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Il disturbo della quiete pubblica – Revolutionary road

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Richard Yates scrisse Revolutionary Road nel 1961. Il libro entrò nella cinquina del National Book Award e per Yates ci furono parecchi encomi da parte della critica.

Richard Yates scrisse Revolutionary Road nel 1961. Il libro entrò nella cinquina del National Book Award e per Yates ci furono parecchi encomi da parte della critica. Il romanzo però vendette ben poche copie, come quasi tutti gli altri lavori da lui pubblicati. Yates si spense nel 1992; per il grande pubblico non era nessuno, ma per molti scrittori di fama (ad esempio Tobias Wolff, Michael Chabon) i suoi romanzi rappresentavano un punto di riferimento imprescindibile. Nel 2001 si cominciarono a ripubblicare le sue opere e adesso Revolutionary Road è un classico della narrativa contemporanea americana. Qui in Italia Minimum Fax ha cominciato a pubblicare le opere di Yates, mentre Revolutionary Road è diventato un film, un film di Sam Mendes con Kate Winslet e Leonardo Di Caprio (esatto… la coppia Titanic). Di cosa parla Revolutionary Road? Della famiglia… d’altronde, come disse una volta lo stesso Yates, “non c’è altro di cui scrivere”… Siamo nel 1955. Frank ed April Wheeler vivono in un complesso residenziale nel Connecticut. Il classico sobborgo americano, con le casse basse, splendidamente dipinte, i giardini fioriti e sempre vivificati dagli innaffiatoi. In cucina le mogli preparano la colazione per i loro maritini che si fanno il culo negli uffici della città e poi vanno a sbronzarsi di martini con i colleghi… preparano la colazione per i bambini che belli e paffuti vanno a scuola per diventare come i loro genitori, ottusi e fasulli. Ma Frank ed April si sentono diversi, “non conformisti” (come il titolo del prima edizione italiana del romanzo, uscita nel 1964 per Garzanti). Loro vogliono vivere, “vogliono sentire la vita”, non perdersi in questa melma di mediocrità e grigiore. È una camicia di forza che non riescono più a sopportare. Si sentono diversi rispetto ai loro vicini, i melensi Campbell con cui escono a volte la sera. Frank ha delle pose da esistenzialista francese, anche se deve fare lo stesso lavoro da impiegato che aveva svolto a suo tempo il padre. Ogni mattina fa parte degli uomini-massa che affollano i treni in partenza per la città infernale. April fa la casalinga. Avrebbe voluto essere un attrice. Adesso si limita a recitare nella compagnia del quartiere. Il romanzo e il film si aprono proprio con la recita della compagnia, la Compagnia dell’Alloro. Un disastro annunciato. April è affranta, non vuol vedere nessuno. Frank, dopo lo spettacolo, esordisce con la moglie nel peggiore dei modi possibili (“direi che non è stato proprio un trionfo, eh?”). Lui ha già promesso ai Campbell di andare a bere qualcosa. April non vuole, ha deciso di vivere il suo fallimento a casa, libera dagli sguardi indiscreti dei vicini. Sulla strada del ritorno litigano, in maniera furiosa. Frank prende a pugni il tetto della macchina. Il prologo finisce con un’inquadratura frontale dei due seduti in macchina, ben lontani l’uno dall’altro e con lo sguardo perso nel vuoto della notte… Basterebbe questa scena, così intensamente fassbinderiana, a far grande questo film, un film che da le piste ad American Beauty, il film d’esordio di Sam Mendes ricoperto di Oscar… Torniamo alla storia. I Wheeler decidono di scappare da questa vita ordinata e noiosa, di andare a Parigi con i loro due bambini. Lì le cose torneranno ad essere affascinanti, ad essere meravigliose. A Parigi capiranno finalmente cosa vogliono dalla vita. Ma Frank ha solo le pose dell’esistenzialista. Ben presto si perde in una vuota relazione con una segretaria dell’ufficio, mentre il direttore della compagnia gli fa proposte di carriera sempre più allettanti dal punto di vista economico. April, intanto, è di nuovo incinta. Vorrebbe abortire, ma Frank si oppone. La vita borghese ed ordinata gli ha dato un bel morso sul collo, è diventato un vampiro anche lui. L’idea di Parigi evapora tristemente. Per April l’estate del 1955 finirà per essere una lunga agonia esistenziale, fino al tragico epilogo… E allora Frank correrà a perdifiato per quelle strade americane. Come scrive Yates:

“Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia… Un uomo intento a percorrere di corsa queste strade, oppresso da un disperato dolore, era fuori posto in modo addirittura indecente.”

Ci sono momenti di una bellezza straziante in questo film, momenti sottolineati dalla bellissima colonna sonora (un assolo di piano che è una vera fitta al cuore). Il momento in cui Shep Campbell guarda estasiato April che appare improvvisamente sulla soglia della sua casa con uno scintillante vestito azzurro. Il desiderio di quell’uomo da niente, in quel momento, ti stringe veramente il cuore. E vorresti dargli una pacca sulla spalla e fargli coraggio. “Amico”, vorresti dirgli, “devi accontentarti di quell’idiota di tua moglie, che sta sempre a ridere e far moine”. Shep ed April scoperanno una sera, una delle più tristi scopate che abbia mai visto al cinema. Due corpi che si congiungono senza toccarsi veramente. Siamo ancora dalle parti del meraviglioso Fassbinder! E poi le scene dove c’è il “pazzo” John (interpretato dal bravissimo Michael Shannon, nomination all’Oscar per questo ruolo come attore non protagonista), il figlio della signora Givings l’agente immobiliare, un uomo che ha subito 37 elettroshock nell’arco di due mesi. Ed è il più lucido di tutti, il più lucido a capire che lì intorno, in quelle strade, alberga “il Vuoto disperato”. La scena del pranzo dei Wheeler insieme ai Givings, splendidamente orchestrata da Mendes, è una lama affilata di dolore che trafigge gli spettatori e i lettori del romanzo. Così scrive Yates:

“Cos’è successo? Ha avuto paura, o cosa? Ha deciso che dopotutto le piace star qui? Ha pensato che dopotutto è molto più comodo star qui nel vecchio Vuoto disperato, oppure… Ehi, ho fatto centro! Guardate un po’ che faccia fa! Che c’è, Wheeler? Fuochino?”

“John, sei terribilmente maleducato. Ti prego, Howard…” (…)

“Accidenti!” John scoppiò nella sua clamorosa risata. “Accidenti! Vuol sapere una cosa? Non sarei affatto sorpreso se l’avesse messa incinta apposta, per trascorrere tutto il resto della sua vita a nascondersi dietro quell’abito premaman”. (…)

Ma John non aveva ancora finito “Ah, di una cosa, comunque, sono contento”, disse, arrestandosi accanto all’uscio, voltandosi e ricominciando a ridere, e la signora Givings pensò di morire quando il figlio tese un lungo indice macchiato di nicotina e lo puntò in direzione del lieve rigonfiamento del ventre di April. “Sapete di che cosa sono contento? Sono contento di non essere quel marmocchio”.

Altre immagini percuotono il mio occhio dopo la visione. Kate Winslet (grandissima!) che dopo l’ennesimo, definitivo scontro con Di Caprio si rifugia nel bosco, perché “ho bisogno di silenzio, devo pensare”. Pochi movimenti di macchina e troviamo il suo volto perso ancora una volta nella notte di Revolutionary Road… E poi la spiaggia dove vanno a fare il bagno le famiglie della middle-class americana. Mamma mia, quanta desolazione in quei corpi nudi, quasi spettrali… E il signor Givings che alla fine per non ascoltare le parole della moglie, non ha altro modo che abbassare il volume del suo apparecchio acustico. Forse solo il silenzio è la vera salvezza… Non si capisce perché Revolutionary Road sia stato quasi totalmente ignorato dall’Accademy. O meglio, si capisce. È un film che, parafrasando il titolo di un altro romanzo dello stesso Yates, disturba la quiete pubblica. È crudo, quasi selvaggio nel mettere alla berlina lo stile di vita americano, e uno dei suoi valori supremi, la famiglia appunto. Perché è dentro la famiglia che si commettono le più insane violenze, i più turpi sadismi. Sam Mendes muove la sua macchina da presa come un chirurgo spietato, deciso a tirar fuori ogni piega misteriosa della psiche umana. Come dice John Givings in una battuta del film: “Ci vuole fegato a vedere il Vuoto disperato”. Sam Mendes ce l’ha avuto tutto il fegato di ridar vita alla magnifica scrittura di Richard Yates.

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