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Le ferite di Mahinda e del suo paese

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Quattro giorni fa si è saputo dell’attentato compiuto da un kamikaze Tamil vicino Matara, Sri Lanka.

Quattro giorni fa si è saputo dell’attentato compiuto da un kamikaze Tamil vicino Matara, Sri Lanka. Nello scoppio è rimasto gravemente ferito Mahinda Wijesekara, Ministro delle Poste, che conosciamo da diversi anni.

Mahinda, insieme ad altre personalità del governo e ad un folto assembramento di fedeli presenziava ad una cerimonia in moschea, per festeggiare la ricorrenza della nascita del profeta Maometto. In questi tempi di guerra, le celebrazioni religiose si susseguono senza posa, ed ogni occasione diventa strumento per favorire una unità nazionale che di fatto non esiste.

Mahinda è sempre al centro di queste cerimonie, alto come un watusso, la casacca bianca di foggia indiana sui pantaloni neri dal taglio perfetto, un telefono di ultima generazione che squilla di continuo e che qualche tirapiedi gli passa insieme agli occhiali, se deve prendere qualche appunto.

Quando lo abbiamo conosciuto, nella metà degli anni ’90, era sotto- segretario all’Ambiente. Per finanziare la campagna elettorale in corso aveva bisogni di fondi. Per questo aveva messo in vendita quel terreno nel villaggio di Polhena, al centro di una baia con tanti alberi di cocco che svettano verso il cielo. Un incanto, anche se il terreno era tutto disseminato di laghetti in cui si mettevano a marcire i gusci delle noci di cocco per trarne le fibre da cui fare corde. Fu per questo che lo avemmo ad un prezzo molto conveniente e decidemmo di comperarlo in società con altri amici italiani.

E proprio per formalizzare l’atto di acquisto del terreno, con una grande eccitazione per l’avventura che iniziava, il nostro gruppo si presentò a casa del ministro un mattino, una casa antica e bellissima, arredata con il gusto opulento e un po’ eccessivo degli asiatici. Ci  accomodammo in salotto.

Quando Mahinda fece il suo ingresso, rimanemmo sbalorditi dalla taglia inusuale dell’uomo, che sfiora i due metri, e dal suo viso carismatico e bellissimo da guerriero. Fece una pausa a effetto guardandoci negli occhi uno a uno e poi ci fece accomodare al grande tavolo da pranzo.

Preso il coraggio a due mani uno di noi spiegò al ministro chi fossimo e come fossimo capitati laggiù. Mahinda ci ascoltava in silenzio, immobile come una pantera che scruta l’orizzonte dopo il pasto, sul viso un sorriso sornione da dominatore. Sul muro alle sue spalle erano appese le foto in bianco e nero dei suoi antenati, i volti seri e gravi dei genitori da anziani, con coloratissimi fiori finti,  solo ornamento a quei visi bui.

Sembrava incuriosito da quanto gli dicevamo, attento a registrare ogni movimento del viso insieme alle parole. A un certo punto, come se si fosse ricordato all’improvviso di un impegno, si era alzato d’impeto dalla tavola, interrompendo con un gesto della mano ogni ulteriore discorso: ci disse che lo avevamo convinto e che ci avrebbe venduto il terreno.

Ma doveva andare di corsa ad un meeting politico, in cui era ospite d’onore. Aveva fissato intensamente una delle donne, che da quando era entrato non gli aveva tolto gli occhi di dosso e senza darci tempo di replicare aveva preso noi donne a braccetto e ci aveva fatto accomodare in macchina, partendo in gran volata.

Gli uomini erano dovuti  salire sulla camionetta della polizia, con uno di loro che diceva: – Ecco, prima s’è fottuto i soldi e adesso pure le donne –  e il corteo era sfrecciato via verso un paese vicino, dove doveva tenere il suo discorso.

Arrivati in un cortile polveroso, nella notte calda da asfissiare e serviti di bevande alla ciliegia,  Mahinda ci aveva presentato ai partecipanti come fossimo di una specie rara e sopraffina, un tesoro scovato inaspettatamente, di cui era lui stesso ancora sorpreso.

Da allora Mahinda ne ha fatta di strada, ricoprendo diversi incarichi governativi e riuscendo, tra alterne fortune politiche, a passare da un partito di governo all’altro fino a diventare Ministro della Pesca, carica che gli ha dato l’opportunità di accrescere immensamente le sue risorse economiche.

Lui stesso appartiene alla casta dei pescatori, ha sposato una donna di Kandy, da dove viene l’aristocrazia del paese e ci ha detto più volte che forse la sua forza nell’affrontare le avversità gli viene proprio da quel sangue di pescatore, che si misura giornalmente con la potenza del mare per ottenere un risultato immediato.
Non come l’agricoltore, che investe fatica e tempo in un raccolto futuro che potrebbe anche non esserci, e che è comunque di là da venire. Una visione della vita che gli ha portato finora fortuna, in un continente dove un politico ha opportunità sconosciute alla massa della gente comune che – forse per via del tanto caldo o per un karma infausto – sembra non sapere combattere nessuna battaglia.

Di cadute e rimonte è pieno il suo curriculum, da quando giovanissimo venne messo in prigione insieme all’attuale presidente perché membro del JVP,  il partito maoista, ad anni più recenti, quando  venne estromesso da ogni carica politica dopo una grave sconfitta elettorale.

Ci capitò d’incontrarlo in quel frangente a Colombo, sul terrazzo di un bar prospiciente la trafficata Galle Road. Venne da solo e a piedi, senza lo sfavillio di persone e automobili alle quali ci aveva abituato negli anni. Davanti ad un caffè  ci disse che voleva trasferirsi in Malesia e che  c’erano grandi possibilità per lui in quel paese, ora che il suo lo aveva deluso.

Ci disse che non ci sarebbe stato spazio per una rinascita in Sri Lanka fintanto che il popolo non avesse smesso di identificarsi in gruppi distinti – Buddisti, Musulmani, Tamil: – Siamo tutti singalesi. È l’unione che crea la forza di un popolo.

Preso dal tavolo un bicchiere d’acqua ne aveva bevuto una lunga sorsata, colorata dal riflesso dei quadri sgargianti della sua camicia sportiva. Allo squillo di un cellulare si era voltato un istante e aveva poggiato il bicchiere sul tavolo con un sospiro.

Trascorsa una stagione da espatriato in Malesia è rimontato in sella tre anni fa, quando è stato nominato Ministro delle Poste nel governo di coalizione attualmente in carica,  che conta ben 112 membri tra ministri con o senza portafoglio.

Siamo tornati a trovarlo nella casa sul fiume, durante un giorno di ricevimento del pubblico. Di nuovo attorniato da macchine scintillanti e telefoni che squillano in continuazione. Quando ci ha raggiunto in salotto, dove le foto dei genitori sono state sostituite da quelle della bellissima figlia che vive in America, dopo i saluti di rito ci ha proposto di accompagnarlo la sera al Tempio di Matara, dove era in programma una preghiera per i caduti in battaglia.

Anche se con molta riluttanza per paura degli attentati,  gli abbiamo detto che saremmo andati. Non appena ci ha visto arrivare nel tempio, seduto per terra nella posizione del Loto insieme alle autorità e a un drappello di monaci, ci ha mandato a chiamare, facendoci accomodare proprio davanti a lui. Sentivamo il suo respiro sul collo, poiché nello schieramento ordinato dei fedeli sotto il tabernacolo si stava attaccati gli uni agli altri.

Malgrado l’innegabile paura che provavamo e la sensazione di pericolo,  sentirsi dietro le spalle il respiro di Mahinda ci aveva tranquillizzato, come se fossimo diventanti noi stessi il Buddha, con alle spalle l’ampio ombrello del cobra, una protezione supplementare dall’alto dei cieli.

E c’è da ringraziare il cielo se oggi Mahinda è fuori pericolo e si sta lentamente riavendo dalle operazioni subite. Ha ripreso a parlare e  presto potrà tornare a combattere, una volta guarite le sue ferite, che sono quelle di un intero paese.

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