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Sebastiano Messina: “Ciascun giornalista non si rassegna all’idea che il suo articolo, il giorno dopo, diventi carta da macero”

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Per i lettori di "Repubblica" è un appuntamento imperdibile, tanto che, quando non esce, restano assai delusi. Allo stesso modo la attendono quanti giudicano quella rubrica l’esempio di una delle...

Per i lettori di “Repubblica” è un appuntamento imperdibile, tanto che, quando non esce, restano assai delusi. Allo stesso modo la attendono quanti giudicano quella rubrica l’esempio di una delle tecniche di attacco politico verso l’attuale capo del governo. Il “bonsai” di Sebastiano Messina, a prescindere dalle valutazioni, conferma d’essere una formula giornalistica che fa discutere e sorridere. I “bonsai” sono diventati un libro. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Raccogliere i bonsai su Berlusconi in un volume: esigenza da cronista oppure operazione di marketing per le feste natalizie?
Nessuna delle due. Me l’ha proposto la Rizzoli. E io ho accettato volentieri, sia perché ciascun giornalista non si rassegna all’idea che il suo articolo, il giorno dopo, diventi carta da macero. E poi era una vecchia idea, solleticata ogni tanto da qualche lettore che mi chiedeva quando avrei raccolto i miei Bonsai in un libro. Bene, eccolo qui.

Quale termine sceglieresti  per definire il contenuto: tragicomico, inquietante, esilarante, deprimente…
Questa è una definizione che non spetta a me. Berlusconi è tutte queste cose insieme, io mi auguro di regalare un sorriso, e magari più di uno, a chi leggerà il libro.

Facciamo un passo indietro: come nacque l’idea della rubrica bonsai su “Repubblica”?
Un giorno scrissi un breve corsivo su una battaglia ortografica all’interno del governo Prodi, se cioè centro-sinistra andasse scritto con il trattino o senza. Titolo: la battaglia del trattino. Il giorno dopo il direttore, Ezio Mauro, mi propose di scrivere un corsivo così ogni giorno. Per un anno uscì senza titolo, circondato solo da quattro angoli stilizzati. Poi fu battezzato Bonsai.

C’è mai stata una sera in redazione che hai creduto di non poterla scrivere per mancanza d’argomenti?
Altrochè. Direi che capita almeno una sera su tre. Poi però alla fine, sarà la forza della disperazione, l’idea salta fuori. E anzi ti dirò che qualche volta quelle inventate all’ultimo minuto sono le rubriche che riescono meglio. Ricordo che una domenica si erano fatte le sette e non mi veniva nessuna idea. Poi sentii al Tg3 che Osama bin Laden andava in giro con una carovana di camion pieni di telefoni satellitari, che usava una sola volta, e per pochi secondi, per non essere intercettato dagli americani. Così scrissi il Bonsai sui telefoni di Osama, domandandomi: tutto questo per chiamare la sera la moglie e dirle “tutto male, grazie”?

Sempre più spesso sono i programmi satirici a prendere il posto della denuncia giornalistica per mettere a nudo le magagne della politica. Ritorniamo allo slogan degli anarchici dell’800: sarà una risata che vi seppellirà?
Nel mio libro ho scritto che ormai criticare Berlusconi, un uomo che controlla di fatto cinque dei sei principali network italiani, non è impossibile: è inutile. Forse però l’ironia può servire a smontare il monumento virtuale che lui si costruisce da solo ogni giorno, sulle sue tv e sui suoi giornali, con straordinaria abilità.

Torniamo al volume: qualcuno potrebbe dire che è il frutto della “fissazione” di una parte dell’Italia di demonizzare l’attuale presidente del consiglio…
Berlusconi è oggi il principale protagonista della politica italiana. È il leader assoluto del centro-destra. È il capo del governo. Demonizzarlo è sbagliato, ignorarlo è impossibile.

Vi  sono altri personaggi politici che a tuo parere meriterebbero una collezione di bonsai? Alcune imitazioni di “Uolter” Veltroni hanno avuto grande successo…
Per farlo ci vorrebbe un personaggio che resistesse sulla scena almeno un paio d’anni. Finora alla guida del centro-sinistra si sono alternati Prodi, D’Alema, Rutelli e Veltroni. E già qualcuno pensa di cambiare leader. Non ti danno neanche il tempo di scattare una fotografia che già cambia il soggetto. Perciò noi italiani invidiamo tanto gli americani, che hanno lo stesso presidente per quattro e spesso per otto anni, e senza essere il proprietario di un impero mediatico.

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