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Picasso, l’Arlecchino dell’Arte

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Fino all’8 febbraio 2009, il Complesso Monumentale del Vittoriano ospita un’importante mostra dedicata a Picasso. Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte.

Fino all’8 febbraio 2009, il Complesso Monumentale del Vittoriano ospita un’importante mostra dedicata a Picasso. Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte.
Cinquant’anni dopo l’ampia retrospettiva curata dall’artista stesso alla Galleria Nazionale di Arte Moderna nel 1953, Picasso torna a Roma.
 La mostra raccoglie centottanta opere prodotte dall’artista spagnolo tra le due guerre mondiali. Il curatore della mostra, Yve-Alain Bois, docente ordinario di Storia dell’Arte presso l’Institute for Advanced Study of Princenton, New Jersey, ha indicato un periodo storico definito, non per trovare una direzione specifica nell’arte di Picasso, piuttosto per spiegare la molteplicità dei temi e delle forme che in uno stesso contesto l’artista poteva usare con la medesima disinvoltura. Da qui il titolo Arlecchino dell’arte.
 Uno dei temi più ricorrenti per il padre del cubismo era proprio l’Arlecchino, in questa mostra ve ne sono diverse versioni, date in prestito da importanti musei, collezioni internazionali e dalla famiglia Picasso, lo stesso nipote dell’artista era presente alla conferenza stampa di presentazione della mostra.
Il classico Arlecchino (Ritratto di Léonice Massine), L’Arlecchino suonatore cubista del 1924, l’Arlecchino astrattista, la Testa di Arlecchino surrealista del 1927, e torna a Roma, perché nello studio romano di via Margutta fu realizzato l’Arlecchino e donna con collana conservato nel Centre Pompidou Musée National d’Art Moderne.
Era uso di Picasso ripetere lo stesso tema, ricordiamo ad esempio il ciclo Las Meninas. Così anche per la figura dell’Arlecchino; in questa, il curatore della mostra, legge quasi un’identificazione dello stesso artista.
Picasso non riesce a legarsi ad uno stile, non ne vuole percorrere solo uno e deve interpretare e riaffermare la realtà vista con i suoi occhi, in questo senso diventa un apportatore di novità nella ricerca della sua tradizione classica ma anche popolare, così il suo linguaggio diventa forte e rivoluzionario. “Picasso smette di sostituire una data maniera con un’altra e non scarta più nulla, inventando stili sempre nuovi e senza mai eliminare quelli precedenti”, scrive Bois presentando la mostra al Complesso del Vittoriano.
Una delle chiavi di lettura della raccolta è quella di cercare in questo percorso la complessità dell’artista, individuando nella contemporanea presenza della varietà di stili la portata rivoluzionaria del suo linguaggio espressivo. A tal fine, il periodo tra le due guerre è quello che più rappresenta tale svolta.
”Nel corso degli anni, l’artista si costruisce un incredibile arsenale di forme e approcci al quale attinge liberamente ogni volta che ne ha voglia e che lo ritiene opportuno”. Questa, secondo Bois, è la consapevolezza, che fa di Picasso il più grande del ‘900. Nell’Arlecchino, figura dai colori cangianti, Picasso esprime le tonalità della sua arte che non si limitano ai periodi rosa e blu, al cubismo o al surrealismo, ma li percorre insieme attraversando gli stili che gli servono come lenti per leggere la realtà e come mezzo per rappresentarla al mondo.
Se al Vittoriano non troviamo le opere maggiormente conosciute e significative dell’artista, è anche vero che lo scopo della raccolta è quella, appunto, di individuare gli spunti di approfondimento dell’autore di Guernica.

Questa mostra sembra quasi che voglia scandagliare la mente di uno degli artisti più rappresentativi del secolo passato ed intravedere quello che la violenza della seconda guerra mondiale genererà nella sua riflessione artistica e ciò che è venuto a galla dopo il primo decennio del nuovo secolo, che già era tinto in modo oscuro dalla guerra. La sensibilità del padre del cubismo è spiegata in un momento di transizione.
Un punto chiaro e sottolineato è quello del rapporto di Picasso con l’Italia. La mostra si apre con un approfondimento sul tema: Un grande palcoscenico (17 febbraio – 2 maggio 1917). Alessandro Nicosia illustra con una serie di bozzetti e documenti vari (corrispondenza, locandine, etc.) il momento italiano di Picasso. La permanenza romana dell’artista dipese dalla collaborazione nata tra l’artista e i Ballettes Russes. Coinvolto nel progetto dallo scrittore Jean Cocteau, aneddoti narrano che questi si sia presentato vestito da Arlecchino per invogliare l’amico alla collaborazione. 
Picasso partì per Roma per disegnare i costumi e le scenografie di Parade. Rappresentato in prima assoluta al Teatro Costanzi, attuale Teatro dell’Opera di Roma. 
Parade fu definito da Gertude Stein, scrittrice e cara amica di Picasso, “il balletto cubista”. Si tratta di una delle espressioni teatrali più innovative in quel momento storico. I riferimenti, infatti, non sono riconducibili solo al cubismo. Di certo i personaggi creati dalla mente di Picasso, i due manager: quello europeo e quello americano sono puro cubismo, ma i riferimenti del balletto e delle scelte stilistiche di Picasso sono differenti. Sta proprio in questo la modernità e l’innovazione dello spettacolo. 
Parade non ha una vera e propria trama, è come se scorresse lungo la sua stessa rappresentazione. Jean Cocteau che ne scrisse il libretto si ispirò al dipinto di Georges Seaurat, La Parade, del 1887 e con lo sguardo ad un lavoro passato inserì riferimenti di matrice futurista che, proprio a Roma, ebbe modo di conoscere. Fu proprio Cocteau a consigliare l’inserimento nel corpo musicale, lavoro di Satie, il ticchettio della macchina da scrivere, il fischio di una sirena e gli emblematici rumori degli aeroplani. Rumori e suoni legati alla modernità e poi il jazz, per la prima volta in teatro. 
Grazie alla collaborazione con Diaghilev, direttore della compagnia di ballo, e al viaggio in Italia, Picasso entrò in contatto con la classicità della città e con i suoi nuovi stimoli culturali.

Prima di Parade, i Ballettes Russes erano impegnati, sempre al teatro Costanzi, in un’opera di Giacomo Balla: Feu d’artifice; dove le luci e le voci fuoriuscite dal megafono sostituivano i ballerini; lo stesso Picasso diede il suo supporto anche a questa rappresentazione.
Picasso accoglie nel suo incontro con Roma tutto quello che può dargli l’Italia: le novità del futurismo, la tradizione popolare e anche quella metaforica. Anche in questo dimostra di essere il pittore più rappresentativo del secolo scorso, riuscendo ad inglobare tutto in sé e a darne una nuova chiave di lettura.
Le forme del pensiero estroverso dell’artista sono spiegate al Complesso del Vittoriano e rinchiuse in un periodo di tempo limitato, in cui si trovano i nuovi e i passati spunti del genio.

Picasso 1917 – 1937 – L’Arlecchino dell’arte
Roma – Complesso del Vittoriano

Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
Fino a domenica 8 febbraio 2009

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