novità di maggior richiamo dell’Esposizione di Parigi del 1900. Essa si diffonde localmente con nomi diversi come Stile Liberty (dal nome dei magazzini inglesi di Arthur Lasenby Liberty di Londra, specializzati nella importazione e vendita oggetti esotici), Modernismo o Stile floreale in Italia. Il mondo della natura, i fiori, e l’ispirazione all’arte giapponese delle stampe ukiyo-e ne costituiscono un carattere centrale [Vedi su “O”: Il senso di Hiroshige per la natura. Il Giappone sognato
 del 19.04.09].

 

Gli esponenti di rilievo dello stile floreale applicato alla vetratistica, a Roma in particolare, sono Duilio Cambellotti, Cesare Picchiarini, Paolo Paschetto, Umberto Bottazzi e il Laboratorio di vetrate artistiche di Giulio Cesare Giuliani. Un gruppo di artisti multiformi; ‘artigiani’ nel senso rinascimentale del termine…. Tutti presenti, con alcune loro opere, alla esposizione della Casina delle Civette.

La ‘Casina’ fu denominata ‘delle Civette per la ricorrenza di questo motivo ornamentale – qui una vetrata realizzata su un bozzetto di Duilio Cambellotti – voluto dall’erede Torlonia, il principe Giovanni, che vi introdusse anche altri motivi esoterici
‘Foglie e tralci con uva’: una vetrata restaurata da quella originale del Laboratorio di Cesare Picchiarini (‘Mastro Picchio’) su bozzetto di Cambellotti

“La vetrata, questa diletta ancella della luce, e del vetro leggiadra figlia, nel mondo materiato potrebbe essere paragonata ad un fuoco fatuo, atto a ricoverare le sue luminosità negli ambienti dove apparisce” – ebbe a scrivere Cesare Picchiarini (1871 – 1943) sul modo di intendere il suo lavoro.

Restauro delle vetrate originali ‘Rose, nastri e farfalle’ realizzate dal Laboratorio Picchiarini su bozzetti di Paolo Paschetto
La vetrata ‘Rondini’, restaurata sull’originale del Laboratorio Picchiarini. I voli di rondini sono un altro dei motivi ricorrenti delle vetrate della ‘Casina’
Ritorna il motivo ‘Rose e farfalle’. E’ evidente, qui come altrove, la caratteristica delle vetrate di prendere vita e ‘giocare’ con la luce esterna
Vista dall’alto della scala di uscita dalla ‘Casina delle Civette’, con le vetrate delle quattro stagioni. Di grande effetto ‘teatrale’ l’inserimento tra le travi del soffitto di voli di migratori
La stessa scalinata dell’uscita vista dal basso

Durante le visite, quando parlavamo – metaforicamente – di fiori di vetro, sempre qualcuno ricordava che ne aveva già sentito parlare… Ma le piante di vetro ci sono davvero?

Ma no!

‘Pianta di vetro’ è il nome comune con cui è indicata l’impatiens (Impatiens walleriana, I. balsamina, I. noli-me-tangere e molte altre specie – Fam. Balsaminaceae); la pianticella deve la sua denominazione alla consistenza traslucida dello stelo ricco di acqua.

Alcune varietà della comune Impatiens, conosciuta con numerose denominazioni popolari: ‘pianta di vetro’, ‘Carolina’, ‘Lisetta’, ‘spose’, ‘begli uomini’
Un altro dei nomi con cui è indicata questa pianta – Impatiens noli-me-tangere – deriva dalla curiosa particolarità della capsula di aprirsi al minimo tocco, a maturazione, per diffondere i semi

Da non confondere la pianta di vetro – pur in un campo affine – con la pianta della ‘porcellana’ (Portulaca spp.: Portulaca oleracea. P. grandiflora e altre). Tra le varietà spontanee la P. oleracea è la più diffusa; le sue foglioline carnose sono anche commestibili in insalate estive.

Due varietà di portulaca (Portulaca oleracea. P. grandiflora – Fam. Portulacaceae). Il nome deriva dal latino ‘piccola porta’, per la forma a opercolo, come il coperchio di una teiera, che hanno le capsule dei semi

Sempre persi nel trip della vetrate, la mia amica e io mandavamo avanti una ricca produzione in proprio; una specie di factory, con l’entusiasmo e il fiorire di idee che tipicamente si associa, ‘statu nascenti’, alle imprese che cominciano, all’esplorazione di nuove possibilità di espressione.

Iris. Una vetrata realizzata con legatura a piombo
Uno specchio ornato da una cornice a lavorazione ‘Tiffany’; qui fotografato all’esterno a mostrare una fioritura di roselline ‘Banksiae’ e le foglie del ‘falso pepe’ (Schinus mollis)
Lo stesso specchio, con un motivo floreale di iris, a fronte con l’originale, fiorito proprio in questa stagione
Uno specchio con legatura a piombo, retroilluminato dall’elettricità e non dalla luce naturale

 

Ho bei ricordi di quel periodo. Il tempo rallentava fino quasi a fermarsi, mentre ero intento al lavoro delle vetrate; non si sentiva il freddo, né la fame. Dovevano chiamarci più volte per farci smettere…

Poi il piacere dell’ideazione, la sfida di trasformare il progetto nella corrispettiva realizzazione; il mostrarsi le cose gli uni con gli altri.

E ancora… le piccole mostre tra amici, le esposizioni più grandi, la realizzazione di un laboratorio insieme; il confronto con il ‘mercato’.

Infine – come alla fine del ‘ciclo naturale’ di una passione – la disaffezione, la stanchezza, la perdita di interesse…

 

Per tornare alle nostre ‘visite guidate’, c’era sempre qualcuno del gruppo che cercava i richiami più strani, in riferimento ai fiori di vetro.

Ecco allora il fiore di vetro, dalla sequenza di un bel film di Andrej Tarkovskij, ‘Solaris’ (1972), quando una rosa viene immersa nell’azoto liquido e ne viene cristallizzata in una fragile scultura di ghiaccio, o di vetro –  …poi anche la donna creata dalla fantasia del protagonista e resa reale dall’influsso del pianeta (Solaris, appunto) seguirà la stessa sorte –
E ancora, la descrizione della ‘Foresta di cristallo’, dall’omonimo libro di James Ballard (1966): un grande visionario della fantascienza catastrofica, recentemente scomparso. La storia ipotizza che, a causa di una crepa nel tessuto del tempo, una vasta area di foresta africana cristallizzi gradualmente: le foglie e i fiori brillano come gemme; gli stessi uomini che non si mantengono in movimento si trasformano in statue di ghiaccio, incrostate di gemme brillanti e fuse con il terreno circostante.

“La mia convinzione è che questa foresta illuminata riflette in qualche modo un periodo precedente delle nostre vite, forse un ricordo arcaico che ci portiamo dietro dalla nascita, di qualche paradiso ancestrale…” – …così Ballard, in risonanza con alcuni dei concetti già espressi sopra.

Ho cercato qualche giorno fa, dopo tanto tempo dall’ultima visita, alcune grandi piante di camelie rosse, che ricordavo come una delle attrazioni (non vetrarie) della Villa, residuo della piccola foresta impiantata a partire dal 1939 dall’architetto Giuseppe Jappelli nel progetto di ristrutturazione globale. Purtroppo durante e dopo l’ultima guerra, negli anni  1944 -’47, la Villa e il parco attiguo furono sede del comando anglo-americano. Risale a questo periodo l’abbattimento di almeno trenta alberi di camelie alti oltre tre metri, al fine di consentire movimenti più agevoli ai mezzi militari.

Alla visita dell’altro giorno non ho trovato neanche le due o tre piante sopravvissute alla strage. Scomparse, oppure inglobate nel recinto di qualcuno dei cantieri ancora aperti…

Ma una passeggiata in una villa storica ha tanti motivi di interesse e non lascia mai senza una sorpresa. Questa volta, proprio all’uscita, mi si è parato davanti un albero fiorito di un bel blu, come è inusuale vedere da noi. Non può essere una jacaranda (Jacaranda mimosaefolia – Fam. Bignoniaceae), dalla fioritura molto simile, che fiorirà solo tra qualche mese…

Cosa allora..?

Ecco! Una Paulownia!

Una maestosa Paulownia tomentosa (Fam. Scrophulariaceae) fotografata all’uscita da Villa Torlonia su via Spallanzani

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