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Breve racconto semirealistico sulla serata finale del premio Italo Calvino

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Gli allievi della Scuola Omero la sanno lunga. Fabio Napoli, con il suo romanzo La banda dei precari, è stato tra i finalisti del premio Calvino, il più prestigioso concorso...

Gli allievi della Scuola Omero la sanno lunga. Fabio Napoli, con il suo romanzo La banda dei precari, è stato tra i finalisti del premio Calvino, il più prestigioso concorso per autori esordienti. Ecco come ci racconta la serata della premiazione.

Che la gnocca non ci sarebbe stata io lo sapevo. Il comunicato stampa parlava chiaro: 12 finalisti, 8 uomini e 4 donne. Età media: 35/40 anni. Perciò il sogno di una finalista ventenne e procace da accalappiare era svanito quasi subito. Di una cosa però ero certo: ore 20.00 buffet.
Alle 16.45 arrivo davanti il palazzo della premiazione. Il nome è tutto un programma: Barolo. Palazzo Barolo. Fico, peccato che sono astemio.
Davanti il portone non c’è nessuno. Strano, io mi pensavo che alle cinque meno un quarto in punto sarebbero stati già tutti lì, un po’ sudaticci ma pronti a scattare, con Maddalena (la ragazza che si è occupata di contattare i finalisti, dalla voce calda e sensuale) appena tornata dalla stazione con il carico di finalisti fuori sede. Anche io ero fuori sede, però stavo lì dal giorno prima, ospite insieme a Elda e Fabrizio a casa di un’amica di un amica mia. Fatto sta che alle 16.45 ancora non c’è nessuno.
“Aspettiamo qua”, dico io.
“Ma no, entriamo, staranno già tutti dentro”, dice Elda.
Alla fine entriamo, saliamo una rampa di scale tipo quella della principessa Sissi ma più piccola e arriviamo in una stanza, che è l’anticamera di altre stanze, tutte barocche e dorature e stucchi con quadri alle pareti e ritratti e moquette rossa dappertutto. Mi guardo intorno. Un tipo viene da me, come a dire “ma adesso questi qua che vogliono”.
“Salve” dico io “è il premio no?”.
Il tipo sembra essersi rilassato, deve aver capito che non siamo banditi, ci dice di si e torna da dove è venuto. Dall’altra stanza sento voci, mi faccio avanti, e vedo gente che parlotta. Ma glielo devo dire che sono un finalista? Ma no, ti pare, e che gli dico? “Salve piacere, io sono un finalista”. No escluso, non se ne parla proprio. Io, Elda e Fabrizio posiamo le bardature sopra un attaccapanni. Così, in camicia bianca e gilet a quadretti ma sempre un po’ trasandato, non scherziamo, sembro molto più finalista, e poi fa caldo. Idem Elda, che si è messa un vestitino davvero carino.
Fabrizio, il solito jeans e maglione: “Cazzo Fabrì, ti potevi vestì un po’ meglio, da te mica me lo aspettavo”. Intanto pigliamo alcuni fogli da un tavolo che ci tolgono subito dall’imbarazzo, rompendo l’illusione di una finale tipo Gerry Scotti o Isola dei famosi dove mano a mano se ne vanno tutti, finché non ne restano due e arriva la busta con il verdetto tipo miss Italia e poi vince uno e tutti a fare il cappottone. Infatti il foglio è un comunicato stampa con il nome del vincitore e dei testi segnalati. E così, senza busta, senza coriandoli dall’alto, senza cardiopalmi né ascelle sudate e senza nessuna bonazza a portarmi in trionfo scopro di essere stato segnalato, insomma di essere arrivato secondo. Quando scende la pezza, e insomma sia io che Elda che Fabrizio ci rendiamo conto che i giochi sono fatti mi si avvicina un uomo, occhiali e capello riccio, mezza età, che sono convinto di conoscere. “Ma certo” dico tra me e me “è Andrea Bajani, uno della giuria”.
“Ciao”, mi dice “tu sei quello della banda dei precari? Complimenti” e mi stringe la mano e io, senza un attimo di esitazione rispondo: “si, e tu sei Andrea Bajani”.
Andrea Bajani si fa scuro, sorride: “no, in realtà sono Paolo Colagrande”.
Cazzo, figura di merda, è l’altro giurato. Io ribatto qualcosa che non ricordo e Paolandrea scompare, come d’altra parte faccio presto anche io prima di ficcarmi sottoterra e scomparire una volta per tutte dal mondo.
Inizia la cerimonia, poco dopo chiamano il vincitore, che sale sul palco e inizia a parlare. Adesso dovrebbe toccare a me, e infatti è così. Dopo aver letto un brano dal mio testo, Paolo Colagrande, quello di prima, inizia a parlare e poi, non so bene in che momento, spunta il mio nome. Io non capisco. Dopo un po’ una dietro di me batte sulla mia spalla: “guarda, mi sa che devi andare”. Cazzo, e adesso che gli dico? Ormai è fatta, arrivo e mi metto seduto. Mi passano il microfono. Devo dire qualcosa di intelligente: “innanzitutto, ciao a tutti”. Risate generali. Non capisco se è una cosa buona. Forse si.
Continuo: “come ha detto Andrea Bajani”. Cazzo, troppo tardi, mi sono sbagliato di nuovo, figura di merda numero due, ormai ci sono dentro, non resta che raccontare a tutti la figura di merda numero uno. Ancora risate generali. Dopo la performance e un paio di domande torno a
posto, penso che tutto sommato è andata bene e che la figura di merda numero due è servita a sciogliermi. Non ho balbettato neanche tanto, anzi, quasi niente, vaffanculo. Mi rimetto seduto, qualcun’altro mi batte sulla spalla. Mi giro. E’ Andrea. Un amico che non mi aspettavo di trovare là, gli stringo la mano: “mitico”. All’autrice del secondo testo segnalato tocca più o meno la stessa sorte, chiamata sul palco e domande. Il resto dei finalisti lettura e domanda dal posto. Alla fine riesco a parlare finalmente con Andrea: “che ci fai qui?”. “Hai visto? Accompagnami fuori a fumare una sigaretta”. Dopo le presentazioni di rito tra Andrea, Fabrizio e Elda usciamo al volo, stiamo già scendendo le scale, una tipa mi ferma: “ciao sono Paola, mi mandi il manoscritto?” sta per darmi il biglietto da visita, “si certo” dico io “ma tanto poi rientro, ci si vede dentro”. Non ho nessuna intenzione di perdermi il buffet.

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