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Saudade in Portogallo

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Lisbona. È quasi estate: 31 gradi per sudare. L’aeroporto dista soli 7 km dal centro della città e la periferia che lo ingloba non è granché diversa...

Lisbona.

È quasi estate: 31 gradi per sudare.

L’aeroporto dista soli 7 km dal centro della città e la periferia che lo ingloba non è granché diversa dai quartieri popolari di cui è pregna.

Il suo colore è il giallo; gialli sono i tram, ce ne sono di molto vecchi ma perfettamente funzionanti, dove è ancora possibile salire al volo, sulla pedalina; gialle sono le facciate di molti palazzi decadenti, una delle quali affaccia su Praça do Comèrcio  (per mia sfortuna momentaneamente recintata a causa di lavori per la manutenzione), e ancora, gialle sono le piastrelle che compongono murales di compagnia per gli autisti nelle gallerie, nei sottopassaggi, con i loro scherzi cromatici.

Al Marquès de Pombal è dovuto tutto.

Se Lisbona ci appare così come oggi la vediamo (topograficamente parlando), si deve ringraziare questo marchese, che, in seguito al più terribile tra gli ultimi terremoti che la rasero al suolo (1755), la ricostruì in brevissimo tempo dichiarando risolutivamente “si seppelliscano i morti e ci si occupi dei vivi!”. Detto-fatto.

Il nostro viaggio comincia da Pombal, personaggio al quale è dedicata non soltanto una devozione unanime, ma anche una rotonda, una piazza al centro della quale si erige un monumento che lo raffigura, glorioso, alla riscossa di una nuova era.

Da questa piazza, si dirama l’Avenida da Libertade, punto nevralgico per la discesa verso il nucleo monumentale e popolare di Lisbona; percorrendola interamente (2km pieni) si arriva infatti su Praça dos Restauradores, punto dal quale è possibile raggiungere il Bairro Alto, l’Alfama, la Rua Augusta, fino a ritrovarsi sul Tago, fiume frequentatissimo anche per i primi tentativi estivi di ammollo in acqua.

È cosa comune imbattersi ancora nei banchetti dei lustra scarpe, d’altro canto sfruttati disinvoltamente; un ombrellone sotto il quale assolvono i loro compiti di pulizia e restauro di tacchi e punte che ne necessitano; ancora usuale è fermarsi a comperare un cartoccio di castagne arrosto fumanti e violacee, ma se c’è una qualcosa, alla quale nessun portoghese potrebbe mai abdicare, quella è la pausa caffè con obbligatorio pasteis de nata (pasticcino alla crema); dolcetto nazionale prodotto e sfornato in tutte le “pastelerie” che si rispettino, anche se, non sarà mistero per molti, che per assaporarli in tutta la loro delizia è necessario allontanarsi verso il quartiere di Belèm, con l’obiettivo di raggiungere la fabbrica dei Pasteis: l’unica che si avvalga di una segreta ricetta imparata dai frati del Monasteiro dos Jeronimos (non lontano dalla pasteleria).

Spostandoci dai sapori culinari a quelli artistici ci imbattiamo in un singolare susseguirsi e rincorrersi di piazze, attraverso le quali si snodano le attività commerciali dei portoghesi.

Lasciando Praça dos Restauradores precipitiamo in Praça Don Pedro IV, meglio conosciuta come Rossio,ossia il “centro”, teatro passato di numerose insurrezioni popolari; seguendo per un brevissimo tratto, ecco Praça da Figueira, fronte alla quale è situato l’Elevador de S. Justa, un ascensore metallico dalla cui cima si gode una completa vista della città.

I miraduri o “belvedere”, sono molti ed impreziositi da caratteristici azulejos, piastrelle in ceramica che fungevano come basi per affreschi ad acquarello (rigorosamente azzurri), ma non c’è da equivocarsi: il termine azulejos non sta ad indicare il colore azzurro degli acquarelli,bensì è nome di derivazione araba,dal mometo che furono loro a diffondere tale pratica).

L’ultima delle piazze monumentali è appunto Praça do Comèrcio, attraversata la quale,ci si tuffa direttamente nel fiume.

Facendo una passeggiata per il Bairro Alto, si avrà la netta sensazione di ritrovarsi nella confusione popolare e genuina di San Lorenzo, con i sui locali in attività, i festoni sbiaditi, i panni stesi e svolazzanti, le botteghe operose di barbieri amanuensi, il tutto accompagnato da folate di note musicali: è il fado, tipico genere portoghese, che ci riporta indietro, ai tempi della “saudade” (parola intraducibile, che si accosta alla traduzione italiana di nostalgia).

Fado infatti, sta per “fato, destino“, e c’è da ammettere che il loro non fu proprio fortunato.

Ci si equivoca spesso col credere che di saudade se ne intendano solo i brasiliani trapiantati in terra straniera, ma è un errore grossolano.

Furono i Portoghesi a sperimentarla per primi, quando Don Sebastiano, nella battaglia di Alcaçer-Quibir, intorno al 1500, morì sconfitto e battuto dai mori; il caso volle che questi non avesse eredi ai quali passare il trono, e per il popolo portoghese, questo significò perdere la propria autonomia, essendo da quel momento obbligati a rimettersi nelle mani dei re spagnoli.

Nessuno si rassegnò alla scomparsa del re Sebastiano, tanto che intorno a lui cominciarono ad aleggiare leggende messianiche; attendevano, aspettavano l’indipendenza, un messia, e desideravano ciò che non avevano più, ma che avevano fatto in tempo a conoscere. Saudade dunque: desiderio e nostalgia permanente di qualcosa che è sfuggito.

Nel Bairro Alto s’incontrano ripidissime salite, attraversate da tram che percorrono solo quei tratti specifici: un lavoro frustrante, su e giù per salita e discesa, senza possibilità di ampliare il percorso.

Vale la pena di pagare un ingresso studentesco per una visita fugace al Convento do Carmo in stile gotico, con delle navate che si alzano al cielo, con la peculiarità di non incontrare mai un soffitto; il convento ne è privo, poiché il Marquès do Pombal non pensò mai di ricostruirlo dopo il terremoto che lo fece crollare.

Da tutt’altra parte della città, nascosta tra i palazzi scorticati, senza alcuna indicazione che t’inviti a conoscerla, è ubicata la casa di Fernando Pessoa, oggi adibita a luogo espositivo di mostre fotografiche e organizzata come fornitissima biblioteca; è qui che trovo l’unico libro di poemetti che Pessoa, in autonomia, pubblicò in vita: “Mensagem”.

A proposito di Saudade, dai passi di “Ulisses” (Mensagem), Pessoa ci insegna: “il mito è il niente che è tutto”.

E credo che Lisbona se ne continui a nutrire.

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