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La caccia alla follia di Luigi Lo Cascio

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La caccia di e con Luigi Lo Cascio, liberamente ispirata alle Baccanti di Euripide, è uno spettacolo multimediale, anzi no, è un dramma inchiesta sull’impossibilità della tragedia nel mondo moderno

La caccia di e con Luigi Lo Cascio, liberamente ispirata alle Baccanti di Euripide, è uno spettacolo multimediale, anzi no, è un dramma inchiesta sull’impossibilità della tragedia nel mondo moderno, o no, anzi no, è una tragedia sulla modernità della tragedia oggi, in questa follia collettiva in cui viviamo senza possibilità di catarsi. Poco chiaro?, e poco chiara la stessa posizione di Euripide nei confronti del mito che racconta. Ci crede o lo condanna? Aderisce all’estasi dionisiaca o la condanna? Nessun altro dramma di Euripide è stato oggetto di interpretazioni così contrastanti.
Si potrebbe continuare così, libri su libri di critica sulla tragedia e la mitologia, libri in formato digitale ad accumularsi sullo sfondo della scena dietro all’unico protagonista in carne ed ossa: Luigi Lo Cascio e accanto a lui, l’altro: Pietro Rosa in formato virtuale, men che adolescente e già mostro di recitazione; a me, che provo a scrivere dello spettacolo, viene in bocca e sui tasti la sua stessa erre moscia e la curvatura alla schiena e il modo di gesticolare dello studioso saputello e distante dalla materia, tanto distante al punto di diventare egli stesso vittima del dio, o forse mai distante abbastanza come lo è l’altro, come vorrebbe esserlo l’altro, il protagonista, Penteo. Ma facciamo ordine, o almeno ci proviamo. Raccontiamo le cose con ordine, se si può far ordine nella follia, decidere tra ragione ed estasi dionisiaca. Facciamo ordine. Penteo è il re di Tebe. Ha deciso di dar la caccia al dio, di estirpare proprio dalla terra dove Dioniso è nato, il culto a lui dedicato; le donne ne sono vittime, le baccanti invasate dal dio e dedite ai riti orgiastici in suo onore.
Penteo, nei panni di un giocatore di scherma, organizza il suo piano, costruisce schemi alla lavagna dietro di lui, arringa la folla nelle vesti di un kapò, tiene il suo discorso contro il diverso, il dio dai riccioli d’oro che mai appare sulla scena ma ne tiene le fila, tiene al laccio Penteo e lo trasforma a poco a poco da cacciatore in preda. Quegli appunti alla lavagna non sono altro che la proiezione dei suoi sogni, i suoi incubi, e lui, che oppone all’irresistibile fascinazione del dio solamente una misera razionalità, verrà condannato all’impazzimento, alla frammentazione dell’io, le sue carni verranno dilaniate, la sua testa divelta dalla stessa madre Agave, ma ancor prima il dio lo condannerà all’umiliazione più grande, alla perdita di dignità, Penteo preda inconsapevole di quella terribile attrazione, ancor più spaventosa perché inconsapevole, accetterà di vestire abiti femminili per correre nei boschi come quelle donne e spiarle durante i loro riti. Lì troverà l’atroce morte. Lo Cascio ci racconta tutto questo attraverso un sofisticato apparato visivo, attraverso i suoni e le musiche, però è crudele, sì Lo Cascio è crudele con noi, col pubblico, perché interrompe di tanto in tanto il nostro processo di immedesimazione, l’anticamera alla catarsi, “ci rompe”  con degli spot pubblicitari. Sì come se fossimo  a casa davanti ad un film di mediaset e non a teatro. Ed è una tra le trovate più geniali dello spettacolo: sostituire il coro della tragedia con degli spot. Epos ed epos plus, il prodotto di nuova generazione capace di creare muscoli capelli e coraggio da eroe mitologico e poi il cubo sul quale ballare se proprio una ragazza vuol dar di matto senza portarla per le lunghe con sta tragedia; un cubo con dei micro cip per sballarsi in santa pace… in solitudine. Eccola la follia dei nostri giorni, la banalizzazione di ogni cosa, del dolore senza catarsi, del dramma senza il conforto della comunità, senza la sacralità del rito. Un tempo in Puglia c’erano le tarantolate, donne oppresse dai fardelli della vita che quando proprio non ce la facevano più davano di matto e c’era il mistero intorno, la sacralità, l’accettazione dell’irrazionale a cui la comunità non contrapponeva inutili barriere razionali pena la follia più totale. E invece oggi non è più possibile, c’è una soluzione per tutto, un saccente per tutto, un esperto per tutto, uno spot per tutto, non c’è più spazio per la follia.

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