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Piante e viaggi a colori. Sri-Lanka revisited

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Appena un compasso con le dita più in là, sulla mappa terrestre, ed è tutta un’altra stagione.

Appena un compasso con le dita più in là, sulla mappa terrestre, ed è tutta un’altra stagione. Tempo di caldo secco (dry season); la terra, le piante e gli animali aspettano la pioggia che ancora non arriva. Quando arriverà sarà in forma di scrosci di breve durata, più volte nella giornata (showers), o di una pioggia torrenziale, continua, che dilaga dappertutto: quella è la heavy rain, dal frastuono così assordante che bisogna gridare per farsi sentire, e quando si sta all’aperto viene da mettere la mano a tettoia sopra la bocca, per respirare.

Qui è la pioggia che fa la differenza tra le stagioni, non la temperatura: il caldo è sempre lo stesso, tanto che quando piove ci si bagna con allegra noncuranza; gli ombrelli hanno altri usi: servono a proteggersi dal sole o per i monaci buddisti – il cui armamentario è ridotto all’essenziale: la tunica, una bisaccia, e l’ombrello (!) – una valenza simbolica.

Un impiego inconsueto dell’ombrello. Qui un gruppo di monaci nell’orto botanico di Peradeniya, il più grande dell’Asia, a Kandy, l’antica capitale dello Sri-Lanka

Fa una strana sensazione ritrovarsi in un posto dove si è vissuto a lungo e tornato più volte [Vedi su “O”: Profumo d’Oriente
 del 18.02.07]. Come se si fosse chiuso tra parentesi quello che c’era e al ritorno si ritrovasse tutto lì intatto, in attesa; i posti, le persone, le piante, gli odori…

– Ahò! A-bell’addormentato-nel-boscooo! Metti via ‘ste valigie che qui si deve passa’..!

La voce mi strappa alle mie meditazioni e mi ricorda che siamo tutti qui – ancora una volta insieme, il gruppo storico dei ‘padri fondatori’  – dopo alcuni anni di frequentazioni sporadiche e separate. Di mezzo ci sono stati molti eventi della vita di ciascuno e perfino lo Tsunami del 26 dicembre 2004, con drammatiche conseguenze per persone che conoscevamo, oltre a seri danni alla casa; ma quella – così come il giardino – si è potuta rimettere in sesto.

 

Era stato terribile nei primi mesi del 2005, poco dopo quel disastro, tornare e fare il conto delle perdite; incontrare i sopravvissuti, ritrovare le devastazioni della casa e del giardino.

‘The day after’: quel che restava del muro di cinta e del portoncino d’ingresso in ferro. Il mare da cui è venuta l’onda si vede giù in fondo, oltre la scogliera, a non più di una cinquantina di metri dalla casa
Giovani palme da cocco sradicate dall’onda. Il mare (non visibile) è appena a destra della foto, oltre la scogliera, fatta per proteggere dall’erosione, non certo da uno tsunami
Uno scorcio delle distruzioni del giardino. Le piante più vecchie – le palme soprattutto – hanno resistito alla furia dell’onda, mentre quelle più giovani sono state sradicate
Un angolo della casa letteralmente strappato via; si vede il pavimento, dove prima era una stanza. La pianta coricata in primo piano è una plumeria (v. foto seguente). I bambù invece hanno resistito. I pezzi di muro sparsi in giro sono quel che resta del muro di cinta

Dopo il disastro, in Italia e nel resto del mondo non si capiva bene cosa fare; di cosa avesse davvero bisogno la gente nella fase della ricostruzione, una volta superati i momenti dell’urgenza e dei primi soccorsi. Ci fu un fiorire di iniziative benefiche che portarono ad una pioggia di interventi in vari settori. Si comprarono migliaia di serbatoi di plastica per l’acqua potabile; la flottiglia delle barche da pesca – le tipiche imbarcazioni singalesi strette e panciute a bilanciere, le più antiche di legno, attualmente in vetroresina (v. foto in seguito) – è stata completamente reintegrata; anche in soprannumero, rispetto alle reali necessità. I bambini furono colmati di strumenti e oggetti per la scuola.

Noi – il nostro gruppo – che conoscevamo meglio il paese e con tempi più lunghi a disposizione, abbiamo iniziato a raccogliere fondi attraverso un passaparola nella cerchia di amici e conoscenti. Con quelli abbiamo dato l’avvio ad un programma di sostegno all’istruzione di giovani meritevoli ma senza mezzi, la cui struttura familiare era stata sconvolta dallo tsunami. Il progetto – ora al suo quarto anno di attuazione – mantiene agli studi sei giovani (cui si sono nel tempo aggiunti altri tre), identificati con l’aiuto di insegnanti locali.

 

Siamo tornati, e pian piano le perdite materiali sono state riparate, i muri tirati di nuovo su. Ma qualcosa era cambiato per sempre, e l’eco di alcune voci che in quel giardino avevano risuonato, continua a tornare nei ricordi.

Il giardino si è ripreso in poco tempo. Un giardino nasconde, ma non ruba – si era detto in un’altra occasione  [Vedi su “O”: Quello che i giardini ci dicono 
del 01.01.07]. – ricopre, dissimula; in definitiva conserva. Questo è ancor più vero ai tropici, dove la vegetazione è rigogliosa e i tempi di ripresa di un giardino sono raccorciati; anche dopo essere stato completamente sommerso di acqua salata. D’altronde, quando si comincia qualunque impresa – incluso un giardino – fa parte delle regole del gioco che si possa perdere tutto. Questa vaccinazione contro le perdite, nel modo più estremo, qui l’abbiamo fatta…

Il ripristino del vialetto d’ingresso con le plumerie (Plumeria alba – Fam. Apocynaceae). Sono visibili i bambù della foto precedente. Il muro di cinta è stato ricostruito. Un vitellino al pascolo sullo sfondo
La risistemazione del giardino. Sul fronte mare il muretto bianco basso è sormontato da una barriera continua di pandanus (v. in seguito). Al di là di esso sono state ripiantate le palme
Un altro scorcio del giardino risistemato. In fondo, sotto un albero Bo che è venuto su inaspettato, è visibile la piccola edicola bianca con una statuetta del Buddha
Particolare della foto precedente. La piccola edicola del Buddha è appoggiata ad una palma da cocco parassitata da un ficus religiosa (o albero Bo: vedi su “O”: Mudilla & le altre. Esperienze di un giardino ai tropici 
del 21.01.07). Dietro di essi, a sin. un piccolo banano; a dx. una piccola papaya

Un boschetto di eliconie – questa è Heliconia pendula; Fam. Heliconaceae, già Musaceae, come le banane – piantate (e dimenticate) vari anni fa [vedi su “O”: Piante rare e preziose (terza parte)
 del 03.08.08]
Anche qualche altra pianta, che si era creduta persa, era invece al suo posto, solo cresciuta tanto da non essere più riconoscibile rispetto alla pianticella esile che era stata messa a dimora. E’ stato il caso del cosiddetto ‘albero di Buddha’, in singalese ‘sal-mal’, ovvero ‘fiore rosa’ [Couropita guaianensis – Fam. Lecythidaceae; vedi su “O”: Piante rare e preziose (quarta parte)
 del 17.08.08]. Solo – ci hanno detto – saranno necessari almeno altri dieci anni prima che faccia i fiori. Noi siamo disposti ad aspettare…

Animali comuni da vedere: un varano, un airone marino dal ciuffo, un picchio dal ciuffo rosso e un martin pescatore

Anche gli animali della fascia costiera, che nel periodo immediatamente seguente allo tsunami erano diventati più rari, sono ricomparsi numerosi. Tipici della zona sono varie specie di uccelli e i varani d’acqua.

Il varano d’acqua (Varanus salvator – Fam. Varanidae; water monitor o Kaberegoya, in sinhala) è un lucertolone lungo fino a tre metri, inoffensivo. Gran nuotatore; onnivoro (pesci, carogne di animali, rifiuti). Da far attenzione ai suoi colpi di coda, in grado di spezzare la gamba ad un uomo

Nel corso degli anni a casa abbiamo avuto diversi ospiti; a tutti davamo le informazioni sulle attenzioni da osservare con gli animali; molti erano incuriositi dai varani, per l’appunto, che si incontrano come in Italia le lucertole in campagna.

Una nostra amica, perennemente in giro con la macchina fotografica al collo, si lamentava per essere già al secondo giorno di soggiorno e di non averne ancora visto uno. Una mattina arriva a casa tutta rossa e trafelata:

Cos’è successo?

– Un… Un varano… un varano… Mi ha attraversato la strada… A meno di un metro…

E tu che hai fatto? L’hai fotografato, almeno?

Ma che vuoi fotografa’ in quei momenti..!? Ho fatto Oooh Oooh… e so’ scappata via! 

 

A qualche anno di distanza dallo Tsunami, anche la città (Matara) è cambiata. Grande impiego di vetro e metallo nelle nuove costruzioni, e colori improbabili: fucsia, verde smeraldo, con una resa estetica discutibile; ma non si vede perché gli errori che abbiamo fatto in Italia durante la ricostruzione del dopoguerra non debbano ripetersi, magari moltiplicati, in altre parti del mondo.

Quel che è più difficile da mandar giù è lo scempio di bellezze naturali, qui sparse a piene mani e apparentemente inesauribili, di cui i nativi non hanno consapevolezza alcuna. Così sulla spiaggia di Polhena, i coralli del reef che si stanno appena riprendendo dai drammatici effetti dell’aumento di temperatura di qualche anno fa, sono calpestati senza riguardo dai ragazzini che ci passeggiano sopra muniti di pinne. Ma anche qui: cosa c’è di diverso dalla liberalizzazione della caccia e degli animali imbalsamati di cui si parla alle nostre latitudini?

Coralli e madrepore durante la bassa marea, in un palmo d’acqua, sul reef della spiaggia di Polhena
La panoramica dal mare della spiaggia di Polhena (Matara) è deturpata da un enorme cartellone pubblicitario di una crema solare protettiva a schermo solare: “Sun & Fun”. Non viene mai nominata l’abbronzatura (Tan). Le donne di qui non amano il colore troppo scuro della pelle; per questo evitano di esporsi al sole diretto e usano l’ombrello

Molte spiagge sono più fuori mano e meno contaminate dall’invadenza umana; così a Dickwella, a una quindicina di chilometri da Matara, le spiagge sono lunghissime strisce di sabbia bianca, prive di qualsivoglia bagnante. Le mucche, che la notte dormono sulla sabbia calda, appena sorge il sole vanno via; poi solo qualche cane, il rumore della risacca e il crepitìo delle foglie dei ‘pandanus’ a ridosso della spiaggia.

Una panoramica della lunghissima spiaggia di Dickwella (long beach: Dick wella, in sinhala). Le piante che allungano le loro propaggini sulla spiaggia sono una varietà delle nostre ‘campanelle’: Ipomea pes-caprae (Fam. Convolvulaceae), dalle foglie carnose di forma simile alle impronte di un piede di capra
Tipiche imbarcazioni singalesi da pesca sulla spiaggia di Dickwella. Le piante dalle foglie nastriformi e dalle radici ramificate a ridosso della spiaggia sono pandanus (Fam. Pandanaceae), da non confondere con le mangrovie: tutt’altra famiglia e caratteristiche!
Le foglie dei pandanus sono spinose; in gruppo costituiscono una barriera invalicabile. I frutti sono una specie di pigne, dal giallo all’arancio, non commestibili, di consistenza dura, legnosa
Un boschetto di pandanus sulla spiaggia di Tangalle (South coast), a una quarantina di chilometri da Matara. Le foglie di una varietà di pandanus – il p. amarillyfolius – costituiscono un aroma dei curries locali e vengono venduti in mazzetti al mercato con il nome di ‘rampe’ insieme alle foglie del curry (Murraya koenigii; ‘karapincha’ in sinhala)

Ci siamo ritrovati dunque ancora una volta (quasi) tutti insieme – gli amici che fecero l’impresa – in modo quasi casuale, a distanza di oltre una dozzina d’anni dall’inizio della storia.

L’occasionale pretesto è un anniversario di matrimonio (…trent’anni!) di una coppia del gruppo. Ci viene in mente ancora una volta quel che pensava la mia insegnante di singalese degli occidentali: che sono sporchi, fedifraghi, cambiano continuamente partner e abbandonano i genitori quando sono vecchi (!). Abbiamo motivo di pensare che si sia ricreduta!

I nostri amici hanno fatto le cose in grande e si sta molto bene, tra chiacchiere, risate e buon cibo; ma poi – complici i brindisi ripetuti e la siesta al sole – i pensieri cominciano a girare su altri temi e su domande eterne: il tempo che passa, come eravamo partiti, chi siamo, cosa ci facciamo qui. Il passato e il futuro si confondono, a volte; le voci non si sa più quanto sono reali o echi di altri tempi, altri mondi…

Un coloratissimo giardinetto di euforbie (Euphorbia milii – Fam. Euphorbiaceae) a casa dei ns. ospiti. Questa varietà di euforbia – originaria del Madagascar – è chiamata anche ‘corona di Cristo’, per le sue spine e i fiori di colore rosso come gocce di sangue
Il gruppo di musicisti che allieta la festa. Dalla sinistra: chitarra, tabla, armonium, sitar e flauto. L’armonium è uno strumento a mantice, azionato con la mano sinistra, mentre la destra arpeggia sulla tastiera

C’è anche un gruppo di musicisti locali, molto bravi, che con le loro sonorità indiane, fortemente evocative, rendono completo lo straniamento.

E’ di nostalgia che si tratta: un sentimento frequentato in tutte le stagioni della vita, ma con un acme proprio alla nostra età. Con una sfumatura ulteriore: la nostalgia preventiva. Una specie di rimpianto nel momento stesso in cui si vivono delle sensazioni. Come se fosse l’ultima volta. Come se alcune cose si stessero perdendo per sempre…

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