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Stefano Barbetta: “Ma credete che ci divertiamo?”

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Lui e lei stanno riposando dopo l’amore. Lui appare pensieroso e lei, incauta, gli chiede: "A che pensi?", la risposta di lui è vaga e poco convincente perciò lei...

Lui e lei stanno riposando dopo l’amore. Lui appare pensieroso e lei, incauta, gli chiede: “A che pensi?”, la risposta di lui è vaga e poco convincente percio’ lei, sempre piu’ sprezzante del pericolo, rilancia: “A cosa pensi, VERAMENTE?” e lui, messo alle strette, si fa serio e confessa: “Stavo pensando all’Arsenal”, segue un sospiro di lei, a metà tra il sollievo e la rassegnazione… È questa la scena forse piu’ significativa di uno dei libri di Nick Hornby, “Febbre a 90’”. Il romanzo, da cui poi fu tratto anche un film, racconta della passione-mania di un insegnante per il calcio e per la sua squadra del cuore, l’Arsenal appunto, e delle conseguenze di questa ossessione in tutti gli aspetti della quotidianità, a cominciare dalla vita di relazione.

Secondo Stefano Barbetta, autore del divertente volume “Come sopravvivere al campionato di calcio”, edito da Morellini, nella storia raccontata da Hornby non c’è niente di esagerato: la vita del tifoso è dura ma più dura rischia di essere quella della povera sventurata che gli sta accanto.

“Questa scena è più realistica di quanto si possa immaginare. Il mio libro nasce dalla considerazione che la passione per il calcio è spesso qualcosa di talmente forte e totalizzante da investire tutti gli ambiti della vita di un uomo. Le donne a cui capita la disgrazia di avere un compagno con questa malattia devono essere coscienti che questo è un argomento serio, da affrontare, perché a lungo andare potrebbero crearsi tensioni nel rapporto di coppia.”

 

Il libro è quindi rivolto alle donne?

“Sì, è una guida pensata per loro. Esce nella collana “Pinkgeneration” che raccoglie testi di argomenti che si ritiene siano di interesse per il mondo femminile.Secondo me mancava proprio un testo che parlasse alle donne di una cosa molto importante per l’universo maschile: il pallone.”

 

Mancava proprio eh?

“Sì. E la conferma l’ho avuta mentre lavoravo al libro. Tutto quello che ho scritto è il risultato della raccolta di numerose testimonianze di amici e conoscenti che mi hanno confermato che il problema c’è, esiste e va affrontato. Sulle testimonianze è basata tutta la parte centrale del libro, quella che parla della diversità degli appartenenti alle varie tifoserie, della loro differenza di atteggiamento rispetto alla squadra del cuore, delle loro esperienze come tifosi. Tutto questo contribuisce a creare delle vere e proprie psicologie. Perciò la donna che sta con uno juventino potrà aspettarsi qualcosa, quella che sta con l’interista qualcos’altro. Sono diversi schemi di vita.”

 

Vuoi aiutare le donne a scegliere il compagno giusto in base alle caratteristiche derivanti dalle diverse  fedi calcistiche, non bastavano le affinità zodiacali?

L’idea è più quella di coinvolgerle e prepararle. Mi chiedo, perchè tante donne diventano tifose e si appassionano solo quando ci sono gli Europei o i Mondiali? Sarebbe bello che invece la passione calcistica fosse vissuta insieme anche per le partite di campionato.

 

Vivere insieme il campionato a volte è difficile, ci sono molte coppie di fede mista

Lì i problemi di comunicazione si aggravano. Ho vissuto il dramma con mia madre che per tutta la sua vita si è disinteressata del calcio finché un bel giorno è arrivato Berlusconi e lei si è scoperta milanista proprio mentre io approfondivo la mia passione per l’Inter. La domenica sera non si poteva nemmeno scambiare due parole perchè si finiva sempre a discutere… È difficile…

 

A proposito di comunicazione, nel tuo libro ci  sono  suggerimenti su cose da dire o da non dire, per esempio, non chiedere mai al romanista: “Ma Curva Sud è il nome dell’uscita del GRA per lo stadio?” È solo colore o pensi che siano davvero argomenti delicati per la pace domestica?

Questi suggerimenti rientrano nello studio delle singole psicologie di tifoso. Il romanista per esempio, è l’unico tifoso che ha un quotidiano, cioè un giornale che esce tutti i giorni, intestato a sé stesso e dedicato solo alla Roma. La Roma non è solo una squadra, è vissuta come una religione e la curva Sud è il tempio dove si celebra la messa. In considerazione di queste profonde implicazioni, consiglio alla compagna del romanista, per il suo bene, di evitare di fare una domanda simile e in generale di parlare con troppa leggerezza di cose come la curva sud e Totti. Così come, se amate un laziale, non chiedetegli “Perché non sei della Roma?” perché lo troverete subito stizzito: la sua è stata una vera e propria scelta di vita, orgogliosamente controcorrente di cui subisce quotidianamente, a testa alta, le conseguenze. Ma se lo devi chiedere, non lo saprai mai… C’è umorismo in questo libro ma c’è anche una base empirica: verificate queste tesi tra i vostri conoscenti e vedrete se non è così.

 

Ma oggi molte donne seguono il calcio e ne sanno, spesso, quanto gli uomini… o no?

“…Sì, anche secondo me il fatto che le donne non capiscano niente di calcio ormai è un mito da sfatare. In questo caso il difetto non sta tanto nella mancanza di preparazione da parte delle donne quanto nell’ atteggiamento che comunque rimane snob, di superiorità, da parte dell’ uomo. Anche quando vi trovate partecipi a seguire la partita con il vostro uomo, lui penserà sempre che in quel momento state entrando nel suo mondo, siete delle ospiti. A prescindere dalla vostra effettiva preparazione, lui non vi prenderà MAI sul serio quando parlate di pallone e, visto che l’obbiettivo del libro è arrivare a vivere la passione calcistica insieme, anche in questo ho pensato di darvi una mano.”

 

Come?

“Con la prima parte del libro, quella sulle regole del calcio. Sapete quante sono in tutto? 17, solo 17! Ma la cosa bella è che nessuno le conosce in modo preciso. Perciò, se una donna riesce a citarne anche solo una, ma complicata, (quella del fuorigioco sarebbe il massimo) in modo corretto, riesce a conquistarsi il rispetto dei tifosi uomini. Garantito.”

 

Non so a Milano ma a Roma si comincia a sentir parlare di calcio dalle 7 di mattina, nei bar e nei negozi spesso ci sono in sottofondo le radio che parlano di pallone, così sul posto di lavoro. La passione è comprensibile e augurabile ma questo è un incubo h24, 7 giorni su 7. Pensi davvero che per trovare spazio in tutto questo, basti la regola del fuorigioco?

“È vero, c’è una sovraesposizione ormai. Io ho scelto di non fare Sky altrimenti, già lo so, finirei ingurgitato da “Interchannel” e non vivrei più il mondo reale. Il rischio di isolarsi c’è, volendo potrei entrare direttamente nel mio paradiso e a quel punto, sono sincero, non credo che ne uscirei più. È per questo che le donne non devono abbandonare l’uomo in questi frangenti ma comprenderlo e accompagnarlo nei meandri della sua passione… E se il caso è davvero disperato e il fuorigioco non basta, fate così: alzatevi indignate nel bel mezzo di una partita e gridate: ‘ha sbagliato la diagonale!’. Nessuno, in realtà, sa cosa sia esattamente una diagonale. Questo vi farà apparire subito un essere superiore. Personalmente mi sarei sposato molto prima se avessi trovato una ragazza che mi avesse anche solo nominato la diagonale…”

 

Mezzucci e sotterfugi… bisogna rassegnarsi ad occupare, bene che va, il secondo posto nel cuore del maschio tifoso?

Bisogna capirlo e bisogna imparare a non fare passi falsi, domande sbagliate. Quando una volta mia moglie mi chiese ‘ma se un giorno dovessi scegliere se stare con me o andare a una partita dell’Inter, che sceglieresti?’ Io fui franco e risposi: ‘…Campionato o coppa?’. Non bisogna porsi in questi termini, perchè la vita del tifoso è già molto dura, gli impegni numerosi e spossanti, le scelte ardue. Il 5 maggio 2002, per esempio, con il biglietto dell’Olimpico già in tasca sono stato costretto a presenziare al battesimo di mio figlio, a molti km di distanza da dove l’Inter si stava giocando lo scudetto e dove sarebbe stato mio dovere essere… Non è stato facile. Per fortuna c’erano i messaggi di Vodafone che mi aggiornavano.

 

Lo scopo del tuo libro è dare delle linee-guida per convivere felicemente con il tifoso. A casa tua come va?

A mia moglie il calcio non interessa e, all’inizio, ho pensato che questo sarebbe stato un grosso vantaggio. Poi ho sentito il bisogno di coinvolgerla in qualcosa di così importante per me. Ho provato di tutto, l’ultimo tentativo è stato il fantacalcio, ma non c’è proprio verso. Il giorno in cui è nato mio figlio, nel primo attimo in cui l’ho visto e l’ho tenuto in braccio mi sono prefigurato la visione di noi due, insieme, allo stadio, a vedere l’Inter. Quando quel giorno è arrivato, le premesse erano le migliori: mi ha chiesto di comprargli la sciarpa e la bandiera. Gli ho preso la più grande in assoluto, dopodichè siamo entrati. La sua attenzione alla partita è durata circa un quarto d’ora, poi si è distratto e a tutt’oggi non dimostra particolare curiosità per il calcio, ma ci sto lavorando sopra… La mia bambina di venti mesi, invece, già mi guarda storto quando mi metto a vedere la partita davanti alla tv, bardato come se fossi in curva.

 

Insomma, per un tifoso icompreso la vita è dura…

Una volta perdemmo un derby 6-0. Ero distrutto. Quando mia moglie mi vide, si spaventò e mi chiese: “Che è successo?” E io: “abbiamo preso 6 gol dal Milan” e lei “E stai così per questo? Stai scherzando?” E io, serissimo: “Ma tu credi che io mi stia divertendo”… Ecco, non è sempre divertente. Ma non ne posso fare a meno.

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