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Il gesto perfetto

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Roma, periferia sud, quasi autunno 1986. Ho quasi dieci anni e sto facendo un provino per entrare nella scuola calcio del mio quartiere. Rincorriamo tutti insieme un pallone...

Roma, periferia sud, quasi autunno 1986. Ho quasi dieci anni e sto facendo un provino per entrare nella scuola calcio del mio quartiere. Rincorriamo tutti insieme un pallone di cuoio, grande e lucido, sulla terra battuta: secondo me, siamo più dei 22 regolamentari. Il calcio dei bambini è un ibrido feroce tra l’hockey su prato e il buskashì degli afgani: chi è più svelto di gamba tiene palla. “Senso della posizione”, “anticipo”, disciplina tattica” sono misteri tanto quanto trigonometria, genitivo sassone e riforme costituzionali. In quel nugolo di scarpe taglia 37 che sembra il caos primordiale, un rimbalzo irregolare come il big bang fa carambolare la palla sul collo del mio piede destro: io la sparo. Il bambino altissimo che ho di fronte alza le braccia tenendo le mani aperte come nel muro della pallavolo. La ferma e sbuffa di dispiacere. Non è il portiere e siamo in area. Giancarlo, l’allenatore, non ha esitazioni: lo tiri tu che l’hai procurato.

Roma, quasi primavera 2009, stessa periferia. Sono a casa dei miei e scrocco la cena. Manca meno di un’ora a mezzanotte e la mia squadra si gioca ai rigori il passaggio ai quarti di Champions league. Siamo al secondo rigore della prima serie di cinque, e il montenegrino Mirko Vucinic cammina verso il dischetto dell’area sotto la nord; accanto a lui il portiere spagnolo dell’Arsenal, la cui bocca credo stia sibilando qualcosa riguardo le donne della genia di Mirko. Vucinic è un attaccante forte e altruista, uno che sgobba e “crea spazi” (a proposito delle espressioni di cui sopra). Durante la partita Vucinic ha fatto reparto da solo, mentre altri romanisti sembravano correre in ciabatte. Vucinic ha la fama di ragazzo umile. Eppure il suo rigore non gli somiglierà per niente. Dopo una rincorsa abulica, Mirko batte fiacco e centrale: presuntuoso. Prima ancora che il piede raggiunga la palla, il viso di Vucinic, inquadrato da telecamere pruriginose, è dipinto dal terrore di chi s’è accorto di sbagliare ma non può più fermarsi: le gambe del portiere dell’Arsenal, ben distese sulla traiettoria del pallone, sono l’ostacolo sulla corsia opposta al suo sorpasso azzardato.

Due rigori più tardi, è Vincenzo Montella a percorrere i 40 metri che vanno dal centrocampo al limite dell’area nord. Montella da almeno quattro anni è il ricordo del grande attaccante che è stato. Pare che abbia avuto qualcosa alla schiena. Ultimamente gioca spezzoni di partita, più che altro per dare fiato a compagni più giovani, o solo più amati dalla piazza. Montella fa presenza in panchina perché c’è un contratto principesco da onorare, un mucchio di soldi in ballo. Fa anche del suo meglio per non essere l’ombra di un mito: non va in televisione, non si fa fotografare alle feste, è diventato riservato. Però il suo corpo parla ancora. La sua pancia piatta come una porta parla di gelati non presi, di addominali in ordine, di quotidianità metodica di chi deve ancora campare della reattività delle proprie fibre. Anche in panchina. E la sua rincorsa verso il dischetto ha la scioltezza del gesto ripetuto un infinità di volte. Un passo prima di arrivare sulla palla, Montella lascia esitare in aria una gamba quel quasi niente di tempo (impercettibile) che serve a sbilanciare il portiere (che cade) e a fregare l’arbitro (che non annulla). Un rasoterra lento, maligno s’infila nell’angolo opposto a quello in cui si è spalmato il portiere spagnolo dell’Arsenal. Vincenzo sorride. Il suo calcio di rigore è un gesto perfetto, il cerchio esatto di una carriera, un numero intero senza algebra né decimali.

Altro che “particolari”, altro che Francesco De Gregori.

Il mio di rigore, battuto dopo una rincorsa frastornata in quel quasi autunno 1986, finì alto sopra il sette, incrocio destro, dritto come un missile verso una Luna ipotetica. Come il tiro di Max Tonetto mercoledì scorso. Giancarlo, l’allenatore, ancora una volta non ebbe esitazioni: tu farai il difensore.

Per tutta risposta, la mia scuola calcio durò pochi mesi. I miei addominali hanno avuto tanta pace, a tavola ho condotto vita dissoluta, ho giocato con gli amici a hockey-buskashì fino a età adulta inoltrata.

Peccato. Lo pensavo sabato scorso, bloccato su via di Trigoria da migliaia di romani e rassegnato a rinunciare alla prima passeggiata in spiaggia dell’anno. A Roma avrebbero amato tutto, gesti perfetti e tiri alla Luna. Perché qui il passaggio da reietto a Re (o viceversa) è breve, solo undici metri a volte. E la Lupa allatta ancora, comunque e sempre, l’uno e l’altro ego.

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