I miei film di Natale (altro che buzzicozza!)

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In questo periodo siamo invasi dal cinepanettone. Il faccione di Christian De Sica con la sua battuta sulla buzzicozza (e la conseguente crasi che non fa le bolle) dilaga...

In questo periodo siamo invasi dal cinepanettone. Il faccione di Christian De Sica con la sua battuta sulla buzzicozza (e la conseguente crasi che non fa le bolle) dilaga per ogni dove nei cinema italici. Per fortuna in alcune sale resistono dei film veramente importanti, che non verranno smaltiti, almeno nel mio immaginario, come i dolci del Santo Natale. Sono quei film che se ne fregano delle leggi del mercato, e che mantengono in ogni sequenza della pellicola uno sguardo “morale” (non certo “moralistico”) sul mondo che ci circonda. Queste vacanze di Natale mi hanno permesso di vedere il nuovo film di Clint Eastwood, Changeling (penultimo in ordine di tempo se consideriamo che in America è già uscito un suo nuovo film, Il Grande Torino). Non c’è niente da fare. Eastwood colpisce al cuore e al cervello, con un film ancora una volta dolente e lucidissimo, con uno sguardo implacabile sull’american dream e sulla perdita dell’innocenza degli Stati Uniti. Bisognerebbe scrivere un saggio lunghissimo sulle figure di figli e genitori, sia “naturali” che “acquisiti”, che il suo cinema ha saputo mettere in scena con una profondità di analisi che ha del prodigioso. Ne sono venuti fuori capolavori assoluti: Un mondo perfetto, Mystic River, Million Dollar Baby (un film di una bellezza lancinante che, ogni volta che lo vedo, mi fa piangere come un bambino). La storia di Changeling è ambientata nell’America del ’28; c’è una madre (Angelina Jolie, incredibile ma Eastwood ha saputo far recitare perfino lei!) che denuncia la scomparsa del figlio. Dopo qualche mese la polizia di Los Angeles le riporta un bambino, facendole credere che è suo figlio. Da questo momento la donna ingaggerà una battaglia contro il Potere per scoprire la verità, per capire cosa è veramente successo al suo bambino. Si scoprirà che il figlio è stato rapito da uno psicopatico, un vero e proprio serial killer di bambini. Le strade degli uomini giusti sono sempre infestate dal Demonio. Per arrivare a questa verità la donna dovrà affrontare la segregazione in un manicomio, dove viene rinchiusa ad opera della stessa polizia, che non voleva essere screditata per la condotta a dir poco superficiale delle indagini (una metafora dell’amministrazione Bush?). Sono scene splendide e crudeli (con magnifici rimandi all’espressionismo tedesco), mai però morbose. Come non è morbosa la scena dell’esecuzione per impiccagione del serial killer. Ancora una volta Eastwood esprime il suo sguardo morale, la sua pietas. Filma le pene finali di quell’uomo, di quel malvagio. I piedi che penzolano nel vuoto e che si muovono a scatti sempre più brevi, fino a che il corpo non smette di vivere. Questa scena è una delle più coraggiose prese di posizione contro la pena di morte che abbia mai visto al cinema. Ogni film di Eastwood, unico vero continuatore del cinema di John Ford, è un disperato, testardo (come la coraggiosa madre di Changeling) grido in favore di valori che rischiano di scomparire: libertà, giustizia, solidarietà.

Arnaud Desplechin è un regista meno famoso di Eastwood. È un regista francese. Nelle sale è stato da poco distribuito il suo film Racconto di Natale, presentato in concorso al Festival di Cannes. Beh, io non conoscevo Desplechin. Avevo sentito parlare del suo penultimo film, I re e la regina, ma non ero riuscito a vederlo al cinema perché… i film di un certo tipo (quelli per intenderci che non fanno le crasi) non hanno una vita molto lunga nelle sale italiche. Questo Racconto di Natale, che per fortuna non mi sono perso, è di una bellezza assoluta. Vi si narra la storia di una famiglia con i suoi contrasti, le sue gelosie, le sue passioni. La madre che soffre di una malattia genetica (Catherine Deneuve, lo confesso non mi ha mai entusiasmato come attrice, ma anche in questo caso Desplechin ha fatto il miracolo di farmela sopportare; prima di lui soltanto Truffaut c’era riuscito!) ha bisogno di un trapianto di midollo. Inizia la ricerca tra i parenti. I compatibili sono i due “matti” della famiglia: il figlio Henri e il nipote Lucas (figlio di Elizabeth che ha bandito dalla sua vita il fratello Henri, colpevole, a suo dire, di averle rovinato la vita). Le feste natalizie nella casa dei genitori a Roubaix saranno l’occasione per far esplodere dall’interno tutte le contraddizioni della famiglia, alle prese, nel vero senso della parola, con i legami del sangue. E Desplechin ci racconta queste vicende mischiando le carte, passando dal melodramma alla farsa, dalla commedia alla tragedia, con un coraggio e una lucidità nello sguardo assolutamente ammirevoli. Perché ci vuole del coraggio a mettere in scena una madre e un figlio che dicono l’uno all’altro senza tanti piagnistei isterici: “Non ti ho mai voluto bene”, “Beh, nemmeno io”. Ma ve l’immaginate in un film italiano una cosa del genere? Io no. E poi ci vuole del coraggio a rubare da Bergman, Truffaut, Shakespeare, Hitchcock, De Palma (da mozzare il fiato la scena della Deneuve che viene ripresa di spalle nella galleria d’arte come Angie Dickinson in Vestito per uccidere) e fare un film totalmente nuovo, un film meravigliosamente vivo. Molte sono le scene di questa vera e propria opera-mondo familiare che mi sono rimaste impresse. Ce ne sono due che hanno per protagonisti Sylvia, moglie di Ivan uno dei fratelli della famiglia (Chiara Mastroianni) e Simon, cugino dei fratelli, che l’aveva sempre amata e l’aveva lasciata “in dono” ad Ivan. La prima è quando lei chiede conto a lui del suo amore silenzioso, un amore consumato nell’ombra per almeno quindici anni. È un dialogo memorabile, che penetra come una lama affilata nelle storie, nei rimpianti amorosi che ogni uomo e ogni donna porta con sé durante la vita. La seconda riguarda la notte che i due passano insieme nella casa di famiglia. Lui che tocca ogni centimetro della pelle di lei, come fosse un cieco, che ha soltanto le mani per capire i lineamenti, il disegno del corpo amato. Una scena così sfrontatamente coraggiosa, così sfrontatamente inattuale, così degna del grande Truffaut! C’è poi la recita dei bambini sospesa in quel tempo magico caro al Bergman di Fanny e Alexander. Ci sono tanti libri e tanta scrittura nel film di Desplechin (ancora Truffaut!). E poi c’è lui, il folle Henri (lo straordinario Mathieu Amalric) che in una scena degna dei fratelli Marx esce dalla sua camera, al secondo piano della casa, passando per la finestra, atterra in strada sotto gli occhi esterrefatti ma poi neanche tanto del padre che sta nel frattempo buttando la mondezza e rientra in casa, come se niente fosse, per accompagnare la madre alla messa di mezzanotte. E poi c’è Emmanuelle Devos (già protagonista nel precedente film di Desplechin e nello splendido Sulle mie labbra) che qui fa la parte dell’amica di Henri e che ancora una volta è un mostro di bravura… Insomma un film unico ed emozionante… I film di Desplechin e di Eastwood sono geniali perché scelgono con lucido coraggio di non fare la strada più breve, di non prendere cioè le scale, ma di passare per la finestra, restando in balia del vuoto e del freddo, per poi riprendere il cammino in una direzione che nessuno aveva prima battuto. Sono scelte rischiose, ma tremendamente affascinanti. Sono queste scelte a far grande il cinema. Altro che buzzicozza!

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