I fuochi dell’arte e le sue reliquie, Achille Bonito Oliva e il deperimento dell’arte contemporanea

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In occasione della conclusione della mostra I fuochi dell’arte e le sue reliquie, durata fino all’11 gennaio 2009, presso il foyer dell’Auditorium – Parco della Musica, Roma, si è dibattuto della conservazione e del restauro dell’arte contemporanea.

In occasione della conclusione della mostra I fuochi dell’arte e le sue reliquie, durata fino all’11 gennaio 2009, presso il foyer dell’Auditorium – Parco della Musica, Roma, si è dibattuto della conservazione e del restauro dell’arte contemporanea.
La giornata di studi, L’intento dell’artista di fronte alla conservazione dell’opera contemporanea, nasce proprio dalla singolare mostra curata dal critico Achille Bonito Oliva che ha presentato opere di Mario Schifano, Gino De Dominicis, Enzo Cucchi e Giulio Ariste Sartorio, opere del nostro novecento che in comune hanno il fatto di essere state danneggiate da un incendio in parte o in toto.
Di fronte a noi tele scrostate di Sartorio in cui si è tentata una ricostruzione e che perdono così il loro significato; l’enorme quadro di Cucchi, che acquista inspiegabilmente un nuovo senso, ma anche solo i telai che custodivano le opere di Mario Schifano. Il PVC delle immagini di Schifano è sciolto. Il materiale, che meglio avrebbe dovuto mantenere intatto il concetto di arte popolare, del più famoso artista di Piazza del Popolo, è anch’esso liquefatto.

Siamo di fronte alla distruzione di un patrimonio artistico, o forse no.

La mostra è costituita da una ventina di reliquie della collezione Jacorossi presentate per la prima volta al pubblico dopo l’incendio che le ha “modificate”. 
Quando abbiamo chiesto a Jacorossi quale fosse stato il criterio della scelta tra le opere bruciate ci ha detto semplicemente che erano quelle che avevano subito maggiori danni.

Nel 1992, sessanta quadri di grandi dimensioni, custoditi in un magazzino nel quartiere San Lorenzo di Roma vengono “accese” dalle fiamme partite da una falegnameria adiacente allo stabile. Quasi tutte le opere erano di Mario Schifano. Pochi anni prima, l’impresa petrolifera Jacorossi aveva investito nell’artista grazie all’interesse di Ovidio Jacorossi per la nuova Scuola Romana, quella che negli anni ’60 vide a Piazza del Popolo figure come Festa, Angeli, Ceroli, Fioroni e appunto Schifano. L’amore dell’arte per questo collezionista nasce dall’incontro con il gallerista Plinio De Martinis che ospitò e “crebbe” questi artisti e che ne La Tartaruga, li mise in contatto con personaggi come Ungaretti, Marcel Duchamp, Tristan Tzara, Alberto Moravia e Sandro Penna.

Dopo l’incendio, l’imprenditore interpella gli artisti, quelli in vita quanto meno: Cucchi e Schifano, quest’ultimo morirà nel 1998. Rimane basito dalla loro reazione: entrambi lo invitano a non tentare alcun restauro. Schifano è perentorio: Non le toccare. Sono più belle di prima! Intima entusiasta a Jacorossi.

 

Perché un artista decide che il fuoco prenda parte alla sua opera senza che sia stato lui ad appiccarlo? Può un evento esterno e non voluto diventare parte nella realizzazione di un pensiero artistico tanto da aumentarne la forza espressiva? Queste le domande che hanno fatto nascere questa mostra.

In realtà basterebbe pensare a Leonardo, che ha combattuto con le sperimentazioni del Cenacolo, immediatamente instabile e questo perché per Leonardo l’arte era il parto della mente, un pensiero e uno studio a cui la manualità doveva rispondere ma non soccombere. Sperimentazione artistica che con i secoli ha continuato a perpetrarsi e che ha portato l’arte contemporanea a provare tutti i materiali: silicone, cavi elettrici in funzione, cioccolata, saponi di Marsiglia; preoccupandosi solo in parte della conservazione. Costruendo così un rapporto anche maggiore con l’effimero. Ecco perché Schifano non reagisce negativamente al fuoco.

Achille Bonito Oliva presenta il catalogo di questa mostra ricordando che esistono molti esempi di nonchalance di artisti moderni verso la propria opera. Ne ricordo due in particolare: Duchamp che non batte ciglio di fronte alla rottura del Grande Vetro, Munch che lascia alle intemperie del “Freddo nordico” le sue tele, sottoponendole alla rigida disciplina dell’en plein air.

Il punto è che siamo noi i fruitori dell’oggetto artistico e vogliamo conservarlo; perché vogliamo che diventi nostro, che ci rappresenti, che leghi noi al concetto che solo l’artista è riuscito ad estrapolare.
Ma chi ama l’arte dovrebbe avere un diverso atteggiamento. Da qui la provocazione del critico:
L’arte contemporanea non chiede al restauro atti di surgelamento o gesti di eutanasia. Piuttosto un’interpretazione corretta del nostro tempo, basato ormai sulla trasmissione più di concetti che di oggetti.
Senza restauri è l’arte del 2008. Allora una modesta proposta: seppellire gli artisti con le loro opere, come i faraoni. Tanto, navighiamo in eterno su Internet…

I fuochi dell’arte e le sue reliquie è una mostra che nasce da una rovina, facile che ci si presenti la metafora della fenice, ma qui il discorso è totalmente diverso. Si tratta di voler accettare che l’arte decada, come prodotto dell’ingegno umano, che si trasformi grazie al tempo, al nostro sguardo, al contesto in cui viene posizionato. La morte dell’oggetto artistico ci ricorda che è un prodotto umano, nonostante la ricerca o meno di misticismo e romanticismo. L’arte espone il suo adattamento alla vita, ci insegna che sa trasformarsi nel suo percorso, in cui cambia di significato fino a perderlo.

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