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Tony Manero

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A me i film sudamericani non fanno impazzire. Posso fare a meno del cinema brasiliano, argentino, messicano (a parte la splendida parentesi di Bunuel) e compagnia cantando.

A me i film sudamericani non fanno impazzire. Posso fare a meno del cinema brasiliano, argentino, messicano (a parte la splendida parentesi di Bunuel) e compagnia cantando. C’è qualcosa in queste pellicole che mi allontana, mi tiene distante. Lo stesso succede con il film Tony Manero del cileno Pablo Larrain, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Torino. Non puoi amare un film del genere. Non è umanamente possibile. Il fatto, però, è che non riesci a dimenticarlo tanto facilmente. Il protagonista, di nome Raul Peralta (interpretato da un magnifico attore di nome Alfredo Castro), è ossessionato dal Tony Manero de La Febbre del sabato sera. Ogni giorno va al cinema, a vedere il film. A dire le battute in inglese, ad emozionarsi. È l’unico momento della giornata in cui i suoi occhi spenti tornano a vivere, a luccicare di emozione. Il suo corpo vibra mentre guarda ballare John Travolta con quelle magnifiche movenze da disco music. Raul decide di partecipare a una trasmissione televisiva che cerca il sosia cileno di Tony Manero. È il 1979 e in Cile brilla la stella malvagia di Augusto Pinochet. Manca una settimana alla registrazione della trasmissione e Raul, che fa soltanto questo nella vita (assomigliare, cioè, a Tony Manero), gira per le strade di Santiago in una specie di tristissimo sonnambulismo, spezzato da improvvisi lampi di violenza. Raul è uno che uccide. Uccide per realizzare il suo sogno: diventare Tony Manero, essere lui, non “come lui”. Di incredibile impatto la scena in cui uccide a pugni la donna che aveva soccorso poco prima dalla violenza di una banda di scippatori. “Lo sa che Pinochet ha gli occhi azzurri?”, gli aveva detto la donna che l’aveva fatto entrare nella sua casa piena di ninnoli clerico-fascisti. Una tristezza infinita… Raul se ne va da quella casa con il televisore a colori, buono per finanziare il suo sogno. Raul Peralta è uno che ha smesso di vivere. È un impotente che non riesce più a scopare la sua compagna (una disgraziata con la quale fa degli spettacoli di ballo in uno squallido night-club), né la figlia di lei che alla fine si deve fare un ditalino furioso per godere. Mamma mia, che tristezza! E in più ci si mette la polizia di Pinochet ad ammazzare come cani i dissidenti, a vigilare sulla vita delle persone, a rendere tutti gli uomini dei fantasmi che camminano. Le poche scene che fanno vedere le camionette dei militari mi fanno venire in mente i programmi che faceva Italo Moretti in Rai negli anni ottanta per parlare di quella maledetta dittatura, che allora sembrava invincibile. Ma Raul Peralta se ne frega della dittatura, lui è un fantasma con gli occhi ben incollati sull’abisso. Vuole essere Tony Manero, il Tony Manero cileno, malgrado lui abbia già cinquantadue anni suonati. Si tinge i capelli. E continua a inseguire il suo sogno, e a uccidere. Uccide i padroni del cinema che avevano sostituito La febbre del sabato sera con Grease. Non si interrompe così un’emozione, vero Raul? E via verso le strade di Santiago con quelli occhi che non credono più a niente, se non a Tony Manero. Il giorno della trasmissione arriva e lui finalmente sfoggia il vestito bianco, quasi uguale a quello che indossava John Travolta nel film. Ma l’happy end non esiste. Non c’è nessuna redenzione… Raul Peralta, dopo la trasmissione, prende un autobus e si siede dietro al Tony Manero cileno. Cosa farà adesso? Ucciderà chi gli ha usurpato il titolo? I suoi occhi da sonnambulo torneranno a vivere?… Era questo il paese di Augusto Pinochet. Un paese moralmente indegno, moralmente indecente… Un film che ti fa pensare che l’Italia di oggi… Lasciamo perdere… Mamma mia, quanta disperazione in questo film!

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