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Jennifer Aniston e Owen Wilson

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Alla conferenza stampa siedono uno accanto all’altra. Sono biondi, belli, e hanno grandi occhi chiari che si accendono di mille luci e, mentre rispondono alle domande del pubblico, scherzano...

Alla conferenza stampa siedono uno accanto all’altra. Sono biondi, belli, e hanno grandi occhi chiari che si accendono di mille luci e, mentre rispondono alle domande del pubblico, scherzano e parlano tra loro, si scambiano battute, evocano episodi sul set, in un minuetto sfrenato dove ognuno interviene nella risposta dell’altro, in un accavallarsi di voci, di risate. Non c’è seduzione, né desiderio di flirtare, piuttosto un affiatamento di vecchi amici, di chi ha trascorso un lungo tempo insieme, ed ha piacere di ricordarlo.

Il pubblico ride, sorpreso dalla loro energia, che riempie la sala e li avvolge ed in qualche modo li protegge. Un’energia da cui a tratti sprigiona un’eccitazione ed insieme un impercettibile senso di pericolo che rimane sospeso nell’aria e ristagna nel silenzio che precede ogni domanda.

Loro sono Jennifer Aniston, la Rachel Green della famosissima serie Friends, e Owen Wilson, attore e sceneggiatore di tante commedie. Sono i protagonisti di Io & Marley campione di incassi in America, il film più visto del Natale 2008, di prossima uscita in Italia. A vederli sembrano la perfetta incarnazione dei personaggi che hanno portato sullo schermo: i coniugi Grogan, famiglia modello americana.

Perché Io & Marley è un film sulla famiglia, sul valore della famiglia, sulla felicità e le difficoltà da superare comunque insieme, e su Marley, il cane più indiavolato che ci sia, che ne cementa l’unione. Tratto dal libro omonimo di John Grogan e diretto da David Frankel regista di Il Diavolo Veste Prada. Un film dove si ride e si piange, dicono i giornalisti in sala, dove per la prima volta ad Hollywood viene rappresentata sullo schermo la morte di un cane. E loro, Jennifer e Owen, chiedono i giornalisti, che rapporto hanno con gli animali e pensano davvero che sia giusto sacrificare tanto in nome della famiglia, come avviene nel film, dove la moglie lascia il lavoro ed il marito rinuncia alle sue velleità di grande reporter all’estero?

Jennifer si protende in avanti sul tavolo, parla a lungo, in tono incalzante, dei suoi due cani. Dice: “In ogni rapporto ci sono alti e bassi. Il messaggio del film è: apprezza ciò che hai, vedrai che con il tempo le cose migliorano. Se si rimane uniti nei momenti difficili, poi ci si potrà guardare indietro e dire: guarda quanta strada abbiamo fatto insieme”.

Allegra, sgrana gli occhioni, una fatina effervescente con un abito nero a tubino e scarpe nere con vertiginosi tacchi a spillo, una spuma di risate, solo a tratti nella piega improvvisa del sorriso e in fondo ai suoi occhi appare una malinconia, come un sentimento che sia caduto laggiù e sia impossibile ormai da spazzare via. Come una crepa che riveli alla base della parete un colore diverso.  E quella luce in fondo ai suoi occhi sembra dire: tutto è bello, tutto è possibile, ma nulla è certo.

Owen Wilson si appoggia con le spalle allo schienale della sedia, e sorride, distratto o divertito o rilassato tanto che a volte si dimentica di aprire bocca, lascia che Jennifer risponda per entrambi e lui si limita a farle da spalla. E quando il pubblico lo incalza chiede che gli venga ripetuta la domanda e poi la ripete tra sé, stupito, e quando risponde al posto dell’effervescenza di Jennifer, c’è una lentezza, un’ironia sorniona. Con la sua voce bassa profonda racconta del suo cane Garcia che lo ha accompagnato sul set: “Ogni sera mi vedeva tornare a casa con l’odore addosso degli altri cani, 22 cani (tanti ne sono serviti per rappresentare sullo schermo la crescita di Marley) era come se tornassi da lui con la traccia di rossetto sulla camicia. È stato difficile spiegargli che era solo un film, solo una finzione, recitavo di voler bene agli altri cani, ce ne è voluto, ma lui alla fine ha capito.” Ha scarpe da ginnastica blu, un maglione azzurro, come i suoi grandi occhi pieni di ironia per se stesso, per le cose, per quel suo essere lì: “Se uno usa la parola sacrificio per indicare ciò che fa per un altro, non gli sta facendo davvero un grande servizio”. E a chi gli chiede se tornerà a scrivere sceneggiature risponde che certo gli piacerebbe ritrovare la disciplina della scrittura, gli manca la sensazione di finire qualcosa. E gli manca il lavoro che si fa in due, perchè lui scrive sceneggiature a quattro mani, e il bello, dice, non è tanto starsene da soli a costruire mondi dall’aria, quanto parlare e scambiare idee con Wes Anderson (il regista di Rushmore, I Tenenbaum, Il treno per il Darjeeling). Ma ora Wes è a Parigi e bisogna aspettare che torni. Tutto è bello, tutto è possibile, ma tutto è così incerto. Dicono anche gli occhi di Owen.

Ed ecco di nuovo quel cercarsi tra loro, quel ridere, quel parlare fitto, fitto, che li isola. Come due adolescenti, due compagni di avventura. E nel loro minuetto, anticipando altre domande, raccontano della difficoltà di girare con cani addestrati per essere fuori da ogni controllo, dei bambini sul set che piangevano sempre, ma mai quando dovevano piangere, di Owen che teneva i neonati in braccio come fossero palle da football.

C’è nei loro gesti qualcosa che fa ridere, una simpatia che emana dalle loro parole, ma ecco che  bruscamente le conferenza stampa finisce e nell’aria, dopo l’ultimo scambio del minuetto, rimane un leggero stordimento e un tentativo di recuperare le idee, di capire cosa è successo. Firmano gli autografi e poi scompaiono portati via dagli addetti stampa. Dagli uomini della sicurezza.

 

E ora, dopo una brevissima pausa per il pranzo, ci sono gli incontri con le televisioni. Anche adesso davanti alla macchina da presa loro siedono uno accanto all’altra e scherzano con ogni giornalista che si siede davanti a loro, si complimentano per l’abito, per un dettaglio qualunque, con alcuni giornalisti più giovani, più istintivi, meno incalliti dal mestiere si prodigano in mille attenzioni e a tratti, per un istante, quel senso di pericolo che precede ogni domanda.

Perché ora, più che in conferenza stampa, nel rapporto ravvicinato con la televisione dietro le loro risate, dietro la loro allegria, dietro la loro sincera curiosità, i due biondini sanno cosa cercano i giornalisti nei loro sguardi, nelle loro persone, alcuni più apertamente di altri.

Vogliono vedere cosa si prova a recitare in un film sulla famiglia, sulla forza della famiglia, per due come loro: Jennifer Aniston lasciata dal marito Brad Pitt e con quale fanfara e con quale battage pubblicitario e Owen Wilson che neanche due anni fa ha tentato il suicidio ed ha dovuto lui stesso chiedere alla stampa di dargli una tregua; di interrompere le cronache delle sue tumultuose storie d’amore.

I giornalisti si siedono davanti a loro, ed è normale che, anche senza cattive intenzioni, i loro sguardi cerchino qualcosa, un segno lasciato dal dolore, e finiscano per inserire nelle loro domande quei termini insidiosi: abbandono, famiglia, figli.

Sanno di non poter fare domande dirette, le domande personali sono sempre vietate in questo genere di interviste, e rischiano di essere cacciati dal set, ma è una tentazione troppo forte, irresistibile a tratti, ed il film poi si presta così bene. Cosa ne pensate voi in un mondo dove aumentano i divorzi, dove la gente non riesce a restare insieme, di una famiglia così? E scelte di questo tipo voi le apprezzate o le rifuggite? Lei pensa che il dolore sia sempre necessario per poter cambiare? E cosa ne pensate voi di chi abbandona i cani?  – I don’t knooooow – dice Owen, sardonico, sgranando i suoi occhioni blu.

E si prestano al gioco, loro che hanno visto le loro vite date in pasto e sbranate, abituati ai colpi più bassi, alle prime pagine piene di Brad Pitt e di Angelina Jolie e dei loro tanti figli. Jennifer dice che è importante guardare il dolore negli occhi e affrontarlo, bisogna saperle accogliere, le ombre.

Vi siete commossi, la prima volta che avete visto il film sullo schermo? Oh certo in teoria un attore non dovrebbe piangere alla prima di un suo film, ed io invece, dice Jennifer, sono stata tremenda e ho pianto tutto il tempo e Owen racconta che ad un certo punto, dalla tensione, si è alzato dalla poltrona e attraversando la sala si è accorto che era tutto un tirare su con il naso. Sembrava di essere nella stagione delle grandi influenze.

Rispondono, ridono e si proteggono tra loro. Hanno piacere  di raccontarsi, di dire cose, e non è solo un’abitudine di riempire gli spazi, di non lasciare campo al silenzio.

Ma appena un lucore si accende in fondo agli occhi di Jennifer o c’è un’incertezza nella sua voce, Owen interviene con una battuta e se un giornalista punzecchia il silenzio sornione di Owen, Jennifer salta su con la sua risata spumeggiante. Giocano senza sottrarsi alla fila serrata delle domande, e ciò che stupisce i giornalisti, ciò di cui poi parlano nei corridoi, è che quei due là dentro sembrano veri. Più veri di tanti altri attori che si sono seduti e hanno parlato dei loro successi familiari. E vera sembra l’amicizia che li lega o la solidarietà, la gentilezza, l’aiuto fatto di cose da nulla: Jennifer che bisbiglia, grazie, ogni volta che Owen interviene con la sua voce bassa e profonda; Jennifer che gli sistema il colletto della camicia e lo aiuta a vincere quella sua rilassatezza, quella tentazione costante di abbandonarsi, in silenzio, sullo schienale della sedia. Quel loro guardarsi, quel sincerarsi sempre che l’altro stia bene. Ogni tanto si dimenticano che la macchina da presa li riprende, che l’intervista è iniziata e raccontano e confabulano e ridono.

E chi entra cercando in loro i segni della disfatta, del marchio a vita che lasciano ovunque – ma soprattutto ad Hollywood – un suicidio tentato e fallito, e l’abbandono da parte di un marito famoso per un’altra donna famosa, trova qualcosa di diverso, di vero: un’allegria di naufraghi forse, ma allegria comunque, che aiuta. Non è forse quello che dovrebbe fare una famiglia?

Quel dolore che doveva marchiarli li ha resi solo più veri.

Si sorprendono i giornalisti e quando poi arriva la frase che forse tanti avrebbero voluto sentire, su cui molti si preparavano ad avventarsi – quando Jennifer dice: “È stato bello che ci fosse Owen sul set, perché in certi momenti è stato un film molto difficile da girare per me, per il coinvolgimento emotivo” -, nessuno sembra accorgersene o registrarne il senso profondo.

 

Una intervista dopo l’altra rimangono seduti insieme, non si separano mai, se uno va in bagno anche l’altra si alza, insieme fanno i ritocchi per il trucco, non hanno nulla da nascondersi, nulla da fingere. C’è stato un incontro fra  loro e quel minuetto non è nessuna finzione.

E a mano a mano che le interviste si susseguono incalzanti, a ritmo serrato, senza che loro si lamentino o si stanchino o dicano di essere estenuati, solo Jennifer si sfila le scarpe, e Owen chiede un’altra coca cola, ti accorgi che è piacevole stare con loro; ti accorgi che la gente che entra avrebbe poi voglia di restarci insieme. A mano a mano che passa il tempo quella loro intimità non sembra neanche più una difesa.

Finite le televisioni rimangono gli ultimi gruppi della carta stampata. Di nuovo qualche domanda insinuante nell’aria, ma ora sembra importare di meno, è già buio oltre i vetri, la giornata è finita, domani si riparte. Nuovo paese nuove domande, ma per oggi è andata bene, c’è una dolcezza nel crepuscolo là fuori, c’è una dolcezza sempre anche nelle cose che finiscono.

Cosa ne pensate della stampa, leggete le recensioni? Owen dice di seguire il consiglio di Richard Burton: “Non le leggo mai perchè quando sono cattive sono tremende e quando sono buone non sono mai troppo buone”.

Jennifer parla della sua casa di produzione, nata due anni fa; del numero crescente di attrici che ad Hollywood diventano produttrici per avere un qualche controllo sul loro lavoro. Parla dei suoi lunghi anni in televisione: “Se ti vedono nel salotto di casa si crea un rapporto più intimo con le persone, la gente si comporta in modo diverso, si avvicina, ti abbraccia, sul grande schermo la distanza è maggiore…

Ci sono testate sportive e si parla di sport: un giornalista ricorda ad Owen di aver giocato con lui sul campo di calcio, anni addietro, quando è stato a Roma cinque mesi per le riprese di un film e Owen si illumina tutto e chiede se non sarebbe possibile giocare di nuovo quella sera stessa, in quello stesso campo e Jennifer – che anche ama lo sport – racconta di quando sciava da bambina, da ragazzina e adorava buttarsi giù dalle piste a rotta di collo fino a quando era ormai buio e le piste erano ghiacciate. Sorride e si illumina tutta in quel ricordo lontano: “Finché un giorno la pista era talmente ghiacciata che mi sono fatta molto male, al collo, alla caviglia, e da allora ho imparato ad andare più piano”. Sorride: nei ricordi non ci sono solo amori finiti, marchi impressi per la vita, ma anche, e soprattutto, una ragazzina che si butta giù felice dalle piste ghiacciate.

Ora la lunga giornata è conclusa, è stato faticoso per tutti, dice Owen e canticchia un motivo a voce bassa. Ci ringrazia e ci stringe forte un braccio attorno alle spalle, e noi andiamo via… Girando l’angolo in un’ala del corridoio improvvisamente vuota, c’è Jennifer che aspetta l’ascensore, senza Owen. Tra gli agenti di sicurezza sembra così minuta, fragile, delicata nel suo tubino nero, lontana dalle telecamere la sciatrice di un tempo guarda a terra, poi sentendo i nostri passi alza il viso, ci guarda e sorride. E anche adesso, lontana dalle telecamere, la luce in fondo ai suoi occhi non si è spenta. Tutto è bello, tutto è possibile, ma nulla è certo. Una malinconia lieve che assomiglia al coraggio.

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