La Pavona

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Un ospedale, un medico annoiato, il caldo; alcune "donnacole" – i cui vestiti avvampano nella calura – si reggono in precario equilibrio sui tacchi. Fanno da contrappunto a lei: alta, bella, dritta come una spada di luce.
(Dopo aver letto La pavona di Giovanni Arpino)
Un ospedale, un medico annoiato, il caldo; alcune “donnacole” – i cui vestiti avvampano nella calura – si reggono in precario equilibrio sui tacchi. Fanno da contrappunto a lei: alta, bella, dritta come una spada di luce.

 

Ma chi è lei? Sappiamo poco della sua vita: che ha viaggiato, che parla sei lingue e cento dialetti (come riferisce l’inappuntabile fidanzato ragioniere), che è venuta in reparto per ritirare i risultati di certe analisi del sangue.

“L’esame prematrimoniale dovrebbero renderlo obbligatorio con una legge…” pontifica il ragioniere.

Il professore annuisce, sfinito dal caldo, desideroso d’essere lasciato al più presto in pace. Lei invece è composta. Tanto più discreta quanto più debordante l’uomo che l’accompagna, quel grassone inzuppato di boria che sta per dare l’assalto (tra quindici giorni il matrimonio) alla fortezza che ha saputo mantenersi inespugnabile per ben due anni. Perché è così che la donna ci viene presentata, una sorta di “torre eburnea”: bianca di una bianchezza immacolata, chiusa dal collo ai ginocchi e dalle spalle ai polsi dentro un leggero vestito a fiori, il viso come “una polpa ghiacciata nella penombra della stanza” e lo sguardo basso, le palpebre… cupe. Ecco, è il “cupe” che stona in tanto candore, che schiude al mistero. Perché sono cupe? A causa di un trucco eccessivo? Perché nascondono pensieri cupi? Arpino non lo dice, ma la parola non è buttata a caso. Ci mette all’erta, stempera lo stucco di quella specie di madonna messa in scena.

“Per favore. Devo parlarle” sussurra infatti lei nell’attimo in cui il fidanzato esce dalla stanza “è una cosa molto grave”.

Una cosa molto grave… Il professore si rianima, sembra dimenticare il fastidio, il caldo, il bisogno  – continuamente negato – di fumarsi un sigaro. Guarda la donna, la sua compostezza per qualche istante sgualcita. Che segreto nasconde? Quale macchia? Ma il ragioniere sta per rientrare, così fruga svelto nell’agenda alla ricerca di una data utile: “Domani mattina… no… pomeriggio… a quest’ora… le va bene?”. Hanno un tono da cospiratori, atteggiamento da cospiratori.

La coppia è uscita, ha ringraziato il professore per il disturbo, il professore ha rinnovato i suoi auguri. Ma nell’aria è rimasta una specie di sospensione, un’intesa d’occhi e di mani se basta appena un cenno per capirsi, per rinviare la conversazione a un dopo che si prospetta ghiotto.

C’è una riga bianca, sul libro, tra i saluti della coppia e il ritorno di lei – stavolta sola – nella stessa stanza. In quella riga bianca un tempo lungo ventiquattro ore del quale non sappiamo nulla. Che avrà pensato il professore in quel tempo? A lei, è probabile (troppo intenso l’interesse, troppo forte la curiosità). Probabilmente avrà fantasticato sul problema che la disturba. Una malattia? Ma no, gli esami del sangue erano perfetti. Un male dell’anima: una colpa? Ha ammazzato qualcuno e non sa che fare? Ha un figlio segreto? Ma no. Probabilmente è affetta da un diverso tipo di male, chissà, una tara ereditaria, una vena di pazzia che colpisce le femmine della sua famiglia: dolcissime e appassionate nel letto e poi, appena soddisfatte, assassine spietate. Lo immaginiamo che ride il professore, sdraiato sul letto, la finestra aperta, la notte umida e caldissima, una radio che manda per l’aria note vaghe di canzonette.

 

Si incontrano.

La ragazza continua a ritrarsi, centellina le parole.

Il professore si fa sollecito: “Coraggio” dice. E intanto si diverte a immaginarla nuda: la schiena bianchissima… Ecco è soprattutto sulla schiena che si sofferma.

La donna divaga, parla degli uomini, della loro incapacità di capire.

“Dunque?” sollecita lui.

Lei lo guarda, tentenna, abbozza altre parole, torna a dire degli uomini, del suo fidanzato… che certo non capirebbe.

Dunque?

Ancora silenzio. Poi:

“Un tatuaggio” finalmente dice.

Un tatuaggio? Solo un tatuaggio? La delusione dell’uomo è quasi tangibile. Né pazza né assassina né ricattata o ricattatrice. Solo un tatuaggio. Il pomeriggio torna a farsi afoso, le donnacole tornano a sfarsi come macchie di vernice nell’aria bollente. Comunque l’invita a spogliarsi.

Lei si spoglia.

“E, alzati gli occhi, il professore quasi non vide, gli ci volle più d’un secondo per naufragare come un ubriaco in quell’imprevisto vantaggio”.

E’ una fuga di colori quella che lo stordisce, un correre di gialli azzurri verdi violetti e un blu nero caldo come il miele. Piume, ali, e decine di occhi “che miravano in strette file dalla nuca fino al sommo delle natiche”.

Il professore è stravolto. Né pazza né assassina, né butterata nell’anima, quella donna. Colpevole nel corpo, sulla schiena magnifica che porta incisa la colpa. E quale colpa! Il ragioniere non capirà, sicuro. Come potrebbe, del resto, lui che da due anni sta aspettando di espugnare la fortezza, lui che ha calcolato il matrimonio perfetto con la donna perfetta: casta, immacolata, da profanare per suo unico gusto e personalissima soddisfazione?

“Eravamo due ragazze sulla nave. Io, come può credere, non stavo alle proposte dell’intero equipaggio. Così, per punizione, perché non ero gentile come l’altra, mi tatuarono”.

Durante i quindici giorni necessari per completare l’operazione, nessuno venne a disturbarla, la lasciarono assolutamente in pace. E poi, dopo, non vollero altro se non che camminasse, avanti e indietro…. Che camminasse e si muovesse. Perché è allora che il pavone diventa vivo.

Il professore è preda d’un’ansia febbrile, un desiderio doloroso: vuole vedere, ancora vedere, cerca pretesti, dice che forse… si potrebbe… sbiadire i colori… Ma no. Non è possibile, non si può distruggere tanta perfezione. E annaspa. Cerca un appiglio qualunque per formulare la sua richiesta.

La donna sorride. Prima ha detto:

“Una donna è così, è inferiore, è debole. Io credevo di poter fare da me… Ma a una certa età, una proprio scopre che solo sposandosi si mette in ordine… Mi spiego?”.

No, non si spiega. O meglio, dà la spiegazione ovvia. Ma sono davvero deboli le donne? Inferiori? E’ debole e inferiore lei ch’è stata in giro per il mondo, che conosce sei lingue e cento dialetti, che s’è imbarcata in una nave piena di olandesi e scandinavi, unica femmina in mezzo a tanti maschi? Ma non è che forse sta conducendo un gioco abilissimo, in cui fingendosi infima e innocua, verginella pudica, sta lanciando molto più in alto la sua esca? Perché il professore è irretito. Completamente. E lei lo sa. E si diverte, con falsa innocenza, ad affondare l’arpione:

“Vede” alza un gomito quasi all’altezza della spalla “se faccio così con tutte e due le braccia, due occhi mi spuntano ai lati dei seni”. Ma si è già rivestita e degli occhi a carezza dei seni nessuna traccia.

Stavolta è il professore che chiede l’appuntamento:

“Quando lei vuole, dove vuole, anche qui…”.

Lei glissa, finge reticenze, timori, ostenta pudicizie:

“Penserà male di me?” dice trepidamente.

“Ma no, ma signora… perché?”.

Signora, dice, signora, parola che le riconosce dignità, che ossequia la magnificenza che si porta appresso: divagazione, fantasia, miracolo di segni che accendono i sensi e li carezzano e li portano lontano, tra tappeti d’usignoli e canti, occhi tigrati, piumette, fiori, fantasie. E’ qui, in questa mirabilia, che la donna smette ogni candore e si cambia in miraggio sensualissimo.

Per afferrarla, chissà, basta solo allungare la mano?

 

La Pavona, Giovanni Arpino, da “La babbuina e altre storie”, Oscar Mondadori, luglio 1979

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