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Portata fredda

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"Centomila altre vendette io vedrò nel sangre". Litfiba, Vendetta. La vendetta non andrà mai servita calda.

“Centomila altre vendette io vedrò nel sangre”.
Litfiba, Vendetta.

 

La vendetta non andrà mai servita calda. Piano piano con costanza si presta a essere servita a distanza da quando è stata cucinata. Califano detto Chico si è recato in palestra una settimana dopo l’incontro per il titolo di campione d’Italia e ha cominciato a raffreddarla. Questo è avvenuto a luglio. In estate. Anche Di Silvio detto El Puma si è preparato dopo l’incontro di luglio, senza avere niente da raffreddare.
Dovevate vederlo quella sera, colpo su colpo. Ne ha presi tanti che lo hanno fatto sbandare come se fosse fatto. Furbo, si attaccava a Chico con tutto il suo peso, perché Chico gli stava strappando via la forza e alla fine l’arbitro, dopo vari ammonimenti ha sospeso l’incontro.
Il pubblico del Palazzetto Polivalente è scoppiato sulla decisione dell’arbitro. Tutti per Chico. Una serie di ganci destri tutti sulla mascella, quasi che lì si annidasse il male, con costanza, con ripetizione. Di Silvio perso, senza punti di riferimento, certo con qualche buon colpo piazzato, ma senza decisione. È una componente della boxe la decisione. Se tu meni senza decisione, senza sicurezza, un uomo che stai pestando può diventare il tuo mostro sacro, il tuo diavolo interiore.
Chico aveva una portata fredda da consegnare. Pulito, atletico, pronto a fargli saltare la testa nella rivincita. Ci sono voluti quattro round. L’uomo con il cravattino e i grandi baffi, abbastanza grasso, ha mandato all’angolo El Puma, mentre Chico è saltato in aria. Piatto servito, Serena Grandi pronta con la coppa in mano. El Puma disperato che continuava a fare cenno di no all’arbitro, mentre il suo allenatore lo abbracciava. Il volto tumefatto e l’animo distrutto da una cosa vecchia come il mondo.
Si è basato su questo l’incontro. Vendetta. Sappiamo chi ha vinto. E fuori dal ring la tempesta. Un omone molto gonfio di muscoli ha dovuto urlare alla folla di scendere dal ring. “Chico. Chico. I campioni dell’Italia siamo noi, siamo noi siamo noi”. Pochi i fischi degli zingari. Le donne in gonna lunga e ciabatte, alcune sformate altre belle, hanno preso il campione uscente e lo hanno avvolto come un mantello di affetto, sapendo forse che cosa lo aveva investito con violenza.
Italiano e romanè nelle orecchie de El Puma. Non voleva perdere e sentire dolore. Ma la sua faccia è gonfia e somiglia a quella di un poveretto che zampilla tenerezza. Il guerriero ferito. La vendetta coglie tutti alle spalle. Quanto lavoro davanti allo specchio, figure micidiali provate e riprovate, due magliette di sudore per allenamento. Poi il giorno dell’incontro, il vuoto. Il vuoto che crea chi ha più fame, chi ha sudato tanto quanto te, solo covando nell’animo qualcosa di freddo. Il pugilato non è uno sport giusto. Ti prende alla gola.
Rasentando il cordone di polizia è uscito di scena. Tanta polizia per paura di uno scontro sfiorato tra il clan di Di Silvio e il clan di Califano. Forse odio razziale. Ma non credo. Nell’ambiente non c’è mai stato. Era più una rabbia immotivata dei perdenti e dei vincenti. Rabbia e delusione contro rabbia e gioia. Chi ne è uscito vincente? Dopo l’incontro, per quello che è successo, te ne dimentichi. Ha vinto Simone  Chico Califano. Ma è stata una comparsata della serata. Ora c’è chi non lo accetta e chi è arrabbiato per la troppa felicità. I due poli si eccitano tra di loro e si respingono. Niente rissa,  niente armi. Tutti controllati, perquisiti all’ingresso. Però l’odio è amico di tutti, è cugino di tutti e anche se fai finta di non riconoscerlo lui viene da te e ti saluta con riserbo.
Polizia con brutti musi, allenatori con brutti musi, pugili con brutti musi, donne con brutti musi, cani con brutti musi e sul quadrato l’odio fa amicizia con la vendetta. Insieme sanno come va trattata la situazione, come azzannare. Una cosa che a noi piace da morire vedere in azione.
I procuratori masticano nei due angoli, con le facce imbevute di vizio accanto alla scritta Italpol. Faranno altri affari, altri pugili. Uno dopo l’altro come hamburger. Non possono lasciarsi prendere dall’evento. Uno ha perso l’altro ha vinto, ma la loro posizione è sopra le parti. La loro lungimiranza ricade negli sponsor  e nella pubblicità. Noi sugli spalti e in platea che amiamo il sangue siamo loro vittime. Come pecore siamo entrati e come pecore siamo usciti. Tutti a brutto muso.

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