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Pino Settanni: “Nessuno inventa mai niente, è inevitabile prendere dagli altri”

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Una visione prospettica nuova, un ripescaggio nel suo passato artistico e una visione differente di un paese lontano questo è oggi il lavoro di Pino Settanni, il fotografo preferito...

Una visione prospettica nuova, un ripescaggio nel suo passato artistico e una visione differente di un paese lontano questo è oggi il lavoro di Pino Settanni, il fotografo preferito di Guttuso. 
Per carpire al meglio lo spirito di un artista non bisogna soffermarsi su quello che espone nelle gallerie, piuttosto cercare il luogo dove produce, dove i suoi occhi coniugano i pensieri con le mani. È in questo spazio di produzione artistica che abbiamo incontrato Settanni. A fianco all’Accademia di Belle Arti di Roma c’è lo studio del fotografo che per la sua ultima mostra romana alla One Piece Art, Una bocca del ’68, ha ripescato dei suoi scatti inediti e li ha usati per raccontare una sensualità passata.
Le foto di questa mostra sono in bianco e nero ma quella bocca di che colore era?
 Ricerca tra le immagini del suo computer la versione a colori di quegli scatti, non ricorda, la bocca di quella ragazza di vent’anni è rimasta un’icona, è un’immagine che spiega un’ingenuità sensuale. Precisa: “Non è importante, quella bocca è una scelta politica”.
Ma insistiamo e finalmente ecco l’immagine a colori: rosso lucido. Non poteva essere altrimenti.

“Eravamo tutti all’avvio di una ricerca e di un’iconografia che stava cambiando il mondo”. Così scrive Mughini nel testo critico per questa mostra. Come nasce questa collaborazione?
Mughini è un amico da tantissimo anni. Nel ’95 ho fatto una mostra a Palazzo Braschi di Tarquinia, l’ho chiamato e gli ho chiesto di scrivere un pezzo, e lui è stato subito disponibile. È lui che ha scovato queste foto e che ha voluto fortemente la mostra. 
Per il suo ultimo libro (La collezione, Einaudi, n.d.r.) ho realizzato delle foto. Quando la casa editrice mi ha chiamato per fotografare i suoi libri, si aspettava che io fotografassi le copertine e io invece ho reinterpretato i libri della sua collezione. 
Lui mi fa raccontare e ha fatto di questo racconto un’intervista, questo è il libro La memoria e le immagini, dove mi trovo a dire di quarant’anni di lavoro.

Pino Settanni inizia ad appassionarsi alla fotografia a soli sedici anni nella città di Taranto e nel ’73 dopo aver lasciato un lavoro in fabbrica, un lavoro sicuro, approda a Roma per seguire un sogno. Roma è in quel periodo un momento di grande fermento culturale e gli incontri del giovane fotografo sono diversi. Il ’78 è un anno clou, Settanni conosce Guttuso, l’artista che diventerà il suo mentore.

Come ha conosciuto Renato Guttuso?

Gli proposi di realizzare un libro in bianco e nero in Sicilia, ripercorrendo i luoghi che hanno ispirato i suoi quadri, e dal ’78 all’83 sono diventato il suo fotografo quotidiano.

Guttuso lo prende come suo assistente, e Settanni diventa il suo fotografo personale. 
Cosa ha imparato da un artista dalla personalità così forte e dalle idee così rigorose? 

Il modo giusto di leggere la pittura e i quadri del passato. Guttuso rivisitava i pittori dal Caravaggio a Picasso e guardava sempre il suo essere contemporaneo. Lo fanno tutti gli artisti…
 Sì, nessuno inventa mai niente, è inevitabile prendere dagli altri.

Sul suo tavolo la Pentax, un modello nuovo, magari ci aspettavamo che lavorasse solo in analogico, invece le sue ultime foto sul mondo afgano sono in digitale.
Che distanza tra quella bocca e queste ultime rielaborazioni…
 Mi voglio sentire giovane, ho scoperto il computer nel 2002, solo sette anni fa e ho scoperto che non posso non utilizzare questo strumento che è magico. Ma alterno le cose, in Gift Shop, per esempio, ho scelto solo scatti non ritoccati.

Gift Shop è un gioco di Settanni, la mostra è in corso al momento alla libreria Derbylius di Milano ed è una raccolta di immagini che rivelano come il piccolo preso da un’altra angolazione possa apparire importante, il chic risulterà elegante, cambiando la prospettiva delle cianfrusaglie da bancherella Pino Settanni ha consegnato a queste importanza che in fondo hanno: la rievocazione. 
Nel testo critico l’amico Mughini dice che “Questo lavoro trasforma riproduzioni di statue classiche e oggetti banali e dozzinali in qualcosa di misterioso. Fondoschiena provocanti e santi in attesa di acquisto”.

Anche in questo caso ha scelto Mughini il tema della mostra attualmente in corso?
Io avevo preparato cinque progetti. Mughini quando ha visto le foto dei souvenir da bancarella è impazzito per questo progetto.

E poi i colori di Kabul, perché quelle foto sono ritoccate, quella realtà non meritava la verità della fotografia?
Ho realizzato degli scatti che non vorresti mai vedere, ho visto io stesso cose che non avrei mai voluto vedere. Ma quel paese è anche colore. Li vedi questi burka, li vedi come sono colorati?

Si allontana e cerca in un angolo di questo spazio luminoso e non troppo disordinato per essere un luogo di creazione, e ci mostra un burka giallo smagliante. “
Lo vuoi provare?”, chiede. L’idea di rinchiudersi in quel giallo accecante ci crea non poco imbarazzo, decliniamo l’invito e cerchiamo di scoprire ancora qualcosa su questi lavori nuovi e originali di Settanni, Meridiani e Paralleli. “Il motivo per cui ho rielaborato Kabul è dipeso dalle sue tempeste di sabbia, devi sapere che una tempesta di sabbia ti fa respirare di tutto e di più e ti fa vedere questi burka ondeggiare nel vuoto come un arcobaleno”.

Ma anche i gruppi di donne sono un fotomontaggio?
No, le donne si muovono di rado da sole. Allora vedi questi gruppi coloratissimi muoversi. La mia di Kabul è un’immagine poetica, io non sono un fotografo di guerra ho troppo rispetto per chi fotografa la guerra per avvicinarmi a quest’argomento.
Quello che mi piaceva è come la fotografia reale potesse esasperare il movimento.

La scelta del titolo da cosa dipende?

Kabul è uno di quei posti in cui si incrociamo destini e vite, in cui si incocciano volontà diverse.

Diverse foto e diversi stili, ma c’è una linea guida?
Non esistono foto sbagliate.

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