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La fiction: Dal film alla serie. Crash

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Se negli ultimi anni abbiamo vissuto la trasformazione di un telefilm di successo in film sul grande schermo (si veda X Files, Sex and the city), meno frequente...

Se negli ultimi anni abbiamo vissuto la trasformazione di un telefilm di successo in film sul grande schermo (si veda X Files, Sex and the city), meno frequente è il percorso inverso. Questo avviene poche volte per paura di banalizzare e semplificare le complesse articolazioni della trama. Il caso di “Crash” è emblematico. Dopo il film, uscito nel 2004, e diretto da Paul Haggis, vincitore di tre premi Oscar, ha debuttato, martedì scorso, su Cult (canale 131) in prima visione assoluta il telefilm omonimo in tredici episodi. La serie, creata da Glen Mazzara, è ambientata, così come la pellicola a cui si ispira, a Los Angeles ed esplora la complessità delle relazioni sociali e interrazziali nell’America odierna. Pertanto la filosofia è la stessa. Raccontare quanto siamo in grado, nell’era dei messaggini, delle chat, di facebook, di comunicare l’uno con l’altro. Una serie che lascia poco al sogno e si focalizza sulla violenza e il razzismo. Si narrano veri e propri “scontri tra esistenze” diverse e contrapposte. I momenti di speranza e di amore si spezzano, si rompono nei rapporti di alcuni personaggi che, nello scorrere delle loro vite, si “scontrano” con altre esistenze.

Un intreccio di persone che provano a realizzare le proprie aspirazioni, i propri sogni, e che, nonostante la vicinanza fisica, spesso si sentono lontanissime e in conflitto le une con le altre. Il tutto sullo sfondo di una Los Angeles caotica, violenta e folle, un girone dantesco in cui si scontrano, senza casualità, le vite dei personaggi. Nell’adattamento televisivo, assume una figura di rilievo, anche per l’importanza dell’attore che la interpreta, il produttore discografico Ben (Dennis Hopper) una persona senza scrupoli che non esita a fare regali faraonici così come a puntare un coltello sotto la gola di chi non è d’accordo con lui.

Ben e il suo autista Anthony Adams (Jocko Sims) incontreranno, poi, un poliziotto di origini italiane, Kenny Battaglia (Ross McCall) affiancato da Bebe (Arlene Tur) attrice che presta servizio in polizia in attesa dell’occasione per coronare il sogno di diventare una celebrità nel mondo del cinema.. Ma da loro, l’intreccio si estenderà ad altri uomini e donne, sempre sull’orlo dello scontro metaforico e tangibile. Come Peter (D.B. Sweeney), immobiliarista, e il detective Axel (Nick Tarabay), passando per il paramedico Eddie (Brian Tee) e, ovviamente, tutte le persone che le circondano (come Inez, interpretata da Moran Atias). Tutto nasce da un «crash», uno dei tanti della serie, un incidente provocato dal poliziotto corrotto che la fa arrestare. Diventeranno amanti.

Nonostante le premesse, la critica non è rimasta molto affascinata dalla versione catodica del film: Variety l’ha accusata di mancare di originalità e di sostanza, mentre la performance di Hopper è stata definita sul Boston Globe come “troppo sopra le righe: la sua anarchia ed il suo essere malevolmente psicopatico vanno troppo col pilota automatico. Nessuno degli storyline è neanche lontanamente interessante”. The San Francisco Chronicle ha sottolineato come “nessuna delle storie e dei personaggi sia abbastanza avvincente”, sottolineando come “Crash cominci e finisca senza aumentare in noi il desiderio di farci riflettere”.

Eppure la serie racconta un’umanità vasta, fin troppo attuale e piena di limiti e ha, tra gli altri, il merito (non da poco) di rappresentare e riflettere con estremo realismo le contraddizioni della società occidentale contemporanea.

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