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Parigi, arte e freddo

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I parigini, sì, sono eleganti. Semplici ed essenziali, sportivi all’apparenza ma con un tocco di classe che li contraddistingue. Una sciarpa leggera, un fermaglio, un cappottino morbido, una naturalezza nella...

I parigini, sì, sono eleganti. Semplici ed essenziali, sportivi all’apparenza ma con un tocco di classe che li contraddistingue. Una sciarpa leggera, un fermaglio, un cappottino morbido, una naturalezza nella stravaganza trattenuta. Minuti, hanno una magrezza che ne esalta i tratti fisiognomici delicati. Dei bianchi e dei neri, persino i neri parigini sono slanciati. E i loro sguardi, sempre indaffarati, spesso a leggere o comunque intenti ad andare. Non ne ho viste di persone assorte o estatiche. Veloci invece, al limite di un’isteria che è sempre bilanciata da una cortesia talmente presente da diventare solo forma. Dicono désolé anche quando non vogliono parlare per dare indicazioni stradali a turisti. Alcuni invece si fermano in soccorso se vedono qualcuno che si perde nel metrò ma in modo da risolvere la questione in un soffio, si fermano senza fermarsi. E, je vous en prie, spariscono nell’istante stesso in cui rispondono un prego elegantissimo a un grazie.

Aznavour rompe parecchio un po’ ovunque. Un café-bistrot (per un caffè annacquato 4 euro) del quartiere latino ancora il posto più intrigante di Parigi nonostante sia ormai palesemente turistico, ha un televisore acceso in cui Aznavour si strugge tragicamente il primo dell’anno. È talmente tragico da far sorridere. Dentro, il caldo e marrone degli arredi e il verde delle poltrone di pelle e i libri negli scaffali a disposizione di tutti contrastano con il colore fuori, bianco di neve. Quasi nevica. Ma fa troppo freddo per concedere la dolcezza ai fiocchi. Dentro, il burro appanna i sensi, è ovunque, in ogni pietanza parigina. Molle il cibo qui. Lumache, rane, panna, burro, ostriche che ho visto mangiare a mezzogiorno sulla terrazza del bar nella piazza magnifica del Louvre, da gente che se la rideva osservando le code internazionali e chilometriche per varcare l’ingresso del museo più dispersivo che abbia mai visto. Questa volta non l’ho visitato, avevo già visto La Gioconda assediata dai flash senza nessuno che ne osservasse il suo celebre sorriso, troppo piccolo e distante, come un’idealizzazione che si scontra con la banalità del reale, e mi aveva dato fastidio. E ricordavo un senso di oppressione. Non mi piace fare fatica e sgomitare per ammirare le opere d’arte. È contro natura. Ma ormai sembra inevitabile in luoghi come questo, santuari commerciali. Il Louvre ospita una quantità di negozi incredibile, di tutti i tipi, persino catene di abbigliamento. Sembra un aeroporto più che un museo. E la gente entra, compra ed esce col mal di testa ma soddisfatta. Al Louvre ho visitato invece la mostra su Mantegna, dopo un’inevitabile ora e mezza di fila. Mi sono seduta per terra in fila per riposare le gambe e ho notato che i parigini hanno anche belle scarpe, mentre quelle dei numerosi italiani erano tipo dopo sci, tutti giustamente spaventati da un freddo che non conosciamo. Una grande retrospettiva quella di Mantegna. Peccato per l’allestimento, decisamente povero e sbiadito. A Roma, alle scuderie del Quirinale, è ancora in corso la mostra su Bellini, cognato di Mantegna. Qui sì che l’allestimento rende giustizia alle opere. Sembra entrare in una chiesa, le luci soffuse e un silenzio ispirato sia dai quadri, sonori come sinfonie, sia dal modo in cui sono esposti. Mantegna, è vero, è molto più cerebrale di Bellini, perfetto e allegorico. Un intellettuale dalla grandissima maestria tecnica e dalla straordinaria abilità compositiva. È comunque poetico il percorso dell’esposizione di Mantegna e raggiunge vette di stupefacente bellezza, soprattutto si assapora il fermento artistico dell’epoca e una scuola pittorica che passa attraverso Padova, la bohème degli artisti del 1440, e Mantova. Si ammirano gli inizi di Mantegna all’accademia classica di Squarcione e la scoperta di Donatello, con le sconcertanti innovazioni del suo atelier. Una sorpresa è un’intera sala con i disegni, che si confondono con quelli di Bellini: a dispetto della sua compostezza pittorica, il tratto di Mantegna è invece nervoso, vitale, vibrante persino negli schizzi minuscoli, estremamente espressivi nel loro movimento. Mantegna influenzerà Correggio, che si avvicina per sentimentalismo più a Leonardo. Ma vi è un inizio di modernità già in Mantegna stesso, con il suo Ecce Homo, una rappresentazione della bontà legata, martoriata e circondata senza scampo dalla bruttezza e dalla cattiveria. Un quadro che rimane aggrappato dentro. E la modernità si affaccerà con la veemenza e la luce di Correggio, una sensualità seducente. Di Correggio in mostra sono presenti quadri dalla luce talmente netta e contrastata da ricordare il successivo Caravaggio.
La modernità è dunque il passaggio dal pensiero e l’erudizione all’istinto e al sentimento. Ogni modernità (artisticamente parlando) mi veniva da pensare, è di fatto intrisa di un certo romanticismo. Ma i sensi si animano con più slancio se ciò che si guarda è un simbolo con un significato, piuttosto che un semplice impulso. Questo insegna profondamente Mantegna.

È ormai sera quando esco dal Louvre. E Parigi è accesa. Il freddo rende l’aria ancora più luminosa, come se il freddo elettrizzasse tutto, i pensieri e il passo. È piacevole camminare per le ampie strade che renderebbero chiunque signorile e fiero. Non ci sono barboni in questa città. Gli unici li ho visti nella metropolitana la notte di capodanno. Si era bloccata una linea dell’efficiente ragnatela colorata di tubi sotterranei e la gente era accalcata e sbandava, correndo per cercare un modo per arrivare agli Champs Élysées per tempo. I barboni si stringevano nei loro giacigli, insacchettati fino alla testa. Nessuno ci faceva caso. Ma questo è davvero universale, avviene ovunque.

Pazzi però ne ho visti. Molti ragazzi che parlavano da soli, a volte urlavano. E, sempre la notte di capodanno, passando davanti a un McDonald’s, mi sono stupita nel constatare quanta gente stesse lì, mangiando patatine e hamburger completamente soli, guardando la strada dal vetro. Ragazzi e meno giovani, uomini e donne. Spero che quel vetro non facesse loro da specchio.
Le mostre a Parigi pullulano. Non si riesce a vedere in pochi giorni tutto quello che si vorrebbe. Picasso la fa da padrone. È protagonista di tutta una serie di mostre dislocate al Louvre stesso, al D’Orsay e al Grand Palais. I tre musei si sono messi d’accordo per organizzare qualcosa di davvero unico. Io ne ho vista solo una parte, ero oggettivamente impreparata e ho capito il legame tra le tre mostre a posteriori. La cosa che si capisce è che Picasso è stato davvero un pittore jazz.
Non nel senso dell’improvvisazione, ma del jazz ha il modo di dipingere basandosi sugli “standard” del passato, studiando i maestri e facendo sui loro quadri una continua variazione sul tema.

Al Grand Palais c’era la mostra su Picasso e i Maestri, dove veniva sondata la relazione con Courbet, David, El Greco, Goya, Rembrandt, Velàzquez, Delacroix, Ingres, Cézanne, Matisse, Manet. Mi sono persa oltre duecento opere esposte. Al Louvre c’era il confronto tra Picasso e Delacroix con le sue Donne d’Algeri. Mentre al D’Orsay c’era un esposizione su la Déjeuner sur l’herbe di Manet, quadro di fronte al quale sono sempre rimasta incantata e che ha segnato profondamente la storia dell’arte e che Picasso ha reinterpretato ossessivamente. Esposte infatti tele, bozzetti, disegni, modelli di carta e tutte le versioni che mostrano come Picasso cercasse di scomporre il quadro di Manet alla ricerca del suo mistero di bellezza e di interpretazione. Picasso esalta i colori, i verdi e soprattutto il rosa della carne nuda e spoglia via via tutte le figure, persino quelle maschili, vestitissime nell’originale. Cerca l’essenza e complica la composizione, la scompone e rimaneggia ma ne lascia inalterata, la accentua anzi, la sensualità intrinseca, che nella sua evidenza appare innocente. Sembra un gioco. Raffinatissimo.
Peccato che anche il D’Orsay sia un luogo iperaffollato e confuso. Più piccolo del Louvre ma comunque immenso con i suoi piani zeppi di capolavori, è un via vai di gente, che ne ridona l’originale funzione di stazione. L’organizzazione è pessima, per il numero troppo alto di visitatori non si potevano lasciare i cappotti al guardaroba. E tutti ci si muoveva goffi con in mano giubbottoni, sciarpe, borse e cappelli. Ho trovato parecchie cose perse nel museo, per la maggior parte guanti. E io stessa ho perso il mio cappello. Me lo hanno restituito all’uscita ma ho dovuto fare un disegno per dimostrare che era il mio. Il mio inglese, non eccellente ma discreto, non lo capivano.

Una mezza giornata di pace l’ho vissuta invece al museo Marmottan e al Museo Rodin. Entrambi sono caratterizzati dal fatto di essere piccini e ospitali. Sono all’interno di dimore stupende. È come entrare in una casa. Decisamente nobiliare, ma senza le caratteristiche dei grandi musei. Più raccolte e tenute preservando la loro intimità. Al Marmottan c’è quasi tutto su Edouard Monet. L’emozione più grande sono le sue ninfee. Una grande quantità delle celebri tele a grande formato incanta con i loro azzurri, rosa, verdi, violetti e la luce che esprimono fa bene al cuore. Guardare poi la tavolozza originale di Monet commuove. E commuovono i suoi ultimi quadri realizzati in una comunione assoluta con la natura alla ricerca dei colori più interiori, in una direzione verso l’astrattismo causato anche da un problema alla cataratta. L’arte davvero non si ferma di fronte a niente, anzi sembra trarre linfa vitale anche dalle difficoltà.
Al Museo Rodin poi ci si riappropria del corpo attraverso l’irruenza di uno scultore che, partendo da Michelangelo e dalla sua lezione scultorea, ha realizzato opere che vivono ancora oggi con veemenza e afflato vitale. Nella loro infinitezza (nel senso di non finite, volutamente lasciate sbozzate) regalano vivide visioni.

E vivida, immensa, urlante e impressionante sempre è Notre Dame. Parigi non sarebbe Parigi senza Notre Dame. Se la Tour Eiffel è il simbolo per antonomasia di leggerezza e slancio, è come i parigini che ho visto, Notre Dame ne è il mistero. Gotica, veramente, non estetica di merletti come il Duomo milanese, è una chiesa che emette sempre un grido, di dolore e di bellezza. Un grido quasi orgasmico. Le sue Chimere sono uno spettacolo e camminarci intorno è un’esperienza unica.
Il primo dell’anno era gremita. Mentre stavo con la testa in alto persa tra le arcate e i rosoni complessi, si celebrava la messa. Si sentiva un fervore religioso raro, quasi disperato. Un uomo è stato tutto il tempo con le braccia protese verso l’alto e l’alto in Notre Dame è irraggiungibile. È una chimera.

Lì vicino poi c’è Shakespeare and Company, la libreria di George Whitman che ospita ancora scrittori di passaggio. Offre ospitalità nei giacigli al primo piano. In cambio bisogna solo tenere in ordine e sistemare gli infiniti libri che si aggrappano sugli scaffali, tutti libri inglesi, e leggere e scrivere. Un posto che pare uscito da un sogno. Mentre al piano di sotto i turisti vagano senza un grande senso, al primo piano c’è silenzio. Il silenzio di chi legge e chi pensa e chi scrive. Un silenzio che è un suono dal sapore di eterno. La domenica alle quattro c’è il tè. Si discute di letteratura, si ride, si conversa e si cresce. Al riparo dalla velocità esteriore, al riparo dalla folla, i libri che circondano sono come un esercito di umanità a difesa di qualcosa di molto piccolo e umile. I sogni.

Poi si esce, si respira più a fondo, si continua a camminare e ad ammirare i larghi spazi parigini, la neve che finalmente si libera leggera e che per un attimo ferma il tempo. Giusto il tempo di un soffio. Poi si trasforma, come tutte le cose. In disagio. L’aereo non parte. Tutto l’aeroporto Charles de Gaulle è in panico. Non c’è organizzazione che tenga. I computer fanno cilecca. Le persone non sono più persone, ma numeri di voli e passaporti, code infinite e snervanti. Da molto lontano arrivano notizie di guerra, di morti. A Parigi le manifestazioni a favore di un fronte o dell’altro spargono altra violenza.
Una fisarmonica sulla Senna suona un motivo malinconico. Cade qualche spicciolo in un cappello.
I fiocchi si fermano, il vento torna sotto lo zero. È gelo. E si scivola. Credendo di volare, non si sente più dolore.

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