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Michele Emmer: “La matematica è una scienza dura”

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Michele Emmer è un matematico che, da molto tempo, esplora i rapporti della matematica con l’arte e la cultura umanistica in genere, spingendosi oltre i confini della scienza ed arrivando...

Michele Emmer è un matematico che, da molto tempo, esplora i rapporti della matematica con l’arte e la cultura umanistica in genere, spingendosi oltre i confini della scienza ed arrivando a scoprire delle sorprendenti connessioni. Per portare alla luce questi legami, a volte invisibili, Emmer, che è docente di matematica all’Università “La Sapienza” di Roma, organizza ogni anno il convegno “Matematica e cultura” all’Università “Cà Foscari” di Venezia (quest’anno, si svolgerà dal 27 al 29 Marzo). Inoltre, seguendo l’esempio del padre, il regista Luciano Emmer, ha girato diversi film della serie “Arte e Matematica”. Tra questi ricordiamo “Le bolle di sapone” (1979), “Flatlandia” (1987) (tratto dall’omonimo romanzo scritto da Edwin Abbott Abbott) e “The Fantastic World of M.C. Escher” (1994).

Professor Emmer, come mai ha scelto di girare dei film su matematica e arte?
Non l’ho proprio scelto, è stata una cosa abbastanza naturale. Mio padre, fin dalla metà degli anni ’30, ha cominciato a fare cinema girando documentari d’arte, per cui io ho avuto molto a che fare con artisti e con mostre. Pur avendo deciso di fare il matematico il mio interesse per l’arte e per il cinema c’è sempre stato. Quello che non mi aspettavo è stato riuscire a tradurre questo interesse in qualcosa di più concreto, senza che rimanesse una cosa astratta: è stato così che ho iniziato a scrivere e a fare dei film proprio su quello.


Quando ha deciso di girare il primo dei suoi film voleva solo soddisfare una sua passione o c’era anche qualche altro motivo?
Sicuramente non c’era nessun intento educativo e divulgativo: volevo fare dei film che fossero vedibili da chiunque, dovunque, senza nessuna etichetta a priori. E devo dire che, vista a posteriori, la cosa ha abbastanza funzionato. Passano gli anni, infatti, e i miei film continuano a essere proiettati e apprezzati, è uscito proprio da poco”Flatlandia” con Bollati e Boringhieri: se fossero stati dei film educativi duravano sei mesi e nessuno se ne ricordava più.

Lei ha girato molti film, alcuni dei quali sono stati doppiati in molte lingue. A quale di questi è più affezionato?
Certamente “Le bolle di sapone” perché è stato il primo film che ho girato da solo e poi perché credo che sia venuto molto bene. Ha un bell’equilibrio: funziona, ecco. Ce ne sono alcuni che mi piacciono meno ma questo, anche rivedendolo oggi mi emoziona sempre. Tra l’altro è stato anche in mostra alla Biennale di Venezia come oggetto d’arte; quando ho cominciato a girarlo non mi sarei mai aspettato questo successo. L’anno prossimo sarebbe dovuto uscire con Bollati e Boringhieri assieme ad un nuovo libro sulle bolle di sapone, completamente diverso da quello che ho scritto quindici anni fa, ma non so se, alla fine, il progetto andrà in porto.

 

Sin dal 1997 lei organizza ogni anno il convegno “Matematica e cultura” all’università di Venezia, di che cosa si parla?
Si parla di tutto, dei rapporti della matematica con tutte le branche della cultura. Si parla di cinema, di teatro, di medicina, di letteratura. Dipende poi dagli anni e dagli ospiti, non tutti gli argomenti ci sono ogni anno. Quest’anno, tra l’altro, io farò una conferenza su Stendhal e ho invitato anche Paolo Giordano (con una conferenza dal titolo “I numeri primi nella letteratura contemporanea” N.d.R.). È una cosa molto particolare, ogni anno riusciamo a rinchiudere 150 persone per un giorno e mezzo dentro l’Auditorium di Venezia e i matematici devono rimanere a disposizione di tutti per tutto il tempo. Ha molto successo: devo sempre chiudere le iscrizioni tre mesi prima perché non c’è più posto.

 

Questo convegno è riservato solo ai matematici o è aperto anche a persone fuori dall’ambiente?
Assolutamente no. I matematici sono, forse, un po’ meno della metà. È una cosa pensata non per tutti ma per tanti… E poi c’è una cosa che è abbastanza unica: ci sono novanta studenti che partecipano e non pagano la quota d’iscrizione. Sono liceali e universitari di tutta Italia. Di solito arrivano tre-quattrocento domande e non possiamo ospitarli tutti, per cui si fa una selezione e quelli che partecipano possono anche dare una mano al convegno.

 

Quindi il suo lavoro è diretto, non soltanto ai matematici, ma anche e, soprattutto, a chi di matematica non si occupa. Pensa che al giorno d’oggi sia più facile o più difficile parlare di matematica con il grande pubblico?
In teoria dovrebbe essere più facile. Mi ricordo che nel 1981, quando ho cominciato, andai a far vedere “Le bolle di sapone” al Massenzio (teatro di una celebre rassegna cinematografica nata nel 1977 all’interno delle manifestazioni dell’Estate Romana N.d.R.) e il direttore del Dipartimento di Matematica di allora mi disse: “Ma come, vai a fare queste cose! Non si fanno queste cose in pubblico!” Ora non è più così: nessun direttore di dipartimento direbbe più una cosa del genere. Però c’è l’impressione che si facciano tante cose che riguardino la matematica, che se ne parli molto ma senza, poi, affrontarla veramente. Il libro di Paolo Giordano, ad esempio, per cui lui ora viene invitato a tenere conferenze sui numeri primi, parla di tutto tranne che di matematica.

E cosa pensa di questi festival delle scienze che stanno proliferando in questo periodo?
Non ho capito molto bene a cosa servano. Certo magari sono utili a promuovere certi libri ma come diffusione della cultura matematica e scientifica, secondo me, non servono a molto. Credo che molte persone che partecipano a questi eventi non capiscano molto di quello che stanno vedendo, non sanno bene perché sono lì ma gli sembra di partecipare a qualcosa di importante. E inoltre talvolta si ha l’impressione che sia più importante poter fare un bel manifesto che i contenuti della manifestazione. Questi festival potrebbero essere più interessanti se ci fosse un progetto di fondo, se si facessero delle scelte a lungo termine. Invece, oggi, ognuno si fa la sua festicciola e tutto finisce lì… Poi passerà di moda e verrà qualcos’altro.

Nella sua lunga carriera lei si è occupato, prevalentemente, dei rapporti della matematica con arte e cinema. Ha mai esplorato le connessioni tra matematica e letteratura?
Marginalmente sì, nelle cose che scrivo si parla anche di letteratura. Ma non ho mai fatto qualcosa dove ci fosse scritta la parola letteratura in maniera esplicita. Però è uscito da poco un quaderno speciale della rivista Lettera Matematica: ho scritto cinquanta pagine su Leonardo Sinisgalli, l’anno scorso erano cento anni dalla nascita, e sul suo rapporto col cinema. Sinisgalli è stato uno dei grandi poeti italiani del ‘900 ed era un tipo molto curioso. Ha studiato qui, all’università La Sapienza, negli anni ’30 ed era molto amico di Fermi. Ha girato dei documentari usando i modelli matematici che ci sono nel corridoio del Dipartimento di Matematica. Poi, sempre parlando di letteratura, in questo momento sto preparando questo intervento su Stendhal. E, nel corso della mia carriera, ho partecipato a dei convegni su Nanni Balestrini e su Raymond Queneau, tra gli altri.

E come è stato accolto da parte dei letterati l’invasione di campo da parte di un matematico?
Da parte dei letterati c’è sempre stata molta difficoltà ad accostarsi alla scienza perché non sanno bene come trattarla. In matematica, se non conosci il linguaggio, c’è poco da fare: non puoi sempre andare avanti per metafore o allegorie. Per cui c’è molta più apertura da parte degli scienziati che non da parte dei letterati, che sono molto più sulla difensiva. È c’è anche una certa ignoranza della materia. Ignoranza, nel senso che di non conoscenza. Ad esempio, ho da poco curato la nuova edizione di “Flatlandia”, il testo di Edwin Abbott Abbott, di cui ho scritto anche l’introduzione, sottolineando l’importanza del libro all’inizio del Novecento anche nei riguardi dell’arte e della letteratura in Francia, Russia e Germania. Quando trenta anni fa è uscita la prima edizione in italiano, Masolino D’Amico, che allora fece l’introduzione, disse: “ovviamente non parla di matematica”, che è una cosa ridicola, dal momento che il libro parla solo di quello. Ma anche quando Enzensberger scrisse il suo libro “Il mago dei numeri” ho letto delle recensioni in cui era affermato: “Noi ci guardiamo bene dall’affrontare i problemi matematici del libro”, che è una cosa che fa un po’ ridere detta su un libro di matematica. Purtroppo, però, la cultura è, da sempre, andata avanti in un certo modo e questo è il risultato di una lunga operazione.

C’è molta difficoltà da parte del profano a capire la matematica…
Non c’è niente da fare, la matematica è una scienza dura: se una persona non fa fatica personalmente non capisce niente. E questo, ovviamente, dà fastidio. Poi c’è anche un altro fatto: la matematica ha un’organica etica non indifferente, nel senso che quello che si dice si dimostra e questo, nel mondo d’oggi, non è accettato facilmente.

 

Quindi, lei crede che sarebbe utile per la società se la matematica fosse un po’ più presente nella vita quotidiana delle persone?
Non c’è bisogno che tutti facciano i matematici ma un certo livello di comprensione dell’idea di geometria, dell’idea di spazio, dell’idea di approssimazione e di algoritmo… Sono cose che servono ovunque, a partire dall’architetto fino ad arrivare a chi fa la simulazione del traffico. Bisognerebbe, non solo saperli usare, ma anche avere una certa conoscenza teorica della materia. Ma oggi, purtroppo, prevale una cultura generale molto superficiale, poco approfondita: si fanno parlare le persone che non sono specialiste, perché se parlano gli specialisti sono noiosi.

E per risolvere questo problema pensa che sia utile aumentare la comunicazione scientifica?
Non c’è dubbio che serva. Deve, però, essere un investimento a lungo termine, alcune volte sembra che alcuni progetti lascino un po’ il tempo che trovano. Magari si radunano migliaia di persone ma sembra che tutto finisca lì. L’ambizione del convegno di Venezia, invece, è un po’ quella di lasciare il segno. Anche i libri che abbiamo scritto con gli atti dei convegni, sono ormai diciotto tra italiano e inglese, sono un qualcosa che resta. Certo è una piccola ambizione, non abbiamo grandi numeri, ma siamo, comunque, una fonte di informazione, di connessioni e di legami. Secondo me operazioni di questo tipo vanno nella giusta direzione.

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