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Antonio Scurati: “La retorica della paura è dovunque”

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Il bambino che sognava la fine del mondo è l’ultimo romanzo di Antonio Scurati, giornalista, scrittore e docente universitario. È un romanzo lucido, denso di cronaca e fantasia, che riflette sul...

Il bambino che sognava la fine del mondo è l’ultimo romanzo di Antonio Scurati, giornalista, scrittore e docente universitario. È un romanzo lucido, denso di cronaca e fantasia, che riflette sul lavoro dei media nella società contemporanea. 

 

Il protagonista scrive per lo stesso giornale per cui lei scrive, lavora nella stessa università per cui lei lavora, in definitiva, si può dire che sia lei?

Questo libro appartiene al genere che possiamo definire di auto fiction, cioè quell’orientamento della cultura letteraria per cui l’autore prende se stesso come personaggio di un racconto di finzione, ma non è un’autobiografia. Il protagonista di questo romanzo non viene mai nominato, ma assomiglia moltissimo a me, perché fa le cose che faccio io. È la mia vita, ma è raccontata con la libertà che si concede l’autore di un racconto di invenzione. Lo si capisce dal fatto che, a un certo punto, accadono a questo alter ego delle cose che sono evidentemente romanzesche.  Lo dico anche per rassicurare i miei genitori e una delle persone più incattivite dall’apparizione di questo libro, la mia compagna, perché la cosa che meno assomiglia alla mia vita vera è il rapporto tra il protagonista e la compagna.

 

Il libro è, in qualche modo, un’analisi del nostro tempo?

Noi, una porzione abbastanza piccola di umanità che ha avuto il privilegio di nascere in questa parte del mondo occidentale, in un’epoca apparentemente pacificata, apparteniamo all’umanità più agiata, longeva e sicura che abbia mai calcato la faccia della terra, a meno che si creda all’età dell’oro. Rispetto a qualsiasi epoca storica e a qualsiasi luogo geografico del pianeta, non c’è stato nessuno più al riparo dalla violenza, dalla morte accidentale, dalla fame, dalla carestia, dalla malattia, eppure sembriamo essere, a occhio e croce, l’umanità più spaventata. La retorica della paura è dovunque.

 

Viviamo in una società caratterizzata dalla paura?

Non sono così sicuro che noi abbiamo proprio paura, abbiamo pauretta. Secondo me, abbiamo la sensazione di vivere con il fiato corto, come se avessimo sempre due linee di febbre, stiamo  con gli occhi bassi, lo sguardo a terra. Questo senso di un insicurezza non è la paura che ha un oggetto preciso, ma è una sorta di pestilenza vaporosa. Per questo, la metafora della peste oggi torna di attualità.

 

È la paura il motivo centrale della storia?

Siamo un’umanità sicura, agiata e longeva, ma impaurita di questa pauretta collosa, un’umanità che sembra vivere in una condizione un po’ sonnambolica, uno stato crepuscolare della mente in cui è difficile, se non impossibile, distinguere il reale dal fittizio. Quando noi guardiamo la tv, entriamo in una dimensione in cui la distinzione reale-fittizio non solo non è più possibile, ma è impertinente. Quando guardi un programma pseudo giornalistico di approfondimento, in cui si tratta un caso di cronaca nera e lo guardi in quello stato di ipnosi, alla ricerca del particolare orrorifico che viene mostrato, ribadito, sottolineato, sei un sonnambulo, non sai più distinguere tra la realtà e la finzione. Viviamo in un mondo in cui ci sentiamo minacciati dal mostro di turno. Prima ci sentiamo minacciati dal terrorismo, il giorno dopo ci sentiamo minacciati dal clandestino cattivo che si annida dietro l’angolo di casa, il giorno dopo ci sentiamo minacciati dal pedofilo abbietto. Il terrorista musulmano, il clandestino o l’immigrato che delinque, il pedofilo esistono e sono una grande piaga, ma noi viviamo come se loro stessero sulla nostra spalla. Come una scimmia che ci succhia la vita.

 

Quindi in qualche modo la paura prende energia vitale?

Certo, tutto questo ci sottrae energie di vita, non abbiamo più l’ardire di fare quelle cose che richiedono forza. Per esempio, fare dei figli. Appartengo a una generazione largamente infeconda non per eccesso di benessere, ma per malessere. Noi non sentiamo la forza di farlo.  Proprio perché vedevo questa società così impaurita, ho cercato un modo per raccontarla.

 

Nasce così  Il bambino che sognava  la fine del mondo?

Questi sono  gli aspetti del mondo in cui mi è dato vivere che mi creano disagio: la paura senza motivo e il sonnambulismo. Volevo raccontarli senza fare un saggio, senza fare un articolo di giornale. Da bambino ero sonnambulo, uscivo di notte, una volta sono andato a giocare a tennis in un campo di tennis. Ho pensato a questo malessere: appartenevo a una famiglia normale, non mi mancava niente, avevo dei genitori affettuosi, ero ben vestito, ben nutrito, ben accudito, agiato, sicuro e longevo, eppure di notte sognavo la fine del mondo. Mi svegliavo in preda a questo stato crepuscolare della mente, in cui non ero né sveglio né addormentato, non distinguevo la realtà dalla finzione, vagavo sonnambulo per la casa e per il paese, agitato da spettri e mostri che incombevano su di me e correvo urlando “chiudete i cancelli arrivano i mostri”.

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