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Tu chiamali se vuoi “Cold Case”

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Casi freddi. Delitti irrisolti. Sono quelli che giacciono negli archivi da anni senza un colpevole e che, rispolverati a distanza di tempo, sotto una nuova e più distaccata prospettiva...

Casi freddi. Delitti irrisolti. Sono quelli che giacciono negli archivi da anni senza un colpevole e che, rispolverati a distanza di tempo, sotto una nuova e più distaccata prospettiva, individuano nuove strade investigative. Come recita lo slogan di lancio del telefilm: “La speranza sopravvive perché la verità non muore mai”.
La serie ha una struttura molto forte e standardizzata: ogni puntata si apre con una scena del passato, un momento di vita quotidiana assolutamente innocente e tranquillo in cui si vede la vittima; si passa al recupero del cadavere, le prime indagini e l’archiviazione del caso, poi si arriva ai giorni nostri, quando emerge una nuova prova, un testimone o vengono ritrovati resti mortali che inducono la polizia di Philadelphia a riaprire un caso.
In tal senso, non è più possibile affidarsi solo alle indagini della scientifica (che una sua parte la svolge comunque), né c’è l’urgenza di comprendere che fine abbia fatto una persona. I delitti sono avvenuti decenni prima (ci sono stati anche episodi ambientati negli anni Trenta e Quaranta) e Cold case non è una serie paranormale, quindi non troviamo mai soluzioni ai confini della realtà per risolvere un crimine.
Lilly Rush, la protagonista, è a capo della squadra omicidi di Philadelphia. Donna acuta e dal passato difficile che usa la sua lunga esperienza per interrogare i testimoni e riportare in evidenza il passato attraverso l’ossessione del ricordo. Le conseguenze delle sue indagini rischiano di riaprire vecchie ferite o di portare il sospettato a commettere nuovi crimini, ma, malgrado tutto, Rush fa del suo meglio per assicurarsi che nessuna vittima venga mai dimenticata.
Il resto della squadra è formato da uomini. Il tenente Scotty Valens, interpretato da Donny Pino, già visto in NYPD, rappresenta la testa calda del gruppo, giovane e a momenti impulsivo, tanto da far nascere una sorta di antagonismo tra lui e Lily. John Stillman, l’ottimo caratterista Jon Finn, ricopre il ruolo di figura paterna, pacato, con alcune ferite nel suo passato che lo rendono molto vicino a Lily. Il detective Nick Vera, impersonato da Jeremy Ratchford, è l’osso duro della squadra, colui che si occupa delle indagini e degli interrogatori peggiori. Will Jeffries, l’attore Thom Barry, è l’altro anziano del gruppo, un uomo di colore che spesso vive sulla propria pelle il dovere di risolvere i casi legati in qualche modo alla sua etnia. Straordinaria capacità di tutti i protagonisti che appaiono credibili nello sforzo investigativo, nella ricerca scientifica della verità, ma fanno emergere anche sentimenti e umanità.
Consapevoli della crescita del poliziesco e del genere noir in ambito televisivo e narrativo, è possibile individuare alcune caratteristiche specifiche di questa serie. In primo luogo, l’uso dei flashback, dall’immaginario americano degli anni sessanta alle vicende salienti degli anni settanta; scenari con i quali i protagonisti devono fare i conti ogni volta, riportando alla luce sogni e speranze del passato. Ogni puntata ha un registro stilistico ben preciso e utilizza delle inquadrature e angoli particolari, una fotografia con una predominante come per i flashback, proposti in bianco e nero se riguardano gli anni ’50, seppia se risale al periodo fra le guerre mondiali mentre si cerca sempre di utilizzare la pellicola adottata al tempo del flashback.
Alla disillusa consapevolezza degli investigatori si contrappone “l’innocenza” di un mondo lontano, popolato dai fantasmi che la protagonista vede al termine di ogni episodio – e che durante gli interrogatori appaiono con sovrimpressioni fulminee sui volti più stanchi e invecchiati degli indiziati – in un rapporto quanto mai prolifico tra presente e passato. Ed è proprio la ricostruzione attenta ed estremamente curata di settant’anni di storia americana al centro della fiction dove non vengono trascurati i particolari tipici come gli ambienti, i costumi, le auto e le atmosfere. La regia è asciutta, priva di manierismi, riesce a non appesantire la trama dei singoli episodi, nonostante la complessità dei piani temporali sovrapposti.
Altra interessante protagonista è la musica. Questa segue i diversi momenti della narrazione dove le parole lasciano lo spazio alla musica tipica del periodo di riferimento del delitto indagato. La musica viene usata per rendere ancora più vivi i tempi e la tragedia avvenuta, senza però mai diventare ridondante. Cold Case rappresenta un modo davvero originale di raccontare le emozioni attraverso, ad esempio, lo spostamento dei due piani di narrazione, alternando i volti dei testimoni e dei colpevoli con l’immagine che avevano al momento del delitto.
Una serie, probabilmente, meno commerciale e sensazionalista di altre, ma più intimista e che non lascia indifferenti.

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