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Cristiano Armati: “Avere a disposizione tanti autori tradotti nella nostra lingua non è certo un limite ma un’opportunità”

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Il genere "noir" è inflazionato? Non vi sono più idee originali e si ripropongono meccanismi ben oliati, oppure si ricalcano scenari presi in prestito dalla letteratura a stelle e strisce?

Il genere “noir” è inflazionato? Non vi sono più idee originali e si ripropongono meccanismi ben oliati, oppure si ricalcano scenari presi in prestito dalla letteratura a stelle e strisce? Domande che non suonano nuove a chi si occupa di un certo tipo di narrativa. La ricerca di una proposta interessante, che sia fuori dagli schemi ed anzi, tracci per prima un sentiero da percorrere, è obiettivo prestigioso. Irrompe ora sul mercato una  “collana” che ha l’intento di far uscire i racconti neri dal ventre delle città italiane – ognuna è “maledetta” a suo modo – senza belletto o artificio. A gestire l’iniziativa è Cristiano Armati, editor e autore del primo volume, dedicato alla Capitale. In programma, dopo questa pubblicazione, altri libri che avranno come sfondo intrecci e degrado di tanti luoghi della penisola.

Come nasce l’idea di un libro noir da caratterizzare dentro una città ogni volta diversa?
Nel 2004, con la Coniglio Editore, pubblicai un libro di racconti intitolato “La mattina dopo”. Da allora non ho mai smesso di vivere una vita “lontana dal centro”, avendo sempre avuto una certa predisposizione a muovermi al di fuori delle strade maestre: il nucleo portante di “Roma noir” viene da qui. Poi ho pensato che sarebbe stato interessante estendere questa prova di scrittura anche alle altre città italiane ed è nata “Newton Noir”, l’ultima collana della Newton Compton.

I personaggi e i fatti narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce. Hai scelto di fare tuo il “messaggio” di Francesco Rosi che segna l’inizio di uno dei suoi film più belli, “Le mani sulla città”: spieghi perché?
Potrà sembrare strano ma il motivo è che, citando Rosi, volevo allacciarmi alla tradizione del realismo sociale italiano, in passato forte nel cinema come nella letteratura e attualmente non più così in auge con gravi ripercussioni sul mio immaginario narrativo ed esistenziale.

Ogni fine racconto si chiude con una illustrazione di Mauro Balloni;  una scelta inusuale nella narrativa…
Anche “La mattina dopo” era stato costruito in questo modo. All’epoca le illustrazioni furono di Daria Albanese ma, oggi come allora, questa scelta mi piace perché testimonia di un modo antico di fare editoria: un modo in cui la cura editoriale non aveva certo paura di “contaminare” con le immagini il testo.

Quale, fra gli episodi narrati, appartiene alla città di Roma? C’è un atto criminale, un contesto sociale, che non si sarebbe mai potuto verificare se non nella Capitale?
Mi viene subito in mente “Una persona normale”. Un racconto che parla di disoccupazione ma che non sarebbe potuto nascere altrove semplicemente perché è parlato – e prima ancora pensato – quasi completamente in romano.

Da editor, vuoi dare un parere sulla situazione dell’editoria italiana, legata soprattutto al genere noir? A tuo avviso c’è spazio per i nuovi autori, o le case editrici preferiscono sempre più non rischiare e puntare sul nome affermato, magari proveniente dall’estero?
Direi che la salute del settore, malgrado le tante cassandre che prima danno alle stampe libri non proprio validi e poi piangono, mi sembra buona. È vero che l’Italia resta il paese più esterofilo del mondo, ma avere a disposizione tanti autori tradotti nella nostra lingua non è certo un limite ma un’opportunità.

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