Un giorno come un altro

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Ettore ha prelevato cento euro e si sente eccitato perchè si è preso una giornata dal lavoro senza che nessuno lo sappia e ha acceso e spento tante sigarette.s

Ettore ha prelevato cento euro e si sente eccitato perchè si è preso una giornata dal lavoro senza che nessuno lo sappia e ha acceso e spento tante sigarette.
Non sappiamo bene cosa possiamo trovare. Né io, né lui siamo mai stati all’ippodromo. L’unico posto da cui abbiamo visto le Capannelle è la sala corse ippiche della Snai e durante alcuni anni non c’è mai venuta la voglia di andarlo a visitare e di puntare dal vivo.
“Sarà pieno di filippini”, ha detto Ettore.
“Perché?”.
“La Snai è piena di filippini, chi vuoi che le segua le corse. I filippini puntano forte”.
E’ una bella giornata e dalle gradinate vediamo fino ai castelli romani e il sole ci fa sudare e ci sentiamo benissimo.
Abbiamo saltato la prima corsa che cominciava alle quattordici perché siamo partiti tardi. Ma ho fatto in tempo ad annotarmi l’ordine di arrivo. Era la gara più lunga della giornata, duemiladuecento metri, ma il primo premio è solo di quattromila euro, quindi i fantini sono tutti ragazzi con poco più di vent’anni.
Sono sceso nel piazzale e ho comprato dell’acqua e ho preso il programma delle corse. Non ci sono molte persone e la maggior parte sono vecchi riuniti in gruppi sparsi.
Quando sono tornato sulle gradinate Ettore ha già il suo programma e lo sta studiando con attenzione e non vuole essere disturbato, rimane per un po’ in silenzio e decide i suoi cavalli.
Mi convince che i vincenti sono Licens to Kill e Great Ambition.
“Perché Great Ambition come secondo?”, gli chiedo.
E’ il cavallo che ho scelto.
“Perché c’è Aragon sopra e non è in forma oggi”.
“Tu cosa ne sai?”.
“La gara precedente è arrivato sesto. Ha mangiato troppo a pasqua il poveretto”.
Controllo e cambio cavallo e appena tutto è in ordine scendiamo dalle gradinate e andiamo a guardare le quote e a fare le nostre puntate.
Gioco accoppiata in rodine sparso e punto su Colossus Royal e Licens to Kill. Poi li gioco all’rodine di arrivo, tre cavalli, e ci aggiungo Hard Life, un cavallo irlandese.
“Non ci posso credere. Non c’è nemmeno un filippino”.
Per Ettore non è facile da capire che oltre alla Snai non li vedi alle corse dei cavalli.
“Ho letto da qualche parte che scommettono sui galli da combattimento, dovremo andarci”, dice Ettore.
“Non mi piacciono gli incontri tra galli. Non sono naturali. Gli mettono degli spunzoni sulle gambe per farli aprire uno con l’altro”.
“Già”.
Nemmeno a Ettore piacciono, ma non riesce a capire perché non c’è l’ombra di un filippino. Sotto il gabbiotto dove scorrono le quote ci sono solo vecchi e qualche ragazzo con l’aria tesa e più in là ci sono i parenti dei fantini e nessuno di loro gioca.
La corsa parte alle quattordici e quaranta. Premio Bold Fascination. Mille metri.
Torniamo sugli spalti e ci mettiamo in alto, i cavalli partono lontani e l’arrivo è davanti a noi. Siamo eccitati e non riusciamo a tenere gli scontrini tra le mani e accanto a noi ci saranno non più di trenta persone, tutte hanno scommesso e tutte sono tese.
Vediamo i cavalli venirci in contro e sono velocissimi, non riusciamo a stare seduti e urliamo per incitarli, sicuri di non disturbare nessuno perché il tizio più vicino è a dieci metri.
Vince il numero uno All Force, secondo Licens to Kill e terzo Colossus Royal.
Ci sembra assurdo che non abbiamo vinto. Diavolo assurdo. Ma è la realtà ed è tremenda.
Torniamo sotto davanti al gabbiotto nel mezzo del piazzale e un vecchio ci inizia a parlare. Ha l’aria di saperne molto sulle corse e ci spiega i suoi sistemi. Porta un grande anello d’oro sull’anulare sinistro e il naso è spiaccicato e pieno di capillari rotti e coperto di barba tagliata di fresco.
“Io scommetto sul sei e sul quattro. Li pagano bene, ma non troppo”, dice il vecchio.
“E’ questo il trucco. Puntare su quote basse, ma non troppo basse”, aggiunge.
Lo vediamo fare la sua giocata e sulla ricevuta leggiamo tutti e due il numero dei cavalli. Sei e quattro.
Io punto su Speed Royal e su Trafalgar Square. Ettore su Grande Orazio e comincia a ridere di quel cavallo e a un certo punto inizio a ridere anche io e ci dobbiamo fermare per riprendere fiato.
Prima di tornare sugli spalti vogliamo un caffè. Proviamo al bar vicino al chiosco con le quote, ma un buttafuori ci dice che è riservato e che dobbiamo andare all’altro bar. Prendiamo il caffè nell’altro bar che è assai più bello del primo.
Saliamo le gradinate con un altro spirito, siamo sicuri di vincere e cambiamo posto perché i primi sedili hanno portato male.
“Nello sport uno finisce sempre per crederci in certe cose”, dice Ettore.
“Lo so, non è bello?”.
Ci alziamo in piedi e i cavalli ci sfilano davanti e sono unici. I corpi sono tagliati in u n marmo nero e si vedono le vene pulsare sotto il manto.
Grazie Orazio è il più nervoso di tutti e scalcia e costringe il fantino a bestemmiare e a farlo faticare per domarlo.
“Che animale”, dice Ettore.
I fantini sono giovani e c’è un po’ più di gente lungo la pista e qualche bella donna.
Sentiamo la voce che dagli alto parlanti dice:” Partiti”.
Noi gridiamo per tutti i mille e cinquecento metri e i cavalli volano sulla zampe. Si muove qualcosa nella mischia e dalla confusione esce fuori il numero sei. Corre il numero sei più degli altri e quando taglia il traguardo ha uno sguardo violento e non sembra volersi fermare.
Non vinciamo niente. Vince il vecchio con il sei e il quattro.
Torniamo al gabbiotto per vedere le quote della corsa successiva e incontriamo il vecchio, non gli diciamo niente e lui ci dice che ha perso e ci fa vedere lo scontrino su cui stanno segnati altri cavalli e a Ettore la cosa non piace.
“Quel maledetto aveva giocato sei e quattro. Sei e quattro me lo ricordo”.
Dopo che i cavalli sono fatti sfilare e il campione viene applaudito vedo che l’ippodromo si è riempito poco di più, ma è abbastanza per farci sentire al centro di qualcosa e non sono poche le belle donne e la cosa ci emoziona.
Ci convinciamo che anche il vecchio con la barba sul naso porta male e ci mettiamo a studiare il premio Le Moss sotto il sole. La gara è seria, diecimila euro in palio, disputati tra i migliori fantini della giornata. Ci sono molti cavalli stranieri, irlandesi soprattutto. La gara è lunga una regina e un rettilineo. Mille e duecento metri sull’erba. Ieri è piovuto, ma il sole della mattina ha asciugato e compattato il terreno.
Mentre giochiamo si rifà sotto il vecchio, ma noi non gli diamo corda e ci allontaniamo e ci piazziamo per dieci minuti vicino a un grande gazebo in costruzione perché domenica ci sarà una grande gara.
Vado dalla ragazza dentro il gabbiotto e punto su Thinking Robin e Different Opinion. Torno sugli spalti e non c’è nessun ritiro e la cosa dovrebbe andare liscia e guardo Ettore che non sta più nella pelle.
Sulle gratinate c’è un po’ di gente, forse cento persone in tutto e vediamo oltre l’ippodromo scorrere un treno e penso che anche lì dentro c’è altra gente e che per chissà quale ragione non c’è riuscito di incontrarci lì oggi. Allora mi sento strano e sento che quel treno sta andando dove bisogna andare. Mi sembra da matti rimanere lì con cento persone e forse questa cosa la sente anche Ettore che inizia a fumare e sento che andrà male perché siamo nel poto sbagliato.
“Questa volta vinciamo”, dice.
“Non lo dire”.
Tinkin Robin è entrato e ci ha tolto il fiato. Manto nero e cavigliere viola, sembrava un fuori serie e il fantino indossava una maglia rossa che ci ha fatto scendere a bordo pista.
Partono lontani e li seguiamo sullo schermo e nei primi venti metri un cavallo chiamato Remarque allunga il passo e dietro di lui un Indian Ridge di nome Vago. Non ci crediamo e speriamo e urliamo e ci arrampichiamo sulla staccionata.
Perdiamo anche quella e Ettore riceve la telefonata che stava cercando di evitare da tutto il giorno. Il tizio per cui lavora vuole sapere che fine ha fatto e lui comincia a inventare una storia.
Ci sono altre corse e l’ippodromo si è di nuovo svuotato, capiamo che non è giornata e ci avviamo all’uscita.
“Oggi è venerdì diciassette?”, chiede Ettore.
“Sì, credo di sì”.
“Come ci è venuto in mente di giocare di venerdì diciassette?”.

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