Giorni del lutto nella casa di Jezima

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Entriamo dalla porta finestra, schermata da tende che soffiano con la brezza del mattino. Il salotto in penombra, in cui girano le pale di un ventilatore, è deserto ma...

Entriamo dalla porta finestra, schermata da tende che soffiano con la brezza del mattino. Il salotto in penombra, in cui girano le pale di un ventilatore, è deserto ma si sente un parlottio provenire dalla stanza attigua, delle lievi risate.

È la stanza di Jezima, un’amica dello Sri Lanka di fede musulmana. Ci sono solo due letti su cui stanno sedute amiche e parenti, una compagnia di donne per rendere leggera e sopportabile la sua improvvisa solitudine di vedova. Può incontrare solo donne Jezima, ora che il marito è morto e resterà chiusa nella sua camera per  quattro mesi e dieci giorni dal decesso di Mohamed.

È un tempo lunghissimo ma le donne musulmane restano confinate a pregare, vestite di bianco – che qui è il colore del lutto – e senza nessun ornamento, a dire salaam a chi viene a far visita; per rispetto del marito morto e per lenire il dolore. Almeno questa è l’usanza.

È stanca Jezima di stare ferma e le si sono pure gonfiati i piedi, lei che è il vero capo invisibile di questa casa in decadenza che apparentemente Mohamed governava, seduto con la sigaretta sempre accesa, tutto il giorno all’ingresso a studiare il passeggio della strada di fronte, al centro di Matara, nella zona musulmana della città.

Una divinità sorridente, Mohamed, che accoglieva i visitatori con la pancia in evidenza, che sporgeva dal sarong annodato e la camicia lasciata aperta. Si era  impigrito con gli anni e lo rimpinzavano di dolci e caffè,  come fosse un bambino.

Si perde Jezima per un istante, con lo sguardo fisso nelle pale del ventilatore, ancora incredula per quella poltrona ormai vuota rimasta in giardino a prendere aria.  Sistema lo scialle sulla testa e racconta di quando ha dovuto lasciare Mohamed, appena spirato, per scomparire alla vista di tutti i visitatori che sarebbero arrivati di lì a poco e che lei non poteva incontrare. Solo alle 4 del mattino è potuta tornare a vederlo, quando le visite si sono diradate. Racconta di una vita passata insieme senza mai avere da lui un complimento. Ma era solo una forma di timidezza, quel suo essere burbero. Mohamed, ci dice, era davvero un uomo buono. Lo dimostra la tanta gente venuta per il funerale, i suoi studenti oggi dottori e avvocati, che lui ha aiutato perché  non avevano  mezzi, quando era preside del liceo.

Lei non ha potuto seguire il corteo funebre e accompagnare Mohamed al cimitero perché l’ingresso è vietato alle donne che devono restare a casa e pregare. Non si portano fiori e sul tumulo di sabbia c’è solo il nome. Da morti sono tutti uguali,  dice Jezima con un sorriso, re e mendicanti, con tre panni bianchi per sudario, pietre e poi solo terra a coprire il corpo.

Ci mostra il libro di preghiere, il segno alle sura che si recitano per i defunti, carezza con la mano il delicato disegno moresco della quarta di copertina, turchese e testa di moro, un accostamento perfetto di colori, che – ci dice – proverà a riprodurre in batik, nel laboratorio attiguo alla casa.

Ce ne sono pochi di batik appesi al sole ad asciugare, mentre le operaie eseguono il lavoro senza parlare; forse non hanno argomenti o è per rispetto al morto.

Il viso di Jezima si illumina per un istante, quando la nipote Salmah si china su di lei per salutarla prima di uscire. Indossa una veste di satin nera che spicca e fa contrasto contro il bianco assoluto dei vestiti di Jezima. Una lavorante, quando entra nella stanza per mostrarle un lavoro, chiama Jezima ‘Miss’, un appellativo che sa di passato anglosassone e di giorni felici, quando lei era bambina nella casa paterna dagli spessi tappeti. Si commuove mentre racconta delle grandi ricchezze di un tempo e dell’improvvisa disgrazia accaduta a suo padre, mercante di gioielli sulle navi crociera che sostavano a Colombo per comperare le pietre preziose. Il padre era salito a bordo di una nave un giorno e ne aveva fatto ritorno a notte fonda senza la sua cassetta di gioie e in stato confusionale. Solo la notte prima Jezima aveva sognato un serpente, che è messaggero di cattive notizie, ma mai avrebbe creduto che la sua stessa vita e quella della sua famiglia sarebbero cambiate così all’improvviso. Il padre aveva finito i suoi giorni in manicomio, senza mai ricordare cosa fosse avvenuto quel giorno.

Si vede la nobiltà del loro sangue nei tratti del viso di Jezima, tramandata a figli, nipoti e pronipoti; contando i domestici, formano una tribù di quaranta persone, quando si riuniscono tutti nella grande casa di cui Jezima è la regina.

Tra chi va e chi viene arrivano due donne di mezza età, vestite di nero con lo scialle che incornicia i bei visi da idoli scuri. Una volta sedute, Jezima, che è anche sarta, racconta di avere vestito le due donne per il loro matrimonio e i due idoli sorridono quando Jezima mima l’acconciatura di un tempo sulla testa di una di loro, che per un istante torna una giovanetta con il cuore che palpita. Piccole  note gaie di un mondo tutto al femminile, una complicità quotidiana, mentre dalla cucina arriva il thè, profumato al cardamomo e un vassoio di piccoli dolci. Terminata l’acconciatura immaginaria Jezima ridiventa padrona di casa, offrendo a ciascuna una tazza e un dolcetto.

Quando inavvertitamente una tazza si versa, sfiorata dal gomito dell’idolo senza acconciatura, si resta tutte per un secondo in silenzio e quando l’idolo dice che è stato Mohamed a farla cadere per avere un dolcetto, nella stanza si sparge una risata leggera che sale verso il soffitto insieme al fumo del thè.

E in quella poltrona vuota che prende aria in giardino ci sembra di intravederlo ora, Mohamed, nascosto dietro i batik che asciugano al sole con indosso un sorriso soddisfatto, di chi è in pace con Dio e con gli uomini.

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