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Dammi i miei soldi

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Qualcuno mentiva, era evidente e ci provava anche un certo gusto a darla a bere a tutti; aveva l’aria di volerli fregare...

Fatto di cronaca accaduto il 20-01-09 in una delle tante borgate romane.

Qualcuno mentiva, era evidente e ci provava anche un certo gusto a darla a bere a tutti; aveva l’aria di volerli fregare e rimaneva di sasso davanti a tutte le accuse che a turno gli venivano sollevate e che aveva sollevato anche lui, ovviamente per non essere scoperto.
Un tizio che non si era mai visto nella zona e che era stato chiamato a proposito dalla città scartò un pacchetto nuovo di Camel. Tolse la carta argentata dall’interno e sfilò la prima sigaretta. Si fece scudo con la mano per evitare che gli schizzi bagnassero la brace e rialzò lo sguardo sugli altri tre che da un paio di minuti avevano finito la loro.
“Tre donne e due assi e io due Jack e due nove”.
“Io una sola mano e nell’ultima tre quarti di scala”.
“Qualche porco ha imbrogliato”, disse il ragazzo più alto dei tre con indosso un Kay-Way su cui scorrevano un infinità di rigagnoli d’acqua che gli bagnavano il viso.
“Be’ tu eri ubriaco e ci voleva poco con te”
“Chiedilo a tua sorella”.
“Gliel’ho già chiesto e dice che sei una schiappa”.
“Allora chiedilo a tua madre che ne sa più di tua sorella”.
“Mia madre è morta”.
I tre compreso quello venuto dalla città per l’occasione si bloccarono.
“Stavo scherzando”
“Figlio di puttana”.
“Le madri non si toccano e nemmeno le sorelle”.
“Sì ma qualcuno si è fottuto i miei soldi”, aggiunse quello alto senza aver preso fiato.
“Perché i miei no. Tu non te li guadagni i soldi, sei fesso. Di fatti non sei tu che hai barato”.
Quello alto parlava con il Siciliano, un tipetto della provincia di Palermo che faceva finita di saperla più lunga di quello che in realtà sapeva.
“Allora tu doppia coppia e io tre quarti”.
“Si è fregato con l’ultima mano il bastardo, che schifo ha voluto stravincere”.
“Io e te siamo fuori, manca lui e te”.
Quello indicato si stava facendo gli affari suoi guardando il carro attrezzi che scendeva lungo le pendici del bosco. La ruota posteriore destra gli si era impantanata e l’autista frizionava e delle larghe volute di fumo corpose uscivano dal semiasse.
“Ehy Le’ non dici niente a tua discolpa?”.
“Ho perso settanta euro. Li sapete fare i conti?”.
“Appunto rimane lui. Sua maestà full”.
“Non gliela puoi lasciare liscia a uno stronzo così. Ci ha fottuti”.
“Non ti preoccupare” e con la mano ossuta fece un ampio gesto tagliando la pioggia.
“Quando viene su te lo devi inculare”.
“Gli tolgo la sete col prosciutto”, concluse quello alto.
Il Siciliano si spostò ancora di più sotto il pino, l’acqua cadeva a vento e non lo risparmiava, ogni tanto doveva togliersela dagli occhi e dalla faccia. Sentiva la gola andargli a fuoco e una risata gonfiargli lo stomaco, una risata bella grassa.
“Ho l’acqua persino dentro le scarpe”.
“Tua madre lo sa?”.
“Ti ho detto di lasciar perdere le madri o chiamo tua moglie lo sai che ci vediamo?”.
Quello della città fece un sorriso e si strinse la giacca completamente zuppa , così come la valigetta degli attrezzi che aveva ai piedi.
“Quel figlio di puttana puzza anche con il diluvio porca troia”.
“Hanno finito?”.
“Il carro attrezzi non riesce a scendere”.
“Se continua così brucia la frizione e rimaniamo qui fino a notte”.
“È dura la salita”.
L’uomo del full continuò a prendere fiato sotto al pino con il Siciliano e si accorse che un posto valeva l’altro per ripararsi con la pioggia che scendeva a vento. Gli schizzi di fango avevano maculato buona parte dei pantaloni, ma l’acqua li stava già lavando.
“Quanti cazzo di giorni sono che piove?”.
“Che vuoi che ne sappia… ho la faccia di quello che ha la palla di vetro?”.
“A dire il vero sì”.
“Speriamo che nevichi”.
“Il freddo c’è”.
“Già”.
“Ma non per tutti”.
“Che vuoi dire?”, fece l’uomo del full con il ritmo della voce tornato normale.
“Voglio dire quello che ho detto”.
Una voce, un ordine, da una zona non identificata giù nel pantano, tra la nebbia e la fitta pioggia. Il siciliano si tolse da sotto il pino e cominciò a scendere. Gli scarponi non reggevano sopra la poltiglia di aghi di pino e fango. Lo videro sparire nel nubifragio come un fantasma ciccione.
“Allora che cazzo volevi dire?”.
“I miei soldi”.
“Hai perso , diavolo”.
“Mi hai fottuto”.
“Ho vinto otto mani su quante… venti, trenta, forse più”.
“Non si scherza su queste cose. Non si scherza”.
“Ho la faccia di quello che scherza?”.
“Non mi interessa, voglio i soldi”.
“Chi mi offre una sigaretta”.
“La prossima volta…”.
“Che cosa?”.
“Non mi fotti così”.
L’uomo del full sfilò un guanto e mise una mano nella tasca e tirò fuori un walkie talkie avvolto nel cellophan. Il carro attrezzi scendeva piano e sussultava come se fosse incollato male sulle quattro ruote. L’uomo al volante urlava qualcosa e uno dei poliziotti cercava di agganciare il cavo alla Uno metallizzata accomodata in un letto di fango e felci.
“Li voglio entro stasera”.
“Che cazzo ti dice il cervello”.
“Non si scherza su queste cose”.
“Ma secondo te come facevo a fotterti, te ne saresti reso conto”.
“Ti sei fregato con l’ultima mano”
“L’ultima mano, quale ultima mano”.
“Le’ ha vinto o no l’ultima mano?”.
Il quarto che era rimasto in silenzio, come il tizio di città, annuì con la testa e con gli occhi rivolti nel fossato.
“Mi hai visto nascondere le carte?”.
“No”.
“E allora che cazzo rompi le palle”.
“Eh ma tu la sai lunga”.
Il siciliano tornò su con il fiatone e il viso pallido. Non era un bello spettacolo.
“Ha il fucile ancora tra le gambe e se l’è abbracciato”.
“Visto che roba”.
“Come cazzo ha fatto ad abbracciarsi il fucile?”.
“L’hanno impallinato”.
“Dal fucile manca un solo colpo e quel colpo l’ha fatto secco”.
“Ma come si fa… spiegamelo? Ad abbracciare un fucile che poi ti fa secco”.
“Perché non è così?”.
“Allora fai come questo fesso che crede che gli abbia fregato i soldi”.
“Perché non è così?”.
“Sei un frocio da due soldi”.
“Se ti fai un buco in testa come quello”, alzò le mani indicando il cranio, “il rinculo ti dà uno scossone che cazzo”.
“Che scossone”.
“Allora fai come ti pare. Ma l’hai fatto il militare?”.
“Quell’affare puzza da far schifo”.
“Sarà un mese che è dentro quel fosso e se aspettavamo un altro po’ la terra lo sommergeva”.
“Non ci possono buttare sopra un po’ di polvere o qualche cazzo che toglie la puzza di fradicio?”.
“Eh… abbiamo in dotazione Chanel”.
“Non prendermi per il culo”.
“Ho i pantaloni coperti di merda santo cielo”.
“È arrivato Chanel”.
Ci fu uno strillo, frenò di colpo, ma le ruote partirono in discesa scivolando sul fango e sulla pietra bagnata. L’autista mise la prima e arrestò la caduta. Le ruote posteriori alzarono una fontana di fango e le luci delle sirene illuminarono le quattro facce, più quella dell’uomo di città, come se fossero malati di fegato.
Le gocce che aveva sulla mano e sulle labbra e che cadevano dal cielo sgretolarono la sigaretta a quello alto quando provò ad accendersela.
“Quel figlio di puttana è ubriaco”.
“Ha un fiato che sa di rose”.
“Sono le sette di mattina Cristo”.
“Abita vicino a Fastelli, lo incontrò tutte le mattine al bar. Una roba da whiskey e cornetto. Quando non ha chiamate, gioca al bar con i rumeni tutto il giorno e lascia quell’affare in terza fila in piazza della stazione. Vedi i genitori che per portare i ragazzini a scuola devono fare otto manovre attorno al carro attrezzi”.
“È lì che hai imparato a fregare gli amici?”, chiese quello alto.
“No, lì ho imparato a fare fessi quelli come te”.
“Tua moglie lo sa che rimarrai vedovo?”.
“E chi mi fa fuori…te?”
“Prima però chiedile se l’è piaciuto”.
La luce ruotava e inquadrava a tratti le figure che cercavano di agganciare la Uno metallizzata al cavo. Col cavo dello stesso colore della carrozzeria e il povero cristo che ci provava steso sotto il semiasse, sommerso e schizzato. Qualche volta alzava la testa o tossiva o sputava di lato.
Il carro attrezzi non poteva andare più giù o si sarebbe ribaltato, col paraurti si era poggiato al tronco di un pino. Il capitano andò dall’autista e gli fece bere un sorso d’acqua da una bottiglietta, quello fece un po’ di storie, ma accettò. Non aveva un bel viso.
“Voglio i miei soldi”.
“Ma perché cazzo gli hai messo in testa che ho barato?”.
Il Siciliano fece la faccia furba e si mise a ridere e un rigagnolo d’acqua gli entrò in bocca e lo fece tossire.
“No, no… non dire così che mi incazzo”.
“E incazzati, sai che mi frega”.
“Dammi i soldi”.
L’uomo di città si chinò e raccolse qualcosa che era caduto e con una mano sfregò via l’acqua dalla superficie della borsa.
Il tizio sdraiato a terra attaccò il gancio al semiasse posteriore e la Uno venne tirata fuori con difficoltà, pisciando dagli sportelli liquido nero. Il paraurti anteriore tirò fuori dal pantano un blocco di radici putride mano a mano che il cavo veniva tirato dal carro attrezzi.
“Dammi i soldi”.
“Oh che diavolo, cos’è hai messo il disco?”.
Quello lungo fece alcuni movimenti con le lunghe e sgraziate braccia e fissò l’uomo che teneva il cappuccio calato sugli occhi come se la partita non fosse finita la sera prima.
“Che schifo… hai vinto più di tutti, dammi i soldi”.
“Hai anche da accendere”.
“Questa è l’ultima che ti sfilo”, aggiunse l’uomo del full all’uomo di città che se ne accese una anche per sé.
Dal semiasse del carro attrezzi vennero fuori delle nuvole di fumo che la pioggia ammaccò sul suolo in pendenza.
“Piano”, urlò la voce del comandante allo sbronzo.
L’uomo affondò ancora e la Uno ebbe qualche sussulto e uno dei poliziotti che controllavano il cavo e la traiettoria della vettura finì a terra e scivolò versò il fiumiciattolo. La Uno si trascinava dietro il blocco di radici che le schiacciavano il cofano in avanti e la tenevano legata al pantano.
“Dammi i miei soldi”.
“Rivinciteli”.
Aveva la faccia ignorante, almeno tanto quanto il siciliano, ma molto meno dell’uomo del full; e il Siciliano si salvava per la sua furbizia con cui la dava a bere a molti. Era piccolo, con i capelli neri e due occhiaie permanenti. Portava i baffi e la mosca.
“Le tue bambine rimangono orfane lo sai?”.
“Senti la vuoi un po’ d’acqua così ti sciacqui la bocca”.
“Dammi i mie soldi”.
Il viso del lungo divenne cattivo e gli occhi due palline piccole e brutte, così come il suo viso avvitato su quel corpo gigantesco, una pallina piccola e brutta.
“Dai, falla finita”, disse il Siciliano.
“Dammi i soldi”.
Bestemmiò e tirò fuori dalla tasca il portafogli e sfilò un pezzo da cinquanta, questo era tutto quello che gli doveva; e il corpo dell’uomo venne fuori dallo sportello, lento e distrutto, e il fucile da caccia che abbracciava cadde su una pietra e rotolò indietro nella palude come se nascondesse un segreto. Il lungo si chinò e raccolse le cinquanta euro che gli aveva lanciato a terra e che erano diventate zuppe. Il corpo invece aveva assorbito tanta acqua da sembrare un pesce abissale. Una creatura dei duemila metri di profondità. Un Melanocetus Johnsonii molliccio e dalla bocca con i denti a sciabola.
Con le esili mani ossute asciugò la banconota sulla camicia bianca e le ossa della mano si muovevano frenetiche e eccitate per il tesoro agguantato.
“Se riduci così anche tua moglie chi gli può dare torto se va con gli altri”.
“Attento, stai attento, attento”.
“Piove e fa freddo, ti ho dato i soldi perché sei un pezzente”.
“Intanto me li hai dati, io col cavolo che te li davo”.
La lunga corda fece il giro della macchina e il poliziotto che era caduto raccolse il Melanocetus e lo legò al sedile e passò un pezzo della cima sul volante e tirò tanto che il corpo si afflosciò come se fosse stanco di aspettare.
Assicurò un capo della cima allo sportello e l’altro sul poggia testa di plastica passando sul cranio del cadavere e bloccandoglielo come se guardasse dritto davanti a sé.
Il carro attrezzi riprese a tirare e scavalcò sulla strada provinciale dove il traffico era stato deviato in tutte e due i sensi di marcia. Le transenne erano state assicurate con dei sacchetti di sabbia, e incastrate una con l’altra. Ma comunque alcune erano state spinte dal vento in mezzo al pantano del bosco o nelle cunette.
Il vicino dei Fastelli iniziò a frizionare per far uscire il prima possibile la Uno dal bosco, si vedeva che doveva bere e che tutta l’acqua del cielo non faceva che renderlo più nervoso.
Al comandante sembrava un miracolo aver tirato fuori dal pantano la Uno metallizzata e che nessuno dei suoi si fosse fatto male. I quattro uomini raggiunsero la provinciale e guardarono sotto il diluvio lo spettacolo di quel pesce. Si spolverarono le narici con la polvere di mentolato e quello venuto dalla città iniziò a scattare una serie di fotografie.
Bianco si infilò i guanti in lattice e gli voltò la testa e controllò di nuovo il foro di entrata che sembrava un buco in un mare di gelatina violacea. Pensò che era stato suicidio, senza alcun dubbio.
“Va bene, toglietelo di lì”.
La bara già era stata aperta sotto un telo di plastica sui cui ticchettava la pioggia e la macchina delle pompe funebri era più avanti, isolata, con lo sportello posteriore aperto e con il ripiano di metallo solcato dalle due guide senza un fiore. L’autista era al posto di guida e aspettava il carico.
Il siciliano aprì lo sportello e afferrò per le spalle, dovevano essere le spalle, il pesce. Le dita gli sprofondarono nella gelatina e vide i lunghi denti a sciabola, denti per le profondità abissali, spezzati.
“Comandante puzza da far schifo questo cristiano”.
“Dai, dai che la moglie lo cerca da due settimana. Bella sorpresa stamattina, se mai è andata a dormire”.
L’uomo che non aveva aperto bocca durante tutta la discussione afferrò la pinna. Le scarpe si erano gonfiate e aperte sulle cuciture. Erano scarpe cinesi, in finto cuoio.
“Oh cristo ora vomito”.
“Non fare lo stronzo”.
“Dai”.
“Ma siamo sicuri che è un uomo”.
“No, è un alieno atterrato nel boschetto, viaggiava nel iperspazio con una Uno metallizzata targata Roma”.
Arrivarono sotto il telo che con i movimenti pesanti dei due si strappò e volò via. Accomodarono il cadavere nella bara di latta e chiusero il coperchio.
Non possiamo farlo vedere alla moglie in queste condizioni. Ci dobbiamo inventare qualcosa, pensò il comandante.
“Questa qui è tutta gente destinata a diventare cadavere”.
“Su chi iniziamo?”.
“Eh che diavolo ne so. Hai visto qualche firma in giro”.
“Questi chiedono i soldi a strozzo e poi ci finiscono”, aggiunse il comandante.
La pioggia cessò, una cosa temporanea e riprese. Nello stesso modo di prima a scorrere nelle branchie di qualche pesce abissale nella palude.
“Hai rotto le palle di fomentare il down”, Fece l’uomo del Full.
“Che cazzo non pensavo che facesse sul serio”, rispose il Siciliano sorridendo con le occhiaie.
“Mi ha rotto le palle per venti minuti. Statti zitto la prossima volta così dividiamo”.
“Lui lo puoi fregare, ma non Luca”.
“È stato zitto tutto il tempo. Non ha fiatato insieme a quell’ispettore di città. Luca è un altro fesso. Un altro fesso da spulciare”.

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