Il treno e le Tigri Tamil

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È il giorno di San Valentino alla reception del Transasia, mega hotel della capitale dello Sri Lanka, Colombo, a forma di scatolone che vanta cinque stelle.

È il giorno di San Valentino alla reception del Transasia, mega hotel della capitale dello Sri Lanka, Colombo, a forma di scatolone che vanta cinque stelle ma ciò nonostante ci ha dato la notte prima una stanza con lenzuola già usate.

Siamo a Colombo per rinnovare i visti ma da qualche anno evitiamo di sostare nella capitale per paura degli attentati.

La parte centrale della città, in cui sono concentrati gli alberghi di lusso, sembra in stato d’assedio, in questi giorni in cui il governo ha stretto la morsa contro le Tigri Tamil, nella guerra che da 25 anni si combatte tra LTTE e il governo centrale. Le Tigri chiedono la creazione di uno stato indipendente che si chiamerebbe “Eelam” , che comprenda la zona a nord e a est del paese. Ci sono posti di blocco ad ogni angolo e le divise mimetiche dei soldati colorano di grigio verde le postazioni di guardia, con i sacchetti di sabbia anneriti dallo smog dell’ inquinata città.

Prima dello Tsunami le trattative di pace avevano dato buoni frutti, erano cessate le ostilità e si era ad un passo dalla soluzione. Ma la questione della spartizione territoriale aveva fatto naufragare l’accordo e la tregua era fallita.

C’è grandissima eccitazione tra gli abitanti del paese, la propaganda governativa che promette dai telegiornali la vittoria finale contro i ribelli, ormai accerchiati in un territorio di 88 kmq nella zona di Mulative. I successi di guerra e le promesse di un futuro di pace sbandierati per coprire la disastrata situazione economica in cui versa il paese, con un aumento del costo della vita insopportabile per gente che per la maggioranza vive in condizioni di grande povertà.

Il vantaggio d’immagine guadagnato con le vittorie militari, che verrà presto usato dal Presidente dal pugno di ferro durante le prossime elezioni provinciali.

Ma da quando siamo arrivati ci sentiamo ripetere, quando poniamo la domanda sugli esiti della guerra in corso e l’ inevitabile recrudescenza degli attentati, che qui non accadrà come in Iraq o in Palestina. Ne sono tutti convinti.

Noi un po’ meno perché solo la sera prima, vigilia di San Valentino, prima di entrare all’Hilton per la cena, ci siamo soffermati all’ingresso mentre un ragazzo in divisa effettuava il controllo su un’autovettura diretta al parcheggio: l’apparecchio usato, al buio e da lontano, sembrava una sorta di ET appiattito, senza dubbio un sofisticato metal detector, ci siamo detti avvicinandoci, visto che l’Hilton è stato in passato oggetto di molti attentati.

Invece si trattava di uno specchio circolare montato su rotelle, illuminato da una fioca lampadina, che il ragazzo faceva passare sotto l’auto per controllare che non ci fossero bombe. Forse perché lo stavamo osservando ma il ragazzo non sembrava troppo capace di eseguire il suo compito con quell’attrezzo molto improbabile.

Entrando nell’atrio ci è corso un brivido lungo la schiena ma ci aspettava un menù internazionale e così ci siamo fatti coraggio.

Mentre nel paese si respira quest’aria di vittoria imminente, le notizie che ci arrivano dalla stampa estera, l’intervento del Papa durante l’Angelus a favore delle popolazioni civili rimaste intrappolate nella fascia di terra ancora in mano ai ribelli, parlano di tutt’altro. Viene usata la parola genocidio e 14.000 dimostranti si riuniscono a Ginevra perché si faccia qualcosa per i loro fratelli e sorelle Tamil, per fermare la strage di civili.

Dopo avere discusso a lungo alla Reception del Transasia, che si è persa la strisciata della carta di credito data in garanzia, rischiamo di perdere il nostro treno per Matara, in partenza dalla stazione di Fort alle 10.00. Alzando un po’ la voce otteniamo che una macchina del Transasia ci accompagni gratis alla stazione, situata poco distante nei pressi del caotico mercato di Pettah.

Anche la stazione è stata spesso oggetto di attentati ed è come il mercato meno frequentata di come la ricordiamo. I binari sono semi deserti e il treno non è ancora arrivato.

Quando un altro viaggiatore ci raggiunge sul binario, chiediamo a lui come scegliere sul treno un posto in ombra, sapendo che il tragitto è lento ma impareggiabile, perché si passa dentro i villaggi e si sfiorano le case e la gente a passo di lumaca.

È come andare al cinema, quando finalmente il treno arriva e sgomitando prendiamo i posti giusti, seconda classe e sedile in vinilpelle, unti da restarci incollati. Transitano tra i vagoni i venditori ambulanti e i procacciatori di affari, uno ci mette in mano un foglio con le offerte che avrebbe ricevuto e il paese del benefattore, sono cifre da capogiro nella colonnina di destra, migliaia di euro (o saranno rupie?) che se fosse tutto vero l’uomo sarebbe straricco.

Gli offriamo una banconota da 100 rupie e ci lascia in pace.

Mentre dei poliziotti controllano che le valigie del porta bagagli abbiano un proprietario, viene a sedersi accanto a noi una ragazza con gli occhiali, di nome Nayomi.

La ragazza parla bene l’inglese e studia legge all’università di Colombo. Ci dice quasi in un sussurro di essere la quarta migliore studente della Facoltà e si vede dal viso che è intelligente. Quando le chiediamo cosa pensi della guerra continua a parlare a voce bassa ma con grande vigore.

Ci racconta quella verità di mezzo che avevamo intuito, le distruzioni e le morti causate dal conflitto, i civili che escono dai ripari con le bandiere bianche e nascondono uomini bomba pronti a farsi saltare, dei bambini assoldati dalle tigri tamil, addestrati e mandati a morire a dodici anni.

Per una volta succede di sentire una campana diversa, quando dice che anche lei una volta pensava che solo il governo avesse le sue ragioni e i Tamil tutto il torto.

Ma nell’ostello dove vive a Colombo per seguire gli studi divide la sua stanza con tre ragazze tamil, fuggite dalle città del nord.

Sono diventate amiche e una di loro non ha notizie della madre e della sorella da tempo. Sono disperse nella zona di guerra. E che quando l’ha vista piangere ha potuto comprendere come la sua situazione fosse senza speranza, tanto che Nayomi, così loquace e propositiva non ha trovato parole da dirle.

Mentre il treno si mette in marcia con uno scossone Nayomi ci dice che anche se oggi non ha ancora il potere per combattere l’arroganza e la corruzione dei politicanti lo farà in futuro, quando sarà diventata avvocato e avrà i mezzi per battersi.

Quando le chiediamo se non potrebbe lei stessa entrare in politica fa un verso con la bocca come se avesse ingoiato qualcosa di amaro.

Non crede nei politici del suo paese che fanno solo un mestiere per arricchirsi a spese degli altri.

Il telefono di Nayomi squilla, è mia madre, ci dice. Ci sistemiamo sul sedile preparandoci a vedere presto il mare perché sappiamo che c’è un lungo tratto in cui il treno corre accanto all’oceano e sembra quasi che volendo ci si potrebbe tuffare. Ma per ora dal finestrino senza vetri vediamo solo una fitta barriera di filo spinato e piazzole di guardia asfaltate su entrambi i lati del treno.

Comincia a fare caldo eppure ci pare di sentire di nuovo quel brivido lungo la schiena. Scartiamo l’involto comperato alla pasticceria del Transasia, addobbata per la festa degli innamorati, un cuore di pastafrolla e marmellata di ciliegie. Nayomi è lì con noi che cerchiamo con gli occhi il mare.

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