Indie? Indipendente!

di

Data

"Indie" come indiano, direte voi, e cioè derivante dal Paese degli elefanti e dello sitar (strumento a corde dell’India settentrionale)? No.

“Indie” come indiano, direte voi, e cioè derivante dal Paese degli elefanti e dello sitar (strumento a corde dell’India settentrionale)? No. Indie è il neologismo di origine inglese derivato dalla contrazione della parola “indipendent” che indica tutto quel settore musicale che non fa capo alle grandi major di produzione (e quando si parla di major è inevitabile finire per parlare delle quattro grandi della musica: Warner, Universal, EMI e Sony). Non indica né il modo di fare la musica da parte dei musicisti (quindi non è un genere), né una caratteristica del sound, ma più che altro l’essere indie riflette semplicemente un’attitudine “fai-da-te” (dall’ideazione alla produzione) che rimane al di fuori delle grandi corporations e che si incentra principalmente sull’espressione artistica.

Musica libera quindi, dai vincoli dei contratti o delle considerazioni del tutto commerciali, che però ha finito anche per identificare tutta quella parte di musica che sperimenta, si contamina, si manifesta in un determinato ambiente, coinvolge un certo tipo di pubblico, soprattutto giovanile: indie pop, indie rock, indie dance, post rock, ska, reggae, alternative, electronic, ma anche musica cantautorale che ha dato vita non solo a tutta una serie di piccole etichette discografiche (solo per citarne alcune romane: Cinico Disincanto che produce Marcosbanda e Chiazzetta; Megasound, con MiniKBros e Unnaddarè; Zone di Musica, con i fratelli Scatozza), ma anche ad una fiera importante, arrivata alla sua 12° edizione, il MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza, organizzato dalla Audiocoop (Coordinamento tra le Etichette Discografiche Indipendenti in Italia). L’obiettivo istitutivo di una realtà come quella di Faenza, è di far conoscere le realtà indie in Italia alle Istituzioni e agli Organismi che operano nel settore culturale e musicale, e di offrire un libero spazio creativo agli artisti per esibirsi e per promuovere una cultura musicale, che sia il più possibile vicina all’utenza e meno legata agli interessi delle grandi major.

La crisi del mercato discografico è davvero galoppante, le speranze di vendere dischi sono sempre meno, l’arma più grande a disposizione di un artista non è più solo la fortuna di trovare un contratto, ma anche di crearsi uno spazio di visibilità, tramite Internet (la musica indie si muove molto su MySpace e su YouTube), o tramite il mondo affatto sommerso dei locali notturni dove si vive, si ascolta e si respira il Live, la vera esperienza di crescita di ogni musicista che si rispetti.

Seguendo la logica in qualche modo perversa con cui viene organizzato il Festival di Sanremo (una delle più grandi vetrine italiane di musica, sia a livello di visibilità che di conoscenze appetibili), ci rendiamo conto del perché, per esempio, la musica indie ha trovato difficilmente posto in una manifestazione come questa. Sanremo è fatto di musica, ma anche di belle presenze, nel corso del tempo ci ha regalato brani eterni, ma anche presenze inafferrabili, eteree e decadenti, ma ancora non lascia abbastanza spazio a quella porzione di musica che, per esempio, quest’anno è stata rappresentata in qualche modo dallo storico gruppo alternative degli Afterhours (nato nel 1986) dal suono diretto, talvolta con inaspettate aperture melodiche, talvolta squisitamente punk, ispirazioni noise, psichedeliche, post-punk e post-grunge, ma anche liriche anarchiche, a volte sarcastiche, beffarde, e comunque sensuali.

I gruppi indie sono tanti: alcuni sono fenomeni (ricordiamo in questo senso la parabola ascendente dei Subsonica o dei Negramaro, rispettivamente tirati fuori dai geni di Casasonica – Torino – e della Sugar – Milano -), altri delle pietre miliari (Ardecore, Baustelle e Casino Royale), altri si faranno conoscere dal grande pubblico (Underdog e Nobraino, entrambi passati per la manifestazione nazionale MArteLive, dedicata all’arte emergente), altri ancora cresceranno ed evolveranno il loro modo di fare musica (la romana Sara Rados).

La canzone si nutre di tutte le forme, musicali e letterarie, appartiene al tempo libero, attraversa diversi ambienti, è il circolante della cultura di massa“, dice Peppino Ortoleva, che insegna all’Università degli Studi di Torino, noi diciamo che la musica, sempre, dovrebbe essere il motore che spinge nella direzione della conoscenza, della scoperta e della cultura. Forse, avendo uno sguardo più ampio, diretto anche in quei settori come il mondo indie, che vivono un po’ ai margini, quello che troveremmo sarebbe una spinta in più verso quel tipo di apertura che ci consentirebbe di rivendicare e di assurgere la canzone ad essere davvero arte imperitura, sempre e comunque, indipendentemente dal tipo di palco che utilizzerà.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'