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Bruno Moroncini: “Autobiografia della vita malata”

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"Autobiografia della vita malata" (Moretti & Vitali 2008) è il testo del prof. Bruno Moroncini, docente di antropologia filosofica all’università di Salerno. Il libro, attraverso l’epilessia di Dostojevskij...

“Autobiografia della vita malata” (Moretti & Vitali 2008) è il testo del prof. Bruno Moroncini, docente di antropologia filosofica all’università di Salerno. Il libro, attraverso l’epilessia di Dostojevskij, l’interpretazione crociana di  Leopardi, la questione della follia di Nietzsche, ripercorre il nodo che lega la scrittura autobiografica all’esperienza della vita malata. Secondo Moroncini, a partire da Nietzsche, la malattia e la degenerazione vengono assunte non come segni di decadimento, ma come manifestazioni indirette di “potenza”, momenti in cui la vita raggiunge il grado più alto di intensità. La malattia, il disadattamento, l’impossibilità di corrispondere agli standard comportamentali imposti dalla società, diventano la condizione dell’invenzione letteraria, artistica, filosofica e, perché no, politica.

 

Cosa intende per vita malata?

La questione che io volevo affrontare la potremmo chiamare la questione dell’origine della creazione, cioè come avviene l’atto creativo, nel senso umano, ovviamente, non nel senso divino. L’atto della creazione letteraria, della creazione poetica, della creazione artistica, della creazione politica, ma anche l’atto della creazione delle forme della propria vita, con le quali si riesce a stare al mondo, a trovare una postura tale che ci permetta di stare al mondo, sopportando il peso del disagio della civiltà. Una vera e propria etica, perché l’etica è riuscire a ridare il mondo nonostante ci sia un disagio di partenza, che non è risolvibile. La radice del termine etica proviene da etos che significa appunto dimora, anzi stalla, perché i primi uomini vivevano nella stalla vicino agli animali. L’etica è dunque il luogo, il modo di stare al mondo, di abitare, di arredarlo, di renderlo il più possibile vivibile. In qualche modo è questa anche la funzione della creazione.

 

L’atto creativo dunque ha a che fare con un adattamento alla vita?

La creazione si origina attraverso una torsione della vita, che non è la vita che cresce su stessa, che non perde niente, non ha arresti ed è sempre armonica, ma è invece una vita che è attraversata anche da profonde scissioni. La vita non è una continuità ma è segnata da fortissime discontinuità e necessità di rotture e adattamenti. La vita di Nietzsche è retta da discontinuità totali e poi lui deve trovare il modo per unire l’idiota e l’oltre uomo, deve riuscire a trovare un ponte che lega quello che era prima e quello che si trova ad essere dopo, in mezzo c’è una macchia che probabilmente però è il punto oscuro, la radice della nuova forma di vita, della nuova forma concettuale, della nuova creazione estetica o letteraria o filosofica, di Nietzsche come di chiunque altro.

 

Invenzione artistica ci siamo, ma una politica della rottura, della malattia, com’è possibile?

Le modalità con cui la politica dell’impossibile diventa qualcosa di effettuale e non soltanto un’enunciazione teorica ci sono. Faccio riferimento a una cosa reale, cioè la Commissione per il perdono e la conciliazione, messa in piedi in Sud Africa. Le vittime potevano raccontare quello che avevano subito e gli eventuali aguzzini, se raccontavano pubblicamente quello che avevano commesso, non erano perseguiti dal punto di vista giuridico. Non possiamo calcolare in anticipo che funzionerà, perché  il perdono è qualche cosa di impossibile, non è nemmeno nei poteri soggettivi, anzi è qualcosa che esautora il soggetto. E una politica dell’impossibile è proprio una politica dove si fa una sfida, senza sapere in anticipo se l’operazione riuscirà  o meno, anzi probabilmente con profondo pessimismo della ragione nei confronti della possibilità. Dopodiché si verifica a posteriori se la cosa è riuscita, ovviamente bisogna predisporsi nella prospettiva di fare in modo che l’impossibile si dia. Nel caso del Sud Africa, non ha risolto tutti i problemi che si proponeva di risolvere, ma questa commissione è riuscita in parte ad evitare un bagno di sangue e a dare un fondamento non  fratricida alla società. In quel momento, una comunità si è costituita intorno ad una cosa che era impossibile.

 

Riguardo Leopardi, in che modo nel poeta  la malattia è fonte di creazione?

Quando non si ha un padre da uccidere, le cose diventano estremamente complicate. Secondo la mia lettura della famiglia Leopardi, al posto del padre, c’era la madre; questa signora che aveva anche il possesso economico. In questo caso c’è il problema, per il figlio, di trovare la propria posizione, perciò Leopardi ha il problema di trovare dei modelli e di riuscire a tradurli. Non c’è un punto di vedetta forte che è una identificazione edipica classica: ci si scontra con il padre, si diventa eredi, lo si sostituisce e si va avanti. Se ci pensa, in tutta la storia della modernità, non abbiamo Edipo da nessuna parte e ciascuno si deve creare il suo nome del padre, come diceva Lacan, sono le strade complicate degli autori moderni. Probabilmente, se avessero fatto un Edipo classico non sarebbero diventati né Nietzsche, né Dostojevskij, né Leopardi, avrebbero avuto una professione liberale, avrebbero sposato una donna normale, avrebbero fatto dei figli e una famiglia. Se diventano quello che diventano è perché l’Edipo non ha funzionato, perché in qualche modo sono malati.

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