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Metafore vegetali

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India profonda. L’Express bus per Jaipur va veloce. Troppo veloce, per quelle strade indiane piene di macchine, gente che va a piedi con carichi sulla testa, mucche che attraversano lente...

India profonda. L’Express bus per Jaipur va veloce. Troppo veloce, per quelle strade indiane piene di macchine, gente che va a piedi con carichi sulla testa, mucche che attraversano lente la strada, dromedari caracollanti con le loro carrette.

L’autista ha fatto già un paio di sorpassi arrischiati; di quelli che chiudi gli occhi e pensi – E’ finita! – Invece all’ultimo momento la divinità che si occupa del traffico – dell’affollato olimpo locale – interviene, e ne usciamo vivi ancora una volta.

Ad un supporto all’angolo di sinistra del bus è fissato un televisore a colori, a tutto volume, che si inserisce perfettamente nel casino generale. Trasmette film in continuazione: – Per non farci pensare – mi dice una  turista occidentale pallida e preoccupata, che mi siede a fianco, dall’altra parte dello stesso passaggio tra i sedili.

In effetti è un discreto diversivo, per una diecina di minuti. I film sembrano tutti uguali. In hindi, ma non si fa gran fatica a capire dalle immagini; drammoni strappacuore, con amanti separati; bambini sottratti alle madri, uomini crudeli e disgrazie di ogni tipo, che preparano alla risoluzione finale, dove tutto si ricompone: qualcuno diventa ricco-ricchissimo, ritorna e fa giustizia; e l’Amore trionfa. Quasi sempre il film finisce con i due protagonisti, finalmente riuniti, che danzano felici in un campo di fiori.

– Oh God! Ma non potrebbe andare più piano, questo bus? – sbotta la turista occidentale rivolta al suo vicino indiano dopo l’ennesimo incontro ravvicinato con un camion proveniente in senso opposto, evitato all’ultimo momento e per un pelo.

But… Is an Express bus, no?! – Risponde serafico lui, con logica inappuntabile.

Cose da India.

Con il fatalismo ormai acquisito, rimango concentrato sulle ultime immagini del film e su una teoria generale dei finali…

Due recenti film Bollywood-style (Bombay + Hollywood). Matrimonio e pregiudizio (Bride and Prejudice) di Gurinder Chadha (2004) e The Millionaire (Slumdog millionaire; 2008) di Danny Boyle, rutilante e sorprendente, in questi giorni nelle sale romane

…Perché la conclusione della maggior parte dei film indiani di quel periodo – parliamo di 5-10 anni fa – configura l’esempio più immediato di metafora che risolve – con una danza liberatoria in un campo di fiori – le tensioni accumulate nel corso della storia; con un preciso richiamo all’estasi sessuale, che nei film indiani non si può mostrare, ma è del tutto evidente.

Ma è solo un esempio fra tanti. Metafore per immagini e metafore  attraverso le parole, ma sempre per trasferimento di significato da un termine ad un altro, in rapporto di analogia tra loro; come si desume dall’etimologia greca e poi latina del termine; da metaphérein: trasportare altrove, trasferire.

Forse la più classica delle metafore, riscontrabile sotto varie forme in tutte le culture, è quella dell’albero: nei precetti religiosi, in letteratura e nell’arte in genere…

‘L’albero della vita’, di Gustav Klimt (1907): tre pannelli da cm 75 x 110 creati quale fregio murale (dipinto, mosaico e pietre preziose) per la sala da pranzo di Palazzo Stoclet a Bruxelles. L’albero è il motivo centrale, entro cui sono incastonate le sagome dell’Attesa, una danzatrice di postura egizia, e dell’Abbraccio, motivo ricorrente nell’artista

L’albero ha radici infisse in terra e i rami tendenti verso il cielo; racchiude in sé i vari momenti dell’esistenza – la nascita, lo sviluppo, la decadenza e la morte – che esprime e ricapitola, attraverso le varie stagioni, in un ciclo della durata di un anno; con i suoi frutti fornisce nutrimento e perpetua la vita. Allo stesso tempo l’albero può essere visto come un testimone immobile delle vicende umane.

Nella mitologia greca è ricorrente il motivo di alberi e fiori consacrati ad un dio: la quercia a Zeus, ad Apollo l’alloro, a Era il melograno, a Afrodite la rosa, a Ade il cipresso e il narciso.

Nella Bibbia l’immagine dell’albero ricorre spesso: fu il frutto dell’albero della conoscenza del Bene e del Male a causare la caduta di Adamo; così nei Vangeli i frutti dell’albero diventano a volte metafora delle opere umane. Il Vangelo abbonda di olivo e di vite in funzione di metafora o simbolo.

Nelle tradizioni antiche ed ancora oggi in quelle orientali, la natura è sacra, e ogni cosa in essa richiama ad una dimensione sovrannaturale.

Nella religione induista molto importante e oggetto di venerazione è ancora una volta un albero, che viene proposto come simbolo del Cosmo: – “Questo è l’albero Ashvattha senza inizio, che ha le sue radici in alto e i rami in basso. Quello (che costituisce le sue radici) è puro. Quello è Brahama, ed è chiamato immortale – [Dalle ‘Katha Upanishad’, i libri sacri della tradizione induista]

Nei testi sacri buddhisti si narra infine che Buddha raggiunse l’illuminazione  sotto un ficus; sembra che il profilo dei tempi buddisti (dogoba) riprenda appunto la forma delle foglie di quell’albero (Ficus religiosa o albero Bo) [Vedi su “O”: Mudilla & le altre. Esperienze di un giardino ai tropici 
del 21.01.07]

Nel passato le metafore, sia arboree che animali, erano frequenti in tutte le arti; ciò accadeva in epoche in cui l’aggancio dell’immaginario con il mondo della natura era più immediato e consapevole. Numerose sono per esempio nella ‘Divina Commedia’, a cominciare dalla ‘selva oscura’ nella terzina iniziale, mentre tutta l’opera può essere vista nel complesso come una maestosa allegoria.

Una incisione di Gustave Doré per la Divina Commedia di Dante Alighieri (1265 -1321). Edizione della fine dell’‘800, con un testo a fronte di epoca ancora anteriore

L’allegoria è strettamente correlata con la metafora; anch’essa consiste nel dire una cosa per farne comprendere un’altra – il che corrisponde al suo etimo greco àllo-agorèyo: dico, sostengo altro – ma in forma più complessa. Come una ‘metafora continua e a volte concatenata’, essa spesso attinge a riferimenti interni all’opera stessa e a convenzioni metafisiche o filosofiche del tempo e della società in cui nasce. L’allegoria opera su un piano superiore rispetto al visibile e al primo significato, così che la decodifica del senso non è intuitiva e immediata, ma necessita di una elaborazione intellettuale.

La miniatura di un giardino persiano. Immagini di giardini sono presenti in culture diverse, come allegoria del Paradiso terrestre; con alberi e frutti, una fontana centrale (Fons vitae), e i quattro fiumi che da essa si dipartono

Sempre dalle radici greche sym-bàllein: ‘mettere insieme’ deriva la parola simbolo, che sta ad indicare una relazione tra una immagine astratta e un oggetto concreto, considerato rappresentativo di un’idea, e condivisa da un ampio gruppo sociale.

Un simbolo è qualcosa di più assoluto rispetto all’allegoria, ed è indipendente dal contesto nel quale viene posto.

Così è per il giglio (Lilium candidum), simbolo comune di purezza [V. su “O”: Il giardino e gli odori del 30.04.07], o per alcune piante (l’ulivo, il cipresso) prese a immagine di  longevità, sopravvivenza alla morte, mantenimento della memoria. [V. su “O”: Le piante del commiato e della memoria (prima parte)
 del 02.09.07]

Come la rosa nei paesi occidentali, il loto in Oriente è il simbolo floreale più significativo: cresce nel fango, dal fondo stagni limacciosi, e porta il suo bocciolo in superficie, alla sommità di un lungo stelo; si apre alla luce del sole, con i suoi petali perfettamente simmetrici, galleggia in superficie e la sera si richiude su se stesso. I suoi petali e foglie non si bagnano e l’acqua gli scivola sopra. A partire dagli antichi Egizi, che ponevano i suoi petali nelle parti intime delle mummie delle donne, come simbolo di purificazione e di rigenerazione, il loto compare nell’iconografia sacra di molte religioni orientali a indicare purezza, saggezza e l’armonia del cosmo [V. su “O”: Le piante del commiato e della memoria (seconda parte) del 09.09.07].

 

Tra i simboli animali, le immagini dell’aquila, per indicare regalità e potenza e del leone, per la forza, sono stati utilizzati in passato come emblema di imperi (romano, asburgico), di casati e stemmi; così la colomba per la pace, l’agnello per la mansuetudine e il sacrificio, sono simboli ricorrenti dell’iconografia cristiana.

Ricchissimo, e in altri tempi anche codificato, il linguaggio simbolico dei fiori. A seconda del contesto in cui sono usati, i fiori sono simboli o metafore. Se ne fa un gran dispiego nel Cantico dei Cantici (tra il X e il VI sec. a. C.).

 

Io sono un narciso di Saron / un giglio delle valli.
Come un giglio fra i cardi / così la mia amata tra le fanciulle.
Come un melo tra gli alberi del bosco…

 

E più avanti:

la tua bocca è soffusa di grazia / come spicchio di melagrana la tua gota
(…)
I tuoi seni sono come due cerbiatti / gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.

(…)

Il tuo ventre è un mucchio di grano / circondato da gigli.

 

Ma attenzione, nei versi che precedono, a distinguere le metafore dalle similitudini, segnalate dall’avverbio di paragone ‘come’.

 

I gigli dei campi ricorrono nelle scritture sacre:

“Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro” (Matteo 6, 25-33).

 

Nella poesia cosiddetta neo-persiana tra il IX e il XII secolo i giardini e i fiori sono cantati i mille modi; così Sanâ’i Ghaznavi (metà dell’XI sec. d.C.):

“Da quando ha mostrato il volto la rosa color di rubino,

mai non si stanca di cantar la sua gioia, l’usignolo.

È lungo tempo che, come me, l’usignolo

è stato innamorato del giardino e del fiore”

 

e ancora Hâfez (1325 – 1390):

“…la rosa è amica di Bellezza, e l’usignolo s’accompagna all’Amore,

all’uno attribuisci virtù, all’altra mutevolezza.

Molte rose sono sbocciate in questo giardino, eppure,

nessuno può cogliere in esso una rosa senza provare dolore di spine (…)

 

Usignolo e rosa rappresentano la coppia classica dell’amante e dell’amato e, per estensione, del mistico e di Dio. Motivo ripreso da Oscar Wilde in una sua novella (V. su “O”: Le piante, i frattali e la ricerca della bellezza del 5.10.08).

Due grandi successi d’epoca della ‘regina della canzone italiana’ Nilla Pizzi. ‘Grazie dei fiori’ vinse la prima edizione di Sanremo nel 1951; nell’anno successivo ‘la regina’ piazzò le sue canzoni ai primi tre posti: Vola colomba; Papaveri e papere; Una donna prega

In un’altra epoca, e su un diverso registro:

Grazie dei fior / fra tutti gli altri li ho riconosciuti / mi han fatto male eppure li ho graditi / son rose rosse e parlano d’amor // E grazie ancor…

 

‘Papaveri e papere’ si inseriva in una gloriosa tradizione metaforica della ‘canzonetta’ italiana; quella del ‘Tamburo principal della Banda D’Affori’ …che comanda cinquecentocinquanta pifferi… (1939) e di ‘Pippo non lo sa’ …che quando passa ride tutta la città (…)

Altri tempi. Quando il luogo che fu poi denominato ‘il Palazzo’ (di pasoliniana memoria) era ancora frequentato dagli ‘alti papaveri’… Appunto! Tra l’altro ‘Il Palazzo’, piuttosto che metafora, è una metonimia (dal greco metonymìa: ‘scambio di nome’); in questo caso, il contenente per il contenuto.

Ma c’è poco da scherzare con le metafore; anzi sarà bene che ci riprendiamo dimestichezza, con i tempi che corrono. Le metafore sono profonde ed operano un corto circuito tra i pensieri e le emozioni: ‘il Caimano’ di Franco Cordero, riproposto da Nanni Moretti al grande pubblico, può insegnare qualcosa!

Un simbolo può anche essere un gesto e nascere e affermarsi per caso. Per restare alla cronaca più recente, ha fatto presto a diventare simbolico il lancio delle scarpe contro il presidente americano da parte di un giornalista, durante una delle sue ultime conferenze (a Bagdad, il 15 Dic. 2008); Bush le ha prestamente schivate, ma non riuscirà a schivare – si è da più parti commentato – il pessimo giudizio che la storia darà della sua presidenza.

 

Ancora diversa è la sineddoche; per rimanere sempre nel campo vegetale e tenendoci bassi, ne proponeva alcune indimenticabili Roberto Benigni – in una trasmissione televisiva diventata ‘di culto’ – quando enumerava ad una Raffaella Carrà imbarazzata ed esterrefatta (ma poi anche divertita) le diecine di nomi che indicano l’organo sessuale femminile. Termini popolari che traggono origine da una somiglianza fisica tra il frutto e l’organo, ovvero dall’uso in senso figurato di una parola al posto di un’altra, mediante ampliamento o restrizione del senso. E allora: fica, mulignana (melanzana), patata (o patonza), chichierchia (cicerchia), gnocca, vigna, pisella – tutte sineddoche – cui corrispondono ‘in campo avverso’, ma con minor fantasia: cetriolo, fava, pisello, banana, piénnul’ (pendolo: dicesi di grappolo di pomodorini appesi)…

 

Le metafore nel mondo orientale. È il Giappone – secondo Roland Barthes (1915 – 1980) – ‘l’empire des signes’, ma la dimestichezza del mondo orientale con le metafore, e con il senso traslato in genere, è ben più esteso, con modalità diverse attraverso tutta la cultura orientale (sud-est asiatico, India, Cina, Giappone ) e in periodi storici differenti.

Per gli orientali il mondo naturale è in continua corrispondenza con le azioni e le idee degli uomini, e questo sentimento naturalmente si esprime con metafore e simboli.

La locandina del film ‘Primavera estate autunno inverno…e ancora primavera’ – ‘Bom yeoreum gaeul gyeoul… geurigo bom’ – del regista sud-coreano Kim Ki-duk (2003) utilizza le stagioni come metafora poetica della vita umana

Nella cultura occidentale del XIX secolo ebbe profondo influsso – soprattutto in Francia e sul movimento impressionista – la scoperta delle opere grafiche dei maestri giapponesi e dell’ukiyo-e (letteralmente: immagini del mondo fluttuante): una tecnica di stampa artistica su blocchi di legno, prodotta tra il XVII e il XX sec., raffigurante in genere paesaggi, scene di vita urbana e di quartieri di piacere. La produzione più propriamente a soggetto erotico e licenzioso era detta shuga.

La fascinazione dell’Occidente da parte del mondo orientale è stata ricorrente, da ‘Il Milione’ di Marco Polo (1254 – 1324) e dai viaggi dei primi missionari, fino ai giorni nostri. È l’attrazione che si prova per le culture (e anche per le persone) davvero e profondamente diverse da noi; salvo stupirci ogni volta per le analogie e consonanze che poi – a conoscere meglio quel mondo – si ritrovano.

Una delle ‘Cento vedute del monte Fuji’ di Katsushika Hokusai (1760 – 1849). Alla sua opera è ispirato il racconto di Roger Zelazny (premio Hugo 1986): “24 Vedute del Monte Fuji, di Hokusai”, avvincente fusione di motivi della cultura occidentale e giapponese

Intorno all’anno mille fioriva in Giappone una raffinata cultura di cui è testimonianza un solo libro, immenso e modernissimo – per noi lettori di oggi – Genji monogatari di Murasaki Shikibu (973 – 1025), una dignitaria della corte di Kyoto, al tempo; un testo riconosciuto come uno dei più antichi romanzi nella storia dell’umanità, prima ancora delle chansons de geste (ca. 1050) o dei romanzi cortesi (ca. 1170) occidentali.

Genji monogatari (Storia di Genji, il Principe splendente), di Murasaki Shikibu, tradotto da noi come “La Signora della barca – Il Ponte dei Sogni” [Bompiani; 1981; ma anche ediz. successive: Einaudi 1992, 2 volumi, (parte prima); e Bompiani 2002 (parte seconda)]
L’atmosfera prefigura per grandi linee quella che fu da noi l’epoca dell’‘Amor Cortese’, con complicati modi di esternare i propri sentimenti e rituali precisi a regolare i rapporti tra le persone, a qualunque livello di intimità tra loro.

A quel tempo, a corte, era tutto un correre di messaggeri, recanti ciascuno un rotolo di pergamena avvolto con un nastro fermato con la ceralacca (…una invenzione cinese!); di solito insieme al rametto di una pianta. Sia il colore del nastro, che il fiore o le foglie che accompagnavano il messaggio, erano fortemente evocativi e a volte completavano l’atmosfera e il significato dello scritto. Quest’ultimo era precisamente definito: 5 – 7 – 5 sillabe (17 sillabe in tutto, nella lingua originale giapponese), a costituire un componimento poetico fulminante – l’”haiku” – giunto attraverso i secoli fino ai tempi nostri, sostanzialmente immodificato nella struttura.

E’ la famosa ‘lettera del giorno dopo’: una grande invenzione giapponese, da molti lettori occidentali scoperta proprio con questo romanzo. Esprime l’intuizione che i pensieri devono avere il tempo di sedimentare; le parole di liberarsi dalle scorie e richiamare echi, risonanze.

‘La lettera del giorno’ dopo focalizza un punto, definisce meglio le sensazioni sfuggenti che tra le chiacchiere (del ‘giorno prima’) sono restate inespresse. Così a volte può succedere che un incontro pieno di sorrisi venga ricordato ‘il giorno dopo’ come tristissimo; sfumature inapparenti di uno sguardo o di un gesto prendono, solo il giorno dopo, tutt’altro significato e importanza.

All’epoca le citazioni di versi poetici entravano nel discorso corrente, e buon conversatore era colui/colei che coglieva allusioni e corrispondenze, relazioni con poesie note e caratteristiche botaniche delle piante che accompagnavano i messaggi. Le metafore erano parte rilevante di questo gioco di società.

Una stampa ukiyo-e. “Piccola mostra fanno, come il cuore di colui che li ha colti, questi bocci rinchiusi, eppure celano all’interno una fragranza insospettata. Fiori di pruno”
Di Kitagawa Utamaro (1753-1806): “Fiori di Edo: La storia cantata di una giovane donna allo shamisen. Utamaro, disegnatore e pittore di stampe giapponese, è considerato uno dei maggiori artisti dell’ukiyo-e

Nel romanzo di lady Murasaki, fanno da contrappunto alla storia dei brevi componimenti poetici, intercalati con tutta naturalezza nel testo…

 

Vi farà pensare alla primavera o all’autunno, questo unico ramo dalle tinte contrastanti, o Signora della Montagna?

Tingerò il mio abito del colore dei fiori di ciliegio, così che quando i fiori saranno caduti avrò qualcosa che me li ricordi

Saggi i fiori che vanno a cadere nel lago, donde l’onda ai tuoi piedi li riporta

Dove i mucchi di neve erano più fondi, dove il ghiaccio cedeva sotto il mio piede, ho scovato il mio cammino; solo accanto a te mi son smarrito

Se, come i fili dell’ordito, dobbiamo esser sempre separati, su quale trama potrò mai tessere i miei giorni?

La bellezza andò perduta, ma nel rosso fogliame risorse, per andare di nuovo perduta. Di te, specchio perfetto dell’incertezza del mondo, io parlo, o ciliegio

 

Molto si perde del passato. Se si guarda indietro si ha la sensazione di essere su una spiaggia e di raccogliere i detriti – gusci di conchiglie e ossi di seppia – che il mare porta a riva. Stranamente sopravvivono metafore e simboli, dotati – sembra – di vita più lunga degli stessi pensieri…

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