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Lunch Break al Galle Literary Festival

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La città di Galle si trova al sud dello Sri Lanka, a un’ora da casa nostra. Non avendo altri mezzi siamo partiti in motorino io e Domenico...

La città di Galle si trova al sud dello Sri Lanka, a un’ora da casa nostra. Non avendo altri mezzi siamo partiti in motorino io e Domenico, rischiando la vita ad ogni passaggio di autobus di linea che ci sfiorava pericolosamente e una volta superatici, con varie strombazzature di clacson, ci riempiva di smog nero e puzzolente.

Procedevamo lentamente, osservando come il paesaggio della ricostruzione post tsunami si sia modificato in tempo brevissimo. Le case poste sul fronte del mare sono state tutte ricostruite e molti nuovi hotel sono sorti, poiché i permessi per la ricostruzione fronte mare sono stati concessi solo agli esercizi commerciali mentre la popolazione è stata spostata verso l’interno.

Anche a Matara, la città che sta a due passi dal nostro villaggio che si chiama Polhena – le trasformazioni in atto ricordano lo sviluppo degli anni del boom economico in Italia. Le vecchie case ad un piano, alcune risalgono alla fine dell’ottocento, pur se annerite dallo smog e fatiscenti stanno ancora in piedi, con quell’orgoglio anglosassone che le ha fatte erigere e l’armoniosa architettura coloniale dove poggiare l’occhio è puro piacere.

Queste case sono sempre più rare perchè alcune vengono spianate da ruspe efficienti e sostituite da palazzi a più piani, i vetri fumè su cui riflette il sole bruciante. L’unica possibilità di frescura in queste scatole di costruzioni affidata all’aria condizionata, che poi non si accende perchè consuma troppo. Dimenticati i principi basilari del ricambio dell’aria nei paesi caldi tramite ventilazione naturale e una precisa disposizione delle fonti d’aria.

Eppure, tolto il dispiacere per la scomparsa di alcuni elementi architettonici a cui ci eravamo affezionati, la città e le zone limitrofe stanno assumento una fisionomia di rassicurante modernità, c’è maggiore pulizia per le strade e i soldi arrivati con lo Tusnami sono stati comunque investiti in infrastrutture. Tutti i singalesi del nostro entourage che avevano perduto la casa l’hanno riavuta e ci abitano. A molti di loro sono state date case migliori delle precedenti, come per Kamini, la nostra aiutante, che prima dello Tsunami viveva in una catapecchia.

Girano auto della polizia modernissime, autoambulanze e ancora qualche sporadico fuoristrada delle ONG incaricate della ricostruzione, che ormai volge al termine.

Il paese sembra essersi rimesso in piedi e le località turistiche più famose hanno ripreso ad accogliere i turisti, che negli ultimi due anni hanno disertato lo Sri lanka per una recrudescenza della guerra civile in atto dall’ 83 tra il governo e le tigri Tamil, che rivendicano la creazione di uno stato indipendente al nord del paese per la popolazione Tamil di fede induista.

La guerra sta dopo anni volgendo al termine, con i terroristi accerchiati e le forze governative a cui mancano trecento kmq per conquistare l’intero territorio.

Molti si dicono fiduciosi e hanno speranza nella vittoria. Non menzionanao quasi la possibilità che la guerra tradizionale abbia fine e che gli attacchi terroristici ne prendano semplicemente il posto, come è avvenuto in Iraq.

Anche io spero che tra poco sia tutto finito, me lo auguro per questo povero paese martoriato da guerra e Tsunami e che ancora sorride.

Il festival letterario di Galle è nato due anni fa e questa a cui stiamo andando è la sua terza edizione, che si svolge dal 28 gennaio al primo febbraio 2009.

L’anno scorso tra gli ospiti figurava Suketu Metha, l’autore indiano del libro Maximun City: Bombay, città degli eccessi. (Einaudi) che è stato spesso intervistato dopo il recente attentato a proposito della città di cui conosce ogni segreto.

L’anno precedente è stata la volta di William Darlympe, prolifico scrittore e storico inglese che vive in India con la sua famiglia da anni e che racconta di quelle genti con curiosità e un profondo rispetto.

Due grandi scrittori per farla breve. Quest’anno, pur scorrendo più volte sul sito del festival la lista dei partecipanti, mi colpiva solamente che ci fosse l’autore del racconto di Schindler’s list, il famoso film di Spielberg.

Pur considerata la mia approssimativa conoscenza della letteratura contemporana di ispirazione anglo-cingalese, i nomi dei partecipanti non mi dicevano nulla e le loro biografie neppure.

C’era una netta prevalenza di donne tra gli ospiti, poetesse un po’ avizzite, come quelle tre sedute all’ingresso dell’Amangalla Hotel, due sorseggiavano thè con aria annoiata l’altra era attaccata al telefono e aveva un fare imperioso e un’agenda aperta sul tavolo. Tutte vestite di bianco, una altissima di elegante bellezza, austera e gelida.

Con Domenico abbiamo preso posto vicino alle poetesse, non c’erano tavoli ma il capo sala ce ne ha fatto approntare uno proprio vicino alla balconata che dà sulla strada. Le pale del ventilatore giravano maestose sulle nostre teste, che a causa della gran calura che c’era di fuori erano già al grado di massima ebollizione, dopo una pur breve passeggiata fino all’edificio olandese che ospitava anticamente il corpo di guardia e ora sede di una mostra di foto.

Poco distante da noi e il bel terrazzo erano state allestite alcune bancarelle, all’ombra di un gigantesco albero. Tra loro anche quella di Ruzaik, il nostro amico musulmano la cui mamma, Jezima, crea fantastici batik interamente a mano, con una tecnica millenaria che colora i tessuti in diverse fasi, tramite l’applicazione di strati di cera bollente con un miniscolo pennino: il risultato è spesso stupefacente ma è difficile capire, vedendo le opere finite, quanto lavoro e tempo ci sia voluto per farle.

Ruzaik fa infatti pochi affari: mentre stiamo a prenderci un caffè sulla veranda dell’Amangalla si ferma una cicciona in fuseau turchese in compagnia di un bellimbusto locale, ben palestrato. E compera un batik.

Un’altra signora che ha il viso tirato da qualche chirurgo che ci è andato pesante se ne va contenta con il suo pareo di garza, ma ci vorrebbe ben altro che un pareo per risollevare le sorti del laboratorio di Jezima, intorno al quale vivono circa una ventina di persone, a tre pasti al giorno.

Galle è una roccaforte cinta da mura ciclopiche che aggettano a mare e un portale d’ingresso su cui domina il motto “Dieu et ma libertè” . . Enclave musulmana dichiarata patrimonio dell’Unesco per le bianche abitazioni di stile moresco-anglo-indiano, ha una splendida moschea che guarda serenamente al mare aperto, incurante delle atrocità che si compiono a giro nel mondo sotto l’egida della dottrina che le sue spesse mura diffondono.

Ce n’è di gente in giro, bianchi molto pallidi, alcuni indiani, tante le donne vestite di bianco e molto orgogliose del look asiatico. C’è un uomo alto di una sessantina d’anni, dev’essere stato anche lui in passato un bell’uomo. Si aggira negli uffici di accoglienza a passo sostenuto, come avesse molto da fare ed è strano vederlo così indaffarato in questo paese dove il caldo ti taglia le gambe e vai al rallentatore. E la gente del posto va comunque a due all’ora per tradizione e cultura.

Alla reception dell’ufficio di accoglienza riceviamo il bel catalogo del Festival e attirati dal viavai verso un giardino interno ci avviamo per curiosare all’interno.

Ci sono dei gazebo all’ingresso che vendono gadget del Festival e la cassa del bar. Negli altri gazebo vengono serviti alcuni snacks, thè e caffè. Al centro del giardino sono state poggiate tante stuoie e cuscini, e i poeti, scrittori e giornalisti intervenuti sono tutti lì, beatamente sdraiati a conversare o leggere, sorbendo una bevanda.

È l’ora del lunch break.

Le sessioni del festival interrotte, tranne quella di un archeologo marino che racconta dei relitti che si trovano intorno alla costa dello Sri Lanka. Ma è poco ascoltato vista l’ora ed essendo l’archeologo troppo tecnico e poco poeta.

Domenico lo ascolta per un poco ma la lingua gli è ostile e i relitti pochini così abbandona la sala e mi raggiunge in giardino, con la faccia di chi è già pronto a tornarsene a casa e lasciare fare ai poeti il loro mestiere.

In sella al motorino ritroviamo la vita che pulsa intorno alle mura che racchiudono il Festival e i suoi poeti: barche di pescatori in secca e venditori di pesce, autobus stracolmi di passeggeri che chiedono strada, il caldo che ci taglia le gambe e l’asfalto che divora energia. Presto la città è un ricordo, con quel mare che ci corre vicino e una pattuglia della Polizia stradale che ha fermato un autobus e sta multando l’autista.

– Gli sta bene – diciamo all’unisono.

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