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Sensi In Versi

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Jacopo ci porta in un locale e in macchina discutiamo di tante cose, come se le conoscessimo a fondo una per una, sentiamo il bisogno di confrontaci e...

Jacopo ci porta in un locale e in macchina discutiamo di tante cose, come se le conoscessimo a fondo una per una, sentiamo il bisogno di confrontaci e parliamo a lungo. Non ricordo chi dice che è per via del fatto che la strada è sgombera e che non ci siamo abituati.
Ci lasciamo Roma e il temporale alle spalle e saliamo sulle colline e dopo quaranta minuti siamo a Velletri.
C’è un gruppo che si chiama “Sensi In Versi” che suona in un locale che si chiama il Bibenda. Nella campagna su una via statale sembra di essere negli Stati Uniti, nella parte più brutta degli stati uniti, il Midwest e davanti a noi c’è un grande campo che si perde nella notte illuminato dal neon dell’insegna di un supermercato.
Petty è felice. Non vuole pensare alla politica o alle sue piccole nevrosi che spesso ci fanno ridere e ordina per primo da bere.
“Dovremmo bere sempre amari”, dice.
“Perché?”.
“Ci fanno bene alla salute”.
“Allora salute”.
“Salute”.
Anche Betta partecipa al brindisi e poi mi si stringe addosso e ha l’aria stanca, ma è molto bella e glielo dicono anche gli altri, ma lei non ci crede fino in fondo.
“Sei freddo con me”, mi dice.
“Non è vero”.
“Sì invece. Se non ti dicevo io che stavo male, tu potevi andare avanti anche tutta la sera”.
È la prima volta che veniamo al Bibenda e il locale non ci piace molto, però la musica sì. I “Sensi In Versi” suonano unplugged e a noi piacciono le loro canzoni e alcune le cantiamo e ogni volta che finiscono li applaudiamo.
Ci mettiamo su un divano in fondo alla sala e da lì teniamo sotto controllo tutti.
Tutti i tavoli sono riempiti da persone, i più vicini ascoltano il concerto, i più lontani parlano e i due baristi dietro al bancone continuano a servire drinks e hanno molto lavoro da sbrigare. Visto dall’interno il locale è meno brutto di come ce lo eravamo aspettati e ci sentiamo a nostro agio, i drinks non costano tanto e c’è una bella luce vivace.
“Quella lì è la più bella di Velletri”, dice Iacopo.
“Non è così bella”.
“Di te non mi fido più da quando ti sei messo a ridere mentre io spiegavo la Commissione Pecora”.
È successo in macchina durante il viaggio. Abbiamo parlato del presidente Obama e di come ci avesse deluso con le sue scelte economiche e Iacopo  si è arrabbiato perché noi tre ci siamo messi a ridere mentre lui ci spiegava la Breton Woods e la Commissione Pecora.
“Siamo ubriachi, non ti arrabbiare”.
“Non è vero, abbiamo bevuto troppo poco”, dice Iacopo.
Il Bibenda è un posto colorato e fighetto e tutti le persone di Velletri si riuniscono qui. Nella sala la musica è troppo alta così dobbiamo uscire per parlare. I “Sensi In Versi” suonano Urla contro i tuoi eroi e io vado al banco a ordinare ancora amari per tutti.
“Lo sapevi che Chavez ha regalato a Obama un’isola”, dice Petty.
“Un atollo?”.
“Può darsi, non lo so bene. Sopra l’isola c’è una raffineria che ora verrà smantellata per far posto a un parco”.
“Non è male”.
“Obama è un piacione e anche Chavez, sono due piacioni”.
“Ma non avevi detto che non si parlava di politica stasera?”.
“Già”, dice Petty.
La cameriera ci porta gli amari e li disponiamo su un vassoio. Guardo infondo alla sala e Betta è al telefono e esce dal locale.
“Sai come si chiama l’isola?”, dice Petty.
“No”.
“Petty’s island”.
“È la tua isola”.
“Già”.
“Dovresti andare a reclamarla”.

Torniamo al tavolo e beviamo gli amari e nessuno dice una parola, rimaniamo fermi a guardare il concerto; se il volume fosse più basso sarebbe davvero un bellissimo concerto.
“Sono bravi”, dice Iacopo.
“Alcune canzoni sono un po’ lagnose, ma anche secondo me sono bravi”.
“Già”.
Betta ritorna e si siede accanto a me e mi guarda con occhi cattivi e dolci.
“Tu non hai nessuna educazione sentimentale”, mi dice.
“È vero”.
“Sei un altro bloccato e chiuso”.
Non le rispondo e guardo gli altri e bevo un sorso di amaro che è buonissimo.
“Perché?”, mi chiede.
“Colpa di tante cose successe tanti anni fa”.
“Non è vero. La colpa è tua”.
“Non sarebbe bello andarcene via e prendere una casa e starci un periodo abbastanza lungo per non annoiarci e poi cambiare posto e casa”.
“Con te non vengo da nessuna parte”.
“Lo so che stai male”.
“E allora perché non mi abbracci e non mi parli?”.
Usciamo fuori e Petty prova a fumare una sigaretta, lo fa solo quando è disteso, e non aspira il fumo. La sigaretta la tiene come un ragazzino che imita il padre che fuma. Lo guardiamo e ridiamo.
“E Giulia, Petty?”, dice Betta.
“È bellissima”.
“Allora perché non ci provi?”.
“Perché siamo due principini. Li riesci a vedere insieme due principini?”.
“No”.
“Siamo tutti e due troppo comodi e viziati”.
“Sarebbe un modo per sbloccarvi” dico io, ” Immagina la mattina: tesoro vai tu a fare il caffè? No vai tu. No tu. Alla fine sarebbe educativo”.
“Moriremmo di fame”.
La ragazza indossa una giacca di pelle rosa, Petty mi fa notare che è molto curata nell’aspetto e che è carina. Ma ha qualcosa che non va, ha delle emozioni fuori misura e in ogni risposta che ci da sembra che stia prendendo in giro qualcuno.
Parla con Iacopo alcuni minuti e Iacopo ce la presenta.
“Che cosa gli è successo?”, chiede Petty a Iacopo dopo che la ragazza si è allontanata.
” Niente. Cioè non lo so”.
“Sembrava che ci stesse prendendo in giro”.
“Lo so. Credo sia colpa di una brutta depressione”.
“Ma avrà la nostra età”.
“Sì ha la nostra età, ma prende psicofarmaci, è stata molto male”.
Iacopo fa una pausa.
“Da queste parti non è così insolito, molte persone hanno fatto questa fine”.
“Diavolo”, dice Betta.
“Già. Non saprei spiegare perché. Forse la vita di provincia alla fine ti uccide i nervi”.
Rimaniamo in silenzio. Non sappiamo darci una reale spiegazione e ci sembra tutto abbastanza tremendo.
Esce Dario, il nostro amico che suona nei “Sensi In Versi” e gli facciamo un applauso. Sembra disteso e si accende una sigaretta e dà la prima boccata come uno che ha appena finito di fare l’amore.
“Come ti è sembrato?”, mi chiede.
“Il locale è brutto, ma la musica è bella”, gli dico io.

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