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“Sex and the city” manca alla tv. Una serie che ha avuto il coraggio di raccontare un modello di donna completamente nuovo e senza filtri; sempre esistito ma che...

“Sex and the city” manca alla tv. Una serie che ha avuto il coraggio di raccontare un modello di donna completamente nuovo e senza filtri; sempre esistito ma che difficilmente trovava spazio in prima serata.
Già qualche settimana fa avevamo parlato della nuova serie televisiva “Lipstick Jungle” tratta da un romanzo di Candance Bushnell, la stessa autrice del libro di “Sex and the City”. Questa settimana proviamo a raccontare la nuova fiction “Cashmere mafia” prodotto da Darren Starr, colui che ha fatto muovere i primi passi al famigerato serial newyorkese, e Kevin Wade, autore di storie come “Ti presento Joe Black”.
Una serie che rientra, a pieno titolo, in quella Chick lit (letteratura per pollastrelle) che, affermatosi negli anni 90, mescola il sentimento con la commedia offrendo ritratti di donne dinamiche, alla moda, fra i venti e i quarant’anni, che vivono in metropoli (per esempio Londra o Manhattan) e lavorano in settori come l’editoria, la pubblicità, la finanza o la moda. Anche in questo caso il punto di partenza è in puro stile chick-lit, insomma – New York, quattro amiche per la pelle che si confidano reciprocamente tra cocktail party e sedute di manicure, le vicende amorose e le relazioni – che si sviscera in una storia non particolarmente originale ma ben costruita con momenti di genuino umorismo e di sincera commozione. Così come in evidenza si ritrova il tema del lavoro e della carriera.
Eppure questa serie sembra più simile a Desperate Housewives in cui, però, i disperati sono i mariti, e non le mogli, tanto le quattro sono in carriera, adulte, poco materne e irresistibili. Protagoniste sono quattro executives di successo a Manhattan: Mia, Juliet, Caitlin e Zoe amiche fin dai tempi della business school e alle prese con rivalità lavorative, relazioni complicate, i recital dei figli e la caccia per il loft perfetto.
La serie è incentrata sulle storie di affari, di lavoro di quattro amiche che vivono a New York e danno vita ad un esclusivo club: il Cashmere Mafia, in cui dare sfogo ai tormenti quotidiani, dalle crisi matrimoniali, alle rivalità con i colleghi sedute al ristorante sorseggiando Cosmopolitan.
Ed eccole queste donne.
Zoe Burden (Frances O’Connor) è una dirigente bancaria oltre che moglie e madre, Mia Mason (Lucy Liu) manager di spicco, riceve una proposta di matrimonio dal collega/fidanzato Jack (Tom Everett Scott), per poi scoprire che deve competere proprio contro di lui per l’assegnazione di un lavoro importante. Caitlin Dowd (Bonnie Somerville) vicepresidente di una multinazionale dell’industria cosmetica, vive un periodo di confusione sessuale e Juliet Draper (Miranda Otto) amministratrice di una catena alberghiera. scopre il tradimento del marito. La loro ambizione ha un prezzo: superano gli uomini in stipendio e cariche ma devono difendersi da pericolose arriviste che cercano di denigrarle. E così l’unione fa la forza: i loro pranzi diventano occasione per affrontare i problemi e prevenire il disastro nella vita privata e professionale. La loro risorsa più importante rimane l’amicizia e il volere tutto e subito senza scendere a compromessi.
Non mancano i personaggi maschili come, per esempio, Davis (Peter Herman), Richard Cutting (Tom Everett Scott) ed Eric (Julian Evenden).
La critica più dura da rivolgere nei confronti di questa serie sta proprio nella costruzione dei personaggi. Mancano completamente di caratterizzazione. Di fisionomia. Se, all’inizio, queste donne si muovono come squali mostrandosi dotate di tutte quelle caratteristiche tipiche degli uomini che hanno (con orgoglio!) scavalcato, in seguito si scopre con rammarico che gli artigli sono di carta e la durezza è solo apparenza. Manca il coraggio di arrivare fino in fondo. Di avvincere lo spettatore, come dovrebbe essere per ogni narrazione, e di condurlo fino alla conclusione delle storie.
Grande protagonista, in realtà, è il look delle protagoniste: il serial si presenta molto intrigante ed entusiasmante per tutte le amanti della moda, paragonandolo a “Il Diavolo veste Prada”. Un interesse totale nei confronti dell’apparenza, degli eccessi e della moda. La presenza della stylist Patricia Field, poi, ha costruito uno stile non basato sulla realtà ma sull’irrealtà, “technicolorized”.
E sarà per questo motivo che la serie ha avuto vita breve in America. La Abc l’ha sospesa e cancellata dopo sette episodi senza neanche dare allo show un degno finale.

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