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La guerra non è mai finita: un cartone israeliano

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Non è un caso, non è una coincidenza. Alla domanda sull’attualità del suo film, uscito allo scoppio di una nuova guerra tra israeliani e palestinesi, questa volta...

Non è un caso, non è una coincidenza. Alla domanda sull’attualità del suo film, uscito allo scoppio di una nuova guerra tra israeliani e palestinesi, questa volta nella striscia di Gaza,  Ari Folman, regista del bellissimo film d’animazione Valzer con Bashir, ha risposto al tg2 non senza amaro sarcasmo: “Non sono stupito: ero sicuro che i nostri governanti, per quanto sono illuminati, avrebbero scatenato un’altra guerra”.
È davvero sorprendente questo film documentario d’animazione già apprezzato a Cannes e in gara per l’Oscar: bellissimo nella realizzazione, raggelante per la forza delle immagini di morte e guerra, lirico in alcuni momenti e molto radicale e critico nel contenuto. Folman, dopo vent’anni, cerca di ricostruire la sua partecipazione alla guerra in Libano quando era poco più che diciottenne: intervista vecchi commilitoni, amici, giornalisti, psicologi e militari. Nelle sue amnesie post-traumatiche si fa strada il dubbio che sia stato testimone del massacro del campo profughi palestinese di Sabra e Chatila, quando era impiegato a Beirut. Questa ricerca del tempo perduto si accresce dei ricordi e delle testimonianze, spesso miste al sogno e alla fantasia, degli scherzi della memoria e dal senso di colpa. A un certo punto gli incubi ricorrenti e le immagini pop anni ottanta si cristallizzano e Folman riesce a ricordare tutto distintamente, i morti, la distruzione e soprattutto l’indifferenza colpevole dell’esercito israeliano nei confronti della rappresaglia delle Falangi cristiano-maronite, dopo la morte del loro leader Bashir Gemayel. Valzer con Bashir, oltre a riprendere tutto l’immaginario cinematografico della guerra con i richiami e le citazioni, è un film che fa i conti con la follia della guerra stessa e critica la politica israeliana che non è cambiata in questi vent’anni. E non solamente gli ultimi vent’anni: “Guerra dei sei giorni” nel 1967 per andare indietro nel tempo, oppure intervento in Libano di Israele contro Hezbollah solo due anni fa. Le immagini delle guerre si confondono perché tutte le guerre sono uguali, tutti i morti si assomigliano (in questo il film di Folman è illuminante). La politica militarista israeliana non conosce soluzioni di discontinuità, ma anzi è coerente nella sua filosofia di aggressione bellica spesso finalizzata a obbiettivi meramente elettorali o d’immagine. In Israele si susseguono generazioni di ragazzi che vengono costretti alla loro guerra, scaraventati giovanissimi in realtà che non conoscono e per motivi che sfuggono alla comprensione: ogni generazione ha la sua guerra, non si sfugge. Da più di due settimane assistiamo al bombardamento della striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano che ora ha invaso anche quel territorio. Il conto dei morti cresce soprattutto tra i più deboli, donne, vecchi e bambini, e tutto questo  perché? Il motivo è eliminare una odiosa organizzazione fondamentalista che ha vinto le elezioni due anni fa, Hamas, ma tutti gli analisti e gli esperti ci ripetono che questa politica di aggressione israeliana non fa che rafforzare quella organizzazione. I morti, da una parte e dall’altra, sono funzionali per chi vuole detenere il potere e giustificare la sua forza sia in Israele che nella striscia di Gaza. Non c’è speranza, non c’è possibilità di miglioramento, ma anzi la situazione è talmente compromessa che si possono prevedere solo margini di peggioramento.
Spesso tra i pacifisti in occidente ci si chiede perché non ci sia un desiderio di pace in Medio Oriente che dal basso metta in discussione i piani di guerra e morte dei governi. Sono pochi i movimenti di opposizione, come i Refusnik (i soldati che si rifiutano di entrare nei territori palestinesi), e molta è la frustrazione per l’assenza di dialogo tra i popoli anche di religione diversa. Questa frustrazione si lega anche al fatto che esiste un tabù nei confronti della politica israeliana: non si può parlare male di Israele perché si rischia di essere tacciati di anti-semitismo. Valzer con Bashir è utile anche in quest’ottica perché apre gli occhi sulla critica sotterranea che esiste in Israele sull’operato dei suoi governi. Questo film ci fa capire non solo che la guerra non è mai finita, ma che anche la speranza della pace non è mai morta.

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